Da un paio di giorni si rincorrono le voci di un possibile concerto a Woodstock nella prossima estate, quella del cinquantesimo anniversario dal leggendario evento che nel 1969 ha incarnato l’essenza stessa di una rivoluzione culturale, politica e musicale.

La locandina del festival

L’evento, denominato in maniera molto poco accattivante “An Aquarian Exposition: 3 Days of Peace & Music”, venne organizzato nei dintorni della cittadina di Woodstock e, seppure fosse inizialmente previsto il pagamento di un biglietto, l’incredibile richiesta di tagliandi fece cambiare idea agli organizzatori, che lo resero gratuito. Già nei giorni precedenti al festival, da tutti gli Stati Uniti centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi si riversarono nella zona, bloccando le strade e superando di gran lunga il numero previsto dagli organizzatori, che non si aspettavano più di 100.000 presenze (si parla, invece, di più di 500.000 partecipanti).

Di fatto, nonostante i giornali nazionali volessero preconcettualmente descriverlo in maniera sprezzante, come un covo di drogati che mettevano a repentaglio la sicurezza della zona, l’atmosfera che si venne a creare – pacifica, solidale, libera – rese impossibile ai pochi giornalisti sul posto creare strumentalizzazioni: per tre giorni e mezzo quel prato di Bethel divenne l’esempio di una convivenza pacifica, di cooperazione, riuscendo a non far sfociare in tragedia una condizione di sovraffollamento e difficoltà logistiche davvero incredibili. Questo, prima ancora della musica, assoluta protagonista, è il punto principale da tenere in considerazione quando si pensa a questo evento.

La folla a Bethel

La musica, dicevamo; e per tornare all’attualità è forse proprio di lei che dovremmo parlare. A Woodstock parteciparono un gran numero di artisti che erano già o divennero, anche grazie a quell’esperienza, vere e proprie leggende del rock. Proviamo adesso ad immaginare una line-up di un concerto del genere al giorno d’oggi. Pensiamo all’atmosfera, alla condivisione, anche allo spessore politico di quell’evento e chiudiamo gli occhi. Quali nomi ci vengono in mente? Esatto: probabilmente nessuno.

Ma, attenzione, non è una considerazione nostalgica e disillusa su come il rock sia morto, nessuno suoni più la chitarra o si faccia crescere i capelli: sarebbe superficiale e anche un po’ semplicistico. Il punto è che quel concerto è stato il culmine di un’epoca che ha fatto da incubatrice per molto di quello che è successo nella musica in seguito: un’epoca che ha significato maggiori libertà anche in campo musicale, nata da una combinazione di fattori evidentemente irripetibili né ad oggi e né mai. Va al di là di ogni dubbio, quindi, che l’ipotetico concerto commemorativo non voglia indossare i panni del leggendario Woodstock, ma sia piuttosto una trovata commerciale e dall’appeal mediatico non indifferente (non siamo, dopotutto, qui a scriverne anche noi?). Eppure ci offre qualche spunto di riflessione su quel che è stato il festival, su dove sia finito il rock di una volta e se abbia senso cercarlo ancora.

La folla a Glastonbury

Innanzitutto, il suo lascito più grande è stato probabilmente insegnare e praticare il valore aggregante della musica, capace di riunire le persone e far loro condividere esperienze, allenarle all’empatia, se vogliamo: perché i festival possono e sanno unire come pochissimi altri eventi. In questo l’eredità di Woodstock si ritrova in ogni festival propriamente detto (ce ne sono molti altri che abusano un po’ della definizione…), dal Glastonbury al Primavera Sound, da Ypsigrock al Siren: coincide non solo con una sospensione dalla quotidianità, ma – come già l’evento del ’69 – offre spunti inediti sullo stare insieme, nuove prospettive non solo sulla musica ma sulla stessa società.

Esaurita la spinta innovativa di quell’epoca, dispersa in un reticolo di derivazioni, il rock degli anni ’60 è rimasto nonostante tutto una sorta di big bang per la musica degli ultimi decenni del novecento. In molti si domandano se esista ancora, quali eredi possiamo identificare come degni figli e prosecutori di quella tradizione, ma è un approccio che non può che rivelarsi deludente: siamo diversi noi, è diverso il mondo, sono successe tante altre cose.

Quel che però resta è la forza insieme distruttiva e creatrice di quegli anni, capace di modificare – in musica come nella società – schemi più o meno rigidi, proporre innumerevoli nuove strade, allargare orizzonti. E questa forza, al di là di ogni rievocazione, è quel che davvero bisognerebbe ricordare e ricercare, tenendo presente che non avrà la stessa forma e gli stessi contorni di cinquant’anni fa, ma che può nascere ancora per cercare di delineare un mondo un po’ migliore.

© riproduzione riservata