Apriamo, non apriamo. Sì apriamo, ma con calma. Nel tira e molla degli ultimi giorni, il governo si è infine deciso per un graduale ritorno alla tanto agognata “normalità”. Forse con in testa l’illusione che sia davvero possibile riconquistarla in tempi brevi, l’ultimo decreto varato dall’esecutivo permette riaperture pressoché a tutte le attività produttive. Anche il mondo della cultura e degli spettacoli, dopo mesi di trascuratezza da parte del governo (ne abbiamo trattato qui), ha ricevuto indicazioni per le modalità della ripresa. Sempre che ci possa davvero essere, perché stando così le cose pare davvero difficile immaginarlo.

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Termometri, mascherine, distanza

Il dpcm parla chiaro: vengono fissati dei tetti per la partecipazione ad eventi dal vivo, musicali e non. Per quelli al chiuso, il numero massimo di partecipanti sarà di duecento persone, per quelli all’aperto invece mille. Inoltre il testo prescrive che tutti dovranno mantenersi a una distanza minima di un metro e indossare le mascherine. Per le maestranze e gli artisti, poi, è previsto il controllo della temperatura (da effettuare anche per il pubblico all’ingresso negli spazi delle esibizioni) e il distanziamento fisico. Stop imposto anche alla somministrazione di cibi e bevande, nei cinema così come ai concerti, per limitare al minimo le possibilità di contagio. Il decreto, tra l’altro, dichiara esplicitamente che «restano sospesi gli eventi che implichino assembramenti in spazi chiusi o all’aperto quando non è possibile assicurare il rispetto» delle condizioni indicate.

Verso un’estate senza musica

È evidente, quindi, che le possibilità di organizzare eventi che rispettino queste norme sarà un’impresa ai limiti dell’impossibile. Non tanto all’atto pratico, ma al netto delle implicazioni che comporterà seguire queste precauzioni. Concerti con il pubblico “sparpagliato” e con la mascherina, impossibilità di ottenere ricavi dalla somministrazione di cibo o bevande, limitazione della capacità a soli mille spettatori. Tutti aspetti che mortificherebbero un evento dal vivo sia dal punto di vista del suo essere un momento di socialità, sia perché non permettono di ammortizzarne i costi. In un comunicato, Assomusica ha, infatti, già annunciato il rinvio di un anno di tutti i grandi concerti dell’estate: a slittare di un anno saranno, tra le altre, le esibizioni di Paul McCartney, Vasco Rossi, Tiziano Ferro, Celine Dion, Cat Stevens. Una decisione che era nell’aria da tempo e che si è concretizzata con la sofferta unanimità di produttori, organizzatori, manager.

“La musica che gira”

Ma non ci sono soltanto i grandi concertoni con folle più o meno oceaniche, e non ci sono soltanto gli stadi da riempire. Il nostro paese è attraversato da un tessuto culturale e musicale tanto importante quanto fragilissimo. Una ragnatela che soprattutto d’estate cerca spesso anche di valorizzare il territorio parallelamente alle proposte artistiche e che si ritrova oggi sull’orlo di un baratro. Facciamo qualche numero: nel 2017 la cultura e la creatività davano, da sole, lavoro a 1,5  milioni di persone. Inoltre, per ogni euro prodotto dalla cultura se ne mettevano in moto quasi due nel resto dell’economia. La musica che gira è un soggetto collettivo nato proprio in questo ambito, per fare fronte comune alla pandemia. Riunisce manager, produttori, artisti, musicisti, tecnici, consulenti, promoter, etichette discografiche, agenzie di booking, proprietari di live club e uffici stampa. Tutti attori protagonisti della filiera musicale che chiedono al governo di istituire un tavolo urgente, e condiviso, dedicato all’industria musicale.

La cultura in un angolo

La situazione, bisogna dirlo, rischia di diventare drammatica. Migliaia di persone del settore in questi mesi hanno vissuto con un enorme punto interrogativo sul loro futuro. Adesso che comincia a delinearsi chiaramente l’impossibilità di un’estate “normale” anche e soprattutto per il mondo della musica, è di vitale importanza riconoscere un sostegno concreto ai lavoratori e alle lavoratrici. Questo sostegno non può che venire dallo stato, vista peraltro anche la centralità dell comparto nell’economia che abbiamo sottolineato prima. Appellarsi all’aspetto economico per fare risaltare l’importanza della cultura è, purtroppo, la normalità in un mondo che misura tutto attraverso il denaro e ancora di più in un paese il cui capo di governo si rivolge a “i nostri artisti che ci fanno tanto divertire”. Un’uscita infelice, certo, ma che in fondo rispecchia una visione del mondo che da sempre assegna alla cultura e alla musica un ruolo di contorno.

Immaginare un futuro

Partire da aiuti concreti e immediati, dunque. Questa è la base imprescindibile che chiedono tutte le componenti del settore e noi di Artwave ci uniamo a gran voce alla richiesta: non possiamo dimenticarci della cultura, della musica. Per questo abbiamo lanciato l’hashtag #RICOMINCIODALLARTE. Un modo per dimostrarci vicini ai musei ma anche ai festival, alle rassegne, agli artisti e alle artiste. E così come il nostro patrimonio museale si è offerto, in questi mesi, tramite visite digitali e online, anche la musica ha sperimentato soluzioni per il futuro. Vi abbiamo parlato, tra le altre cose, dell’iniziativa #StayOn, che ha proposto un palinsesto ricchissimo di live e contenuti. Il mondo della musica si è fatto davvero in quattro per proporre uno svago, per intrattenerci, per emozionarci in queste lunghe settimane. Adesso sta a noi stringerci e sostenere le realtà che ci stanno più a cuore: perché questa sia la prima e l’ultima estate senza musica dal vivo.

Immagine di copertina: © Daniel Dinu
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