Cristina Baldari

Thom Yorke – Suspiria

Fonte: sentireascoltare.com

Thom Yorke firma la colonna sonora di Suspiria, il nuovo lungometraggio di Luca Guadagnino. Questi suoni incarnano un sublime invisibile, tessendo una fiaba noir che potrebbe bastare a sé stessa e non implicare necessariamente una correlazione con le immagini cinematografiche. I brani si avvalgono di una natura evocativa talmente d’impatto da poter costruire fisionomie, situazioni, atmosfere e dettagli perfino nella fantasia di un uditore lontano dagli schermi. Ascoltarla è pura devozione al bello: raffinata, sensuale, inquietante ed incantevole, Suspiria potrebbe davvero occupare un posto nelle lande discografiche a prescindere dal connubio cinematografico.

 

Anderson .Paak – Oxnard

Fonte: 1977magazine.com

L’ultimo disco di Anderson .Paak prende il nome da quella città della California meridionale che gli ha dato i natali. Oxnard è una vera e propria DeLorean DMC-12, una macchina del tempo musicale: riesce ad attingere da un repertorio noir e poliziesco tipico dei lungometraggi italiani degli anni ’70, passando attraverso il funky e l’hip hop dei sobborghi newyorkesi, per poi approdare con classe nella cultura rap old school dei Nineties. Spoiler alert: prodotto e mixato da Dr Dre, vede al suo interno collaborazioni con Snoop Dogg e Kendrick Lamar.

 

Yves Tumor – Safe In The Hands Of Love

Fonte: sentireascoltare.com

Yves Tumor è lo pseudonimo di un certo Sean Bowie che potrebbe vivere a Torino e Safe In The Hands Of Love appare come l’album n.3 nel Curriculum Vitae dell’artista. Fin qui tutto liscio, se non ci fosse un piccolissimo “inconveniente”: è un lavoro difficilissimo da spiegare. E ciò è sorprendentemente meraviglioso. Dieci tracce ognuna diversa dall’altra, inizia come un disco di Sun Ra, passa per i Massive Attack e termina con un noise sperimentale acido, underground. Possibile che in quarantadue minuti Yves sia riuscito a spiegare la vita?

 

Nu Guinea – Nuova Napoli

Fonte: bandcamp.com

Massimo Di Lena e Lucio Aquilina hanno inciso un disco per cui, già dal primo pezzo, vi guarderete intorno sbalorditi quasi a dire: “ma questa roba non può essere italiana!”. E invece lo è, in tutto il suo splendore. Nuova Napoli potrebbe essere fraintesa come oppio per nostalgici, eppure è musica per l’anima di chi nutre ancora un briciolo di fede per qualcosa. Forte e senza tempo. Sempre di Massimo Di Lena e Lucio Aquilina il merito di riportarci alla memoria le radici della Campania, terra troppo spesso identificata con cronaca nera e criminalità. Gloria eterna al Napoli Sound.

 

Funk Shui Project feat. Davide Shorty – Terapia Di Gruppo

Fonte: pagina Facebook ufficiale del gruppo

Agli esseri umani, per quanto cinici, lupi e finti radical chic da battaglia, non piace la totale solitudine ed avranno sempre ed inevitabilmente bisogno di qualcuno. Inabissati dalla zavorra psicanalitica del Novecento, ma in coda per una redenzione che somiglia così tanto all’empatia, cercheranno una via di fuga, uno sfogo. I Funk Shui Project feat. Davide Shorty stavolta ce ne forniscono uno, anzi, ci prescrivono una piacevolissima terapia di gruppo. Quest’album, o meglio, questo tour introspettivo ha solo un difetto: dura troppo poco.

 

Mauro Bonomo

Sons of Kemet – Your Queen is a Reptile

Fonte: exclaim.ca

Contenitore pluriforme di variegate sfumature, il terzo lavoro dei Sons of Kemet si inserisce prima nel filone dell’affermazione di una vitale corrente jazz di stampo britannica (Yussef Kamaal, Polar Bear, Melt Yourself Down e via dicendo) e poi in quello personale di un nome che sta diventando sempre più grande nella suddetta scena: Shabaka Hutchings. Your Queen is a Reptile è una sfrenata e a tratti rocambolesca danza tra jazz, dub, reggae, voodoo in nome della riscoperta di antiche influenze caraibiche, assorbite ma non del tutto cancellate dalla colonizzazione britannica, rappresentata dalla regina Elisabetta in persona, il reptile del titolo del disco, ampiamente e duramente criticata e contrapposta alle nove regine che danno i titoli alle altrettante tracce del disco, figure importanti delle lotte sociali degli afro-americani.

 

Vessel – Queen of Golden Dogs

Fonte: sentireascoltare.com

È la bottega di un falegname, o forse di un fabbro: sembra di sentirlo battere il ferro. Dopotutto la vena industrial di Seb Gainsborough è sempre presente, tuttavia questo Queen of Golden Dogs esplora anfratti curiosamente barocchi, come sembra richiamare anche l’artwork surreale che raffigura una stanza settecentesca. Ma, in un disco che non è sicuramente facile da ascoltare, sono le tematiche a segnare un ruolo rilevante: il produttore britannico si interroga infatti sull’identità, sulla fluidità di genere, un argomento quanto mai attuale affrontato attraverso orchestrazioni che si avvicinano a quelle di Oneohtrix Point Never.

 

Colle der Fomento – Adversus

Fonte: rapburger.com

Certo che siamo nell’era della trap, certo che gli idoli di una generazione molto (troppo?) ampia sono Sfera, Ghali, Tony Effe, Sick Luke, certo che il rap in Italia non aveva mai avuto un’importanza del genere; il ritorno di Masito e Danno dopo undici anni potrebbe sembrare un tentativo di riprendersi tutto quello che era loro, ma in fondo nessuno glielo ha davvero mai tolto. E infatti il duo romano, a parte qualche scientifica frecciata ai principi azzurri della nuova scena, si preoccupa di raccontare la propria di storia, fatta di disincanto e maturità: quella di due mostri sacri dai quali poter imparare ancora, e ancora.

 

Spiritualized – And Nothing Hurt

Fonte: consequenceofsound.net

Jason Pierce ci tiene da sempre a fare le cose per bene (dove per bene significa una cura maniacale per ogni minuscolo particolare) e questo nuovo disco che ha registrato in una stanza di casa sua, a Londra, cerca per l’ennesima volta di ricalcare le atmosfere eteree e psichedeliche tipiche delle sue produzioni. L’ossessione per un suono maestoso fatto unicamente in casa – parole sue – l’ha quasi portato ad impazzire; ma forse in fondo ci è abituato, a giudicare da come la sua musica sia sempre stata un modo prima di tutto per esorcizzare fantasmi e periodi bui. Forse sarà l’ultimo lavoro a nome Spiritualized, di certo è un’altra prova di grande qualità e dedizione.

 

Idles – Joy as an Act of Resistance

Fonte: bandcamp.com

Il secondo disco della band di Bristol è quanto di più puramente punk-rock inglese si possa immaginare: insieme agli Shame protagonisti di questo 2018 con un album d’esordio di quelli che caricano d’aspettativa il futuro, gli Idles mantengono altissima la qualità della proposta artistica di questo ambito, confermandosi e migliorandosi rispetto a Brutalism, disco d’esordio già largamente apprezzato. Joy as an Act of Resistance spazia da episodi più puramente punk a una forma canzone vicina alla cantautorialità, senza per questo risultare disomogeneo, anzi: il suono di questa band ha trovato una dimensione solida e riconoscibile e contribuisce a renderli benzina pura nel motore del movimento.

 

Vanessa Petrilli

Francesca Michielin – 2640

Fonte: soundsblog.it

Chi accetterebbe di farsi dare lezioni di umanità da una ragazzina uscita da X Factor, da una che ha avuto la sua dose di successo per essersi affiancata ad artisti che sono tutt’altro che la coscienza critica del nostro paese? Eppure 2640 parla alle nuove generazioni (tanto le vecchie sanno già tutto) con una sincerità e una dolcezza a cui non siamo abituati, in questi tempi di machismo italico e finta trascuratezza ItPop. 2640 è la faccia intelligente del pop nostrano.

 

Charles Bradley – Black Velvet

Fonte: bandcamp.com

Uscito a un anno dalla morte di Charles Bradley, Black Velvet non è il classico album postumo, accozzaglia senza filo logico di registrazioni mai utilizzate e di brani ancora allo stato grezzo. Black Velvet non suona come un’operazione commerciale, ma come un omaggio del produttore Thomas Brenneck, che è riuscito a vedere Charles, the screaming eagle of soul, spogliarsi a poco a poco delle vesti di impersonificatore di James Brown. Black Velvet è infatti il nome con cui Charles si faceva chiamare quando cantava per essere qualcun altro, non sé stesso. La sensibilità di un uomo che ha passato la vita a mettersi nei panni degli altri non poteva che toccare tutti coloro che, anche se per pochissimo (Bradley ha pubblicato il suo primo album nel 2011, a 62 anni), hanno potuto lavorare con lui.

 

felicita – hej!

Fonte: boomkat.com

L’album di debutto del producer polacco felicita è un terreno brullo sotto dei tralicci nella periferia di una grande città; è un incubo della nostra infanzia, una ninna nanna sinistra di cui non conosciamo il significato, ma che significa “casa”; è apertura, scoperta di nuove culture, anche se felicita ci tiene a specificare che hej! non è un tributo alla cultura folk del suo paese, genericamente poco cool. Infatti in hej! non c’è solo il passato da tenersi stretto in virtù di chissà cosa, ma anche il futuro, rappresentato dall’etichetta PC Music. Sotto PC Music sono passati i migliori artisti degli ultimi anni: magari non avranno un’identità di genere definita, magari non riempiranno stadi, magari la loro elettronica non sarà ballabile, ma accidenti come sono interpreti del nostro tempo! Meno male che PC Music c’è.

 

Achille Lauro – Pour L’Amour

Fonte: rapburger.com

Non è dato sapere con certezza se Achille Lauro sia stato designato dagli dèi come colui che riporterà lustro alla categoria dei trapper, strani fenomeni senza storia e coscienza, che in Italia sono solamenti dei meri ripetitori di sonorità stelle e strisce. Non sappiamo se la sua partecipazione al prossimo Festival di Sanremo sia solo un contentino datoci dai matusa per alzare la quota young dei Big (la quota femminile rimane la stessa, anche se il numero dei concorrenti è aumentato quest’anno – e vabbè). Sappiamo solamente che la samba trap di Pour L’Amour è un gioiello di sperimentalismo e di delirio microdosato come non se ne ascoltava da anni. Finalmente qualcosa di veramente nuovo.

 

Sophie – Oil of Every Pearl’s Un-Insides

Fonte: bandcamp.com

La difficoltà nel definire il lavoro di Sophie non è dettata dalla natura fluida della identità dell’artista, della scuderia di PC Music: se un artista trans sta attuando un passaggio verso un altro stadio, la sua musica può risentirne? A giudicare dalle innumerevoli vocalist e dalle distorsioni che costellano Oil of Every Pearl’s Un-Insides, sembra che Sophie voglia dimostrarci che il motore della creatività è proprio l’assenza, il nascondersi (un po’ come Charli XCX nel suo ultimo mixtape, o come lo stesso Charles Bradley nei panni di James Brown), fino alla dissoluzione di sé.

 

Flaminia Zacchilli

Cardi B – Invasion Of Privacy

Fonte: amazon.com

La rapper del momento debutta con un album vivace, completo, che non ha nulla da invidiare a quelli delle colleghe più stagionate. Come la sua cover, il debutto di Belcalis Almanzar è chiassoso e notevole, colmo di canzoni memorabili che si insinuano con grazia e assertività nella testa dell’ascoltatore. Dietro al microfono, Cardi B si presenta come una potenza, e presenta una carica di energia gradita e rinfrescante in un panorama rap spesso dominato da atmosfere letargiche e fumose. Di spicco è il singolo I Like It, tributo affettuoso alle origini latinoamericane della cantante, che riprende il ritornello del classico I Like It Like That del 1967, che tutti abbiamo cantato almeno una volta quest’anno. Se Bodak Yellow non è bastato a indicare che questa ragazza ha un futuro nel rap, questo album lo sarà senz’altro – e in una scena rap sempre più maschilista e monotona rappresenta una boccata d’aria fresca e saporita.

 

Estelle – Lovers Rock

Fonte: amazon.com

La regina dell’R&B britannico non ha perso smalto dal suo ultimo album, risalente al lontano 2015, e si presenta radiosa e sorridente sulla copertina del suo quinto disco. Gli Innamorati Spaccano: così si presenta agli ascoltatori, e l’impressione iniziale è mantenuta per tutta la sua durata. L’album si fa notare anzitutto per la sua vivacità e la sua strumentazione tradizionale, senza risultare sguaiato e inelegante. Sarebbe strano, qualcosa del genere, nelle mani di Estelle. Le riflessioni sull’amore della cantante sono umane e credibili, senza artifici né licenze poetiche in eccesso. Lovers Rock è un album gentile, confezionato da mani attente, che si presenta all’ascoltatore senza orpelli. Per chi sente la mancanza di una classica canzone d’amore, si consiglia senz’altro di provare. Se il duetto So Easy con Luke James non basta a strappare un sorriso, nulla può.

 

Teddy<3 – LillyAnna

Fonte: sacksco.com

Negli anni 2000 Teddy Geiger era un discreto cantautore specializzato in pop acustico alla chitarra. Negli anni 2010 la ora cantante synthpop Teddy<3 è vicina a fare la storia: la canzone In My Blood di Shawn Mendes, scritta dalla cantante, è nominata come canzone dell’anno ai Grammy Awards del 2019, e la sua vittoria farebbe di Geiger la prima donna transgender a compiere un discorso d’accettazione alla cerimonia. Con simili credenziali, nessuna sorpresa che il suo LillyAnna sia così eccellente. Geiger continua a lavorare nei confini del genere che le si confà, e la chitarra acustica rimane lo strumento favorito, ma le aggiunte elettroniche e blues arricchiscono il sound tradizionale della cantautrice di note noir e misteriose. LillyAnna è un must listen per gli amanti della musica alternativa, e i fan nostalgici dei suoi vecchi successi sono invitati parimenti a scoprirlo.

 

Janelle Monae – Dirty Computer

Fonte: amazon.com

Nessuna lista dei migliori album dell’anno potrebbe dirsi completa senza un’apparizione del capolavoro di Janelle Monae. La visionaria vocalist di Kansas City si supera con un album sfaccettato, spavaldo, allo stesso tempo artistico e smaccatamente pop. Janelle Monae è ormai una star fatta e finita, dalla presenza scenica irresistibile e dalla versatilità sfrenata, capace di passare dalle atmosfere ammiccanti e vellutate della magnifica PYNK al flow veloce, martellante, ma perfettamente sotto controllo, dell’esplosiva Django Jane. Le atmosfere fantascientifiche, tanto care alla Monae dai tempi del suo debutto con The Archandroid, ci sono tutte, e l’elettronica è diffusa con equilibrio ed eleganza per tutta la durata del disco. Ci sono tematiche forti, che la cantante ha vissuto da vicino, di discriminazione di stampo razzista, sessista e omofobo; c’è l’esplorazione di sé, il coraggio, il senso di libertà e l’orgoglio di sé: con un album così, nessuna sorpresa che sia orgogliosa di sé stessa.

 

Deva Mahal – Run Deep

Fonte: amazon.com

La mancanza di attenzione mediatica ricevuta dalla figlia del leggendario Taj Mahal è agghiacciante. Run Deep è solo l’album di debutto di Deva Mahal, ma contiene tanto di quel talento da renderlo degno di prevalere persino sulle colleghe più stagionate che hanno popolato quest’anno musicale. La Mahal è dotata di una voce ipnotica, carezzevole, traboccante di carisma, e ogni singola canzone contenuta in Run Deep è meritevole di essere ascoltata almeno una volta. Il sound è completo e ricco di atmosfera, e la potente voce della Mahal regge perfettamente mentre declama i suoi testi introspettivi ed evocativi, e le sue chiamate ad amore e speranza. Run Deep è per tutti: per i tradizionalisti e gli innovatori, per gli amanti dell’elettronica e degli strumenti, per gli amanti della musica vivace e per gli amanti delle ballate, per i fan di Kelly Rowland e quelli degli Alabama Shakes. È un disco perfettamente equilibrato, raffinato, romantico e introspettivo. Nonostante la sua vita in sordina, è assolutamente da non perdere.