Lacrime, esplosioni di gioia incontrollata, nostalgia dei tempi andati e un pogo incontentenibile in zona parterre sono stati gli ingredienti principali di un live a dir poco memorabile come quello del 12 aprile al Paladozza di Bologna, una serata in cui quei maledetti toscani degli Zen Circus di Andrea Appino ci hanno regalato rarissime emozioni in occasione della celebrazione del decennale dal loro LP cardine, nonché loro consacrazione assoluta nel panorama di casa nostra, Andate tutti affanculo del 2009. E noi ci siamo andati a braccetto con loro, avvolti nel turbinio serrato di una scaletta improntata sotto il segno dell’amarcord più assoluto e costellata di ospiti di prim’ordine che vi sveleremo nel corso di questo live report.

L’attesissimo sold out indoor nel capoluogo felsineo ci ha portato a ripercorrere con Appino e soci vent’anni di onorata carriera portata avanti senza se e senza ma: ciò che è andato in scena durante le due ore incalzanti di questo live celebrativo è la sostanza di un percorso simbiotico e familiare costituito dal legame più che fraterno fra i suoi membri e di tutto ciò che ha gravitato attorno a loro in questo ventennale, ciò che li ha portati fino a qui legittimandoli tra i principali protagonisti della scena alternativa del Bel Paese. Un intero palasport era lì ai loro piedi: una moltitudine di fedelissimi presente per augurare alla band toscana ancora lunga vita e per cantare con voce unanime tutta la propria devozione ad una formazione che per nostra immensa fortuna ancora non smette di avere tanto da dirci.

Banner dell’evento del 12 aprile al Paladozza di Bologna. Fonte: ZenCircus.it

Il concerto, che ha presentato come unica consistente pecca quella di avere una gestione del suono ai limiti del discutibile, una pecca che possiamo confermarvi dalla nostra posizione nel parterre, si apre con una dinamitarda Gente di Merdache ci catapulta a ritroso in quel famigerato 2009, l’anno in cui gli Zen si affrancarono definitivamente dal circuito di nicchia dell’indipendente italiano. Si alternano di seguito La terza guerra mondiale e l’emotivamente coinvolgente Catene, brano in cui i rapporti familiari da sempre presenti nei testi appiniani la fanno da padrone senza mezzi termini. Con questo pezzo, caro Appino, ti abbiamo confermato anche noi come tua madre che sei stato il nostro più bel regalo di Natale da quel 23 dicembre 1978. Non voglio ballare ci commuove e ci avvolge tirandoci fuori già qualche lacrimuccia, conducendoci per mano verso la successiva Vent’anni, estratta da Villa Inferno, album del 2008 prodotto dal bassista statunitense leader dei Violent Femmes Brian Ritchie, dove si palesa un altro tema caro al nostro Andrea, la condizione operaria, a testimoniare il suo background di provenienza che non lo ha mai abbandonato.

Gli Zen Circus in uno scatto di Ilaria Magliocchetti Lombi. Fonte: Big Time – Ufficio Stampa per la Musica. Credits: Ilaria Magliocchetti Lombi

L’acme del live comincia a palesarsi con la successione della trinità testuale e compositiva degli Zen: Il fuoco in una stanza, l’ormai più che iconica Andate tutti affanculoseguite da quello che potremmo definire il manifesto dell’inadeguatezza tutta al femminile, la fondamentale Ilenia. Ilenia scatena gli animi e i corpi, il Paladozza si accende e divampa: in quel momento il pubblico è un tutt’uno con la band in una sinergia coesiva che abbatte il confine, con loro già labile per definizione, tra il palco e degli astanti esponenzialmente sempre più carichi e coinvolti. Dopo la Teoria delle Siringhe, arriva il loro primo ospite, lo zio Giorgio Canali, che con la sua attitudine proverbiale performa con la band una splendida versione di Vecchi senza esperienzacominciano così a questo punto ad alternarsi sul palco gli amici e colleghi di una vita, per accompagnare Appino, Ufo, Karim e Pellegrini in questo viaggio di una notte lunga vent’anni.

La festa prosegue con uno dei momenti più alti dell’intera festa del Circo Zen, la presenza di quell’eterna ragazzina di mamma Nada in una forma a dir poco smagliante: Vuoti a perdere in versione live si conferma come uno dei brani forse meglio riusciti dell’intero evento, con una Malanima che non risente per nulla delle sue decadi carrieristiche. Figlio di puttana sancisce invece il turno dell’amico Dente, traccia che con questo guest rende ancora più corali frasi ormai entrate come dei veri e propri slogan nel lessico degli adepti del Circo Zen come e fra un MS e l’altra se n’è andata la mia infanzia, espressione urlata a squarciagola da tutta l’eterogenea famiglia del Paladozza.

Gli Zen Circus in uno scatto di Ilaria Magliocchetti Lombi. Fonte: Big Time – Ufficio Stampa per la Musica. Credits: Ilaria Magliocchetti Lombi

Il live prosegue e il ritmo accelerato della performance si placa con la traccia di chiusura di Andate tutti affanculo, un brano che ci lascia dimenticare di essere in prossimità delle festività pasquali e ci trasporta in presa diretta in un’atmosfera natalizia impregnata di malinconia e precarietà. Augurando all’intero palazzetto buon Natale a tutti!, Appino introduce così la ballad più dimessa della band, Canzone di Natale, accompagnata dal siparietto di Abdul, lo spacciatore altrimenti noto come il boss del Natale, performato da Ufo e Karim in un’atmosfera intima e raccolta illuminata dalle torce degli smartphone del pubblico presente.

Nel frattempo la band si impegna a ricordarci che siamo tutti Nati per subire prima di veder salire sul palco in successione la migliore band del panorama rock italiano a detta del quartetto pisano, I Tre Allegri Ragazzi Morti con l’energia dirompente della loro Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll ed il compagno di sempre Motta, artista, fin dagli esordi, al fianco degli Zen (non dimentichiamoci che l’album d’esordio insieme ai Criminal Jokers, la band in cui militava prima di intraprendere la carriera come solista insieme all’attuale chitarrista del Circo Zen Francesco Pellegrini, fu prodotto proprio da Appino in persona) nell’atto di regalarci la sua ottima interpretazione di Fino a spaccarti due o tre denti.

Gli Zen Circus in uno scatto di Ilaria Magliocchetti Lombi. Fonte: Big Time – Ufficio Stampa per la Musica. Credits: Ilaria Magliocchetti Lombi

Ci avviciniamo sempre di più alla coda finale di questa festività rock in piena regola, e a caratterizzare la parte terminale di questa ricorrenza è il prodotto della loro esperienza sanremese, L’amore è una dittatura, l’ouverture di un nuovo capitolo degli Zen della maturità. L’esplosione detona con le due tracce finali, scandita la seconda in particolare da un pogo da cervicale assicurata per le successive settimane: Appino & co. scelgono di chiudere la circolarità della loro ricorrenza con la struggente atmosfera di L’anima non conta e con Viva: l’incalzante e ossessiva ripetizione dell’espressione vivi si muore si definisce e si consacra così definitivamente come il leitmotiv della band stessa, ad anticipare il percorso live che li accompagnerà nei prossimi mesi per la promozione della loro prima raccolta Vivi si muore 1999-2009 che ci permetterà di gustarli live nel periodo estivo per proseguire con tutti i festeggiamenti del caso andandocene tutti appassionatamente affanculo insieme a loro.

Questa la scaletta del live al Paladozza di Bologna:

– Gente di merda
– La terza guerra mondiale
– Catene
– Vent’anni
– Non voglio ballare
– Il nulla
– Il fuoco in una stanza
– Andate tutti affanculo
– Ilenia
– La teoria delle stringhe
– Vecchi senza esperienza (con Giorgio Canali)
– Zingara
– I qualunquisti
– Vuoti a perdere” (con Nada)
– Ragazzo eroe
– Pisa merda
– Figlio di puttana” (con Dente)
– Canzone di Natale
– L’egoista
– Nati per subire
– Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll (con i Tre Allegri Ragazzi Morti)
– Fino a spaccarti due o tre denti (con Motta)
– L’amore è una dittatura
– L’anima non conta
– Viva