C’è un video che ha innescato un’accesa discussione negli Stati Uniti per la sua esplicita violenza e per la sfacciataggine con la quale costruisce rimandi ad episodi più che drammatici della storia recente americana: dal massacro di Charleston ai riot di Baltimora o Ferguson. Il tutto avviene in un alienante e asettico sfondo dentro capannoni industriali enormi e vuoti, mentre un fantoccio – questo pare, nelle movenze e nelle espressioni – dalle sembianze del rapper e attore di Atlanta si muove in primo piano scimmiottando balletti afro e sorridendo rivolto alla telecamera con uno sguardo allucinato.

This is America è la messa in scena di una societàne parlavamo a proposito di Kendrick Lamar – alle prese con disuguaglianze profonde, un multiculturalismo che si estremizza nell’intolleranza razziale, ma che quasi si azzera nella ricerca di una realizzazione che accomuna tutte le proprie componenti, spinte dall’ormai internazionale american dream alla conquista di soldi e successo.

Così questo balletto sgangherato riesce in un duplice intento di messa a fuoco: da una parte abbiamo la destabilizzante assurdità delle violenze a sfondo razziale che esplodono all’improvviso con la stessa facilità con cui Donald Glover nel video fredda prima un cantautore nero e poi un intero coro gospel; dall’altra parte, abbiamo il continuo ed imperturbabile scorrere delle cose, delle notizie e del tempo, simboleggiato non solo dall’anestetica ambientazione industriale, ma anche dall’incedere senza sosta del medesimo balletto.

Se però This is America ha generato questa scia di critiche non lo si deve soltanto alla scioccante vividezza delle tematiche, perché per essere presi sul serio e generare dibattito bisogna essere prima di tutto riconosciuti come artisti credibili, e la credibilità Childish Gambino se l’è costruita partendo (se possibile) da sottozero, ricevendo recensioni tremende sul suo primo album Camp, sconcertate dal suo rap grottesco e caricaturale e bistrattato aspramente anche perché progetto parallelo (e da quasi tutti percepito come subordinato) alla sua carriera da attore comico nella serie Community. Una sorta di sgangherato divertissement del Donald Glover attore, insomma. A ben guardare però le tematiche affrontate erano già da principio affini a quelle condensate in quest’ultimo lavoro (a quanto pare non un singolo del prossimo disco in uscita quest’anno – che, bisogna dirlo, sarà l’ultimo di Childish Gambino): la sua visione della cultura afroamericana, incastonata nelle contraddizioni dello stato più potente del mondo.

Così non è un caso che l’uscita di This is America arrivi nel bel mezzo del polverone sollevato dalle parole sulla schiavitù dei neri pronunciate da Kanye West (che da molti venne indicato come l’ispiratore proprio di Gambino):

When you hear about slavery for 400 years … For 400 years? That sounds like a choice.

Ovviamente una provocazione grande come una casa, ma della lucidità di Kanye non è qui che vogliamo parlare.

Tuttavia questa dichiarazione può essere letta in un’ottica per certi versi affine a quella di certe posizioni di altri artisti afroamericani, come Lamar e Glover stesso, che proprio in questo brano si rivolge così a un ipotetico membro della sua comunità: “You just a black man in this world, you just a barcode, you just a big dawg, yeah (sei solo un uomo nero, un codice a barre, un cagnolone), per sottolineare come la ghettizzazione possa passare subdolamente attraverso la condivisione di distorti valori comuni come la ricchezza e il successo (Look how I’m geekin’ out, I’m so fitted, I’m on Gucci, I’m so pretty, I’m gon’ get it – guarda come mi entusiasmo, come sono in forma, indosso Gucci, sono bello, avrò ogni cosa) e il conseguente abbandono di radici culturali profonde che vengono infatti ridotte a farsa, a schema, a spettacolo, come i balli afro che si alternano durante tutto il video, svuotati di ogni significato e divenuti soltanto intrattenimento.

L’omologazione alle regole della spettacolare società americana è dunque un rischio altissimo, per Glover, soprattutto per gli afroamericani che si ritrovano ad inseguire miti e benessere inutili, sacrificando in primo luogo una cultura e piegandosi ai meccanismi dell’info-tainment che confonde intrattenimento e informazione in un tutt’uno indistinto, un flusso che è in grado di azzerare anche il rumore delle armi da fuoco (che nel video vengono trattate come oggetti preziosi) e far sparire le vittime (portate via in un istante così fugace da far dubitare di averle viste davvero).

This is America si pone allora come punto più alto della parabola di Childish Gambino, perché arriva a spiazzare tutti lasciando da parte la scandalosità dei versi tipica di pressoché tutti i suoi lavori e rivelando invece la scandalosità dei temi dei quali tratta. Diventa una voce forte e diretta perché osa prendere di petto quella realtà che solitamente – proprio come rappresentato nel video – scorre sullo sfondo delle cose, del teatrino dell’esistenza di tutti.

 

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