È da diversi anni ormai che la scena musicale nord-europea è scesa come una perturbazione artica sulle nostre teste mediterranee. Capostipiti sono stati Björk ed i Sigur Ròs, i quali a cavallo tra vecchio e nuovo millennio hanno scoperchiato atmosfere tanto divergenti tra loro quanto accomunate da un’eco misteriosa ed incontaminata decisamente innovativa per i nostri standard.

Non che sia stato amore a prima vista, almeno per il grande pubblico: il gruppo di Rejkjavik ha raggiunto numeri davvero importanti soltanto da qualche anno a questa parte, mentre Björk è pressoché ascesa ad un rango di iconicità superiore, rendendo quasi superflua l’analisi del suo progetto in termini prettamente legati al pubblico. Metteteci poi i Kings of Convenience, ricordatevi degli Of Monsters and Men e avrete un quadro molto generale ma immediato di quanto in alto si sia saputo spingere questo geyser musicale nordico.

Non solo Islanda, quindi (la terra d’origine della band post-rock e dell’eclettica sperimentatrice), ma anche scandinavia: proprio da qui è arrivata per la prima volta in tour in Italia Aurora Aksnes, piccolo gioiellino emerso dai boschi della Norvegia. L’avevamo incrociata anche quest’estate, ad Ypsigrock, ma l’occasione di vederla nel suo habitat naturale, durante una data soltanto sua, sembrava interessante anche per tastare il polso al suo pubblico e scoprirla in una dimensione più autonoma. In effetti durante il festival siciliano, a parte un – tutto sommato sparuto – gruppo di accaniti fan, non erano stati molti dei suoi ammiratori italiani a seguirla. Le tre date di questo inizio 2019 hanno permesso loro di entrare finalmente in contatto con questa creatura quasi fiabesca tanto da sembrare uscita da una foresta o dalla tundra.

Al Magnolia di Milano è un pigro lunedì sera quello che accoglie sul palco la ventiduenne norvegese. Per molti tra il pubblico l’emozione è visivamente palpabile perché – e ci sarà modo di testimoniarlo durante tutto il concerto – il legame che li avvicina alla cantante è profondo e ha la forma di un affetto sincero. Lei, da parte sua, dal primo istante in cui arriva in scena accende un sorriso che non sveste più: la genuinità e l’innocenza sono caratteristiche sulle quali ha fondato il proprio successo. Lo show inizia con un brano dall’ultimo EP Infections of a Different Kind, Churchyard seguito da uno dei primi singoli, Under Stars.

L’interno del Magnolia.
© Elisa Rossi

Negli ultimi due anni Aurora ha presentato più di dieci nuovi pezzi, dei quali soltanto sette sono stati inseriti nell’EP uscito a settembre; sicuramente, però, ben presto tornerà sulle scene con un nuovo album. La sua, dopotutto, è una vena artistica molto prolifica, caratterizzata da una scrittura che punta ad indagare l’animo umano e le sue contraddizioni, la sua sensibilità, le sue debolezze.

Quando per la prima volta, tra un brano e l’altro, si ferma e si lascia trasportare dai suoi flussi di coscienza, il pubblico rimane per qualche istante disorientato, quasi incredulo della sua stramberia: davvero è sempre così? Non è soltanto un personaggio che si è cucita addosso? A ben guardare, sembrerebbe proprio di no: l’aria sognante che la circonda, i discorsi strampalati (qui sotto ne trovate un ottimo esempio direttamente dal suo account twitter) le sue facce buffe la rendono una sorta di grillo parlante un po’ pazzo che arriva al cuore delle cose e delle persone facendo strade imprevedibili o dichiarazioni disarmanti (come quando commenta l’odore delle proprie ascelle e si compiace di essersi potuta fare una doccia: ma non è questo, in fondo, un ingenuo invito a saper godere – anche – delle piccole cose?)

La scaletta scorre via veloce tra inediti (In Bottles, The Seed), brani inseriti nell’ultimo disco (All is Soft Inside, Forgotten Love, Queendom) e i pezzi forti che l’hanno consacrata a livello mondiale (Runaway, Running With the Wolves, Murder Song). Aurora è un animale da palcoscenico, ma atipico: durante le canzoni si lascia trasportare dalla musica e dalle proprie liriche (che esegue sempre impeccabilmente, come già avevamo notato anche l’estate scorsa), trascinando con sé il pubblico a spasso per uno sfaccettato spettro di emozioni; quando, invece, si ritrova a parlare tra un pezzo e l’altro, il pubblico la ascolta in un silenzio intimo, interagendo con lei fino perfino ad una “pausa” per la consegna di lettere e regali.

Non si può dire che la ragazza dal vivo ci sappia fare, se lo intendiamo nell’accezione canonica del termine: nessun tentativo di incitare il pubblico, nemmeno l’ombra di un ammicco o la ricerca di coinvolgerlo ad ogni costo; tuttavia la sua capacità sta proprio in questo essere atipica, fragile, impacciata ed un po’ imperfetta nei modi. Riesce al tempo stesso ad esprimere sia le sue debolezze sia la propria forza, caratteristiche con le quali si identifica il suo pubblico.

Fin da quand’era piccola le sue sorelle, Miranda e Viktoria, temevano che venisse presa in giro ed emarginata per la sua stravaganza; diventando famosa Aurora ha senz’altro contribuito anche a dimostrare come la diversità sia la vera ricchezza del genere umano, offrendo al pubblico, attraverso la sua musica, una valvola di sfogo (e, perché no?, di lotta) contro le difficoltà di tutti i giorni e gli inquadramenti sociali. Non è un caso, quindi, che nell’ultimo lavoro tratti anche temi che riguardano il movimento LGBT.

Se, come sarà, la musica vedrà le donne sempre più protagoniste nei prossimi anni, è molto probabile che Aurora si ritagli un ruolo di spicco: per il momento, sta sicuramente contribuendo a tracciare nuove strade.

 

 

Foto di copertina © Mauro Bonomo