Ex-tossicodipendente, hare krishna, ponteggiatore, sopravvissuto, essere di luce: queste sono le mille facce di un solo straordinario uomo che ieri sera ci ha regalato un live tanto intimo quanto dinamico nella cornice indoor dello storico Monk di Roma. Stiamo parlando di Stefano Rampoldi in arte Edda, l’imprescindibile leader dei Ritmo Tribale fino al 1996 (anno del fondamentale Psycorsonica) nonché artista per noi definibile come il Lazzaro/Re Mida della scena alternativa italiana, che ha portato sul palco romano la sua storia solista dall’inaspettato esordio con Semper Biot (2009) fino all’ultimissimo lavoro Fru Fru, uscito lo scorso 22 febbraio per la Woodworm Label.

Per deformazione ai concerti spesso si arriva vergognosamente presto: e così approfittiamo dell’occasione per drizzare un po’ l’orecchio ed ascoltare pillole di vita e qualche commento a caldo, tra un sorso di chiara e l’altro, partoriti dai nostri compagni di viaggio in relazione al caro Edda e a Fru Fru nel caso specifico, quest’ultimo album dalle venature incredibilmente funky che si scioglie in bocca come il wafer spezzato della sua copertina perfettamente naïf. Ed ecco che si aprono di fronte a noi le visioni impressionistiche generate da racconti ignari di essere ascoltati, come quelli della coppia di quarantenni che ripercorre dieci anni d’esistenza insieme scanditi dai live e dalle parole di Rampoldi, rendendoci così ascoltatori inconsapevoli di aneddoti sparsi così pregni del loro amore nato sotto il segno di Edda.

Stefano Rampoldi in arte Edda in uno scatto di Elena Agnoletti. Fonte: XL Repubblica. Credits: Elena Agnoletti

Le opinioni riferite al suo ultimo progetto discografico invece si sprecano, e appaiono perfettamente coerenti con la nostra idea di base fissatasi dal giorno della sua uscita. Fru Fru al primo ascolto appare per certi versi destabilizzante alle orecchie dei suoi adepti, lontano per ritmiche e contenuti dai suoi predecessori e dalla loro visceralità abissale: si tratta però solo di pura apparenza, perché l’anima di Stefano si sente forte e chiara anche in questo caso.

Dall’apertura con l’irriverente E se fino alla sua chiusura con Ovidio e Orazio ci troviamo davanti il manifesto dell’autodeterminazione definitiva di Stefano Rampoldi: non voglio piacere, voglio solo farvi immergere nel mio flusso estemporaneo di vampe ed impressioni in un modo solo mio. E con questa consapevolezza entriamo in una sala curiosamente vuota allo scoccare delle ventidue post meridiane, guardandoci intorno stupiti ripetendoci in testa una delle frasi di Arrivederci a Roma, brano contenuto in Graziosa Utopia (2017), album che per noi è forse il picco massimo della creatività eddiana e della sua produzione: A Roma nessuno sa chi sono, aò, però beati loro. Con questo refrain nella testa siamo pronti ad immergersi nell’universo complesso di Edda Rampoldi, pensando davvero che gli assenti siano davvero completamente ignari dello spettacolo che si stanno per perdere e alla nostra conseguente fortuna nel potercelo godere in massima tranquillità.

Fru Fru, l’ultimo album di Edda. Fonte: Impatto Sonora

Il live si apre con Vela Bianca, quinta traccia dell’ultimo album, e buttando nel frattempo un occhio alle nostre spalle notiamo con sollievo che il pubblico romano non è così ottuso come temevamo in origine: la sala è piena ora, ma mai opprimente, un po’ come le tracce cariche dell’energia altamente spirituale del nostro Stefano. Siamo pronti davvero ora per immergerci nell’essenza più profonda di uno degli artisti cardine del nostro panorama contemporaneo più alto e raffinato nonostante l’apparenza estetica inganni – e la sua mise anacronistica con tanto di pantaloncino estivo, scarpe da running e felpa della Totip ne è l’esempio.

Si alternano di seguito in un’andatura cadenzata e serrata ben altri diciotto brani, interrotti solo sporadicamente da quelle chicche rampoldiane da sempre legate a filo doppio all’ambiguità sessuale e al concetto di ibridazione, aspetti costantemente alla base delle poetiche puramente alla Edda. Non scordiamoci infatti della sua forte ed ormai iconica ambivalenza testuale: il riferirsi a sé stesso contemporaneamente sia al maschile che al femminile non è cosa da tutti, essendo sintomo e manifestazione della consapevolezza della dualità del suo io conflittuale che amiamo così tanto. La componente femminea di Rampoldi si manifesta in tutta la sua potenza in alcune tracce specifiche, si veda l’incipit del brano omonimo Edda, in cui il suo falsetto struggente si impadronisce di noi in uno stato di morbida ma insistente tristezza dal valore quasi catartico, dote canora che manifesta l’eccellenza di questo artista nel creare brani che sarebbero adatti solo alle corde vocali di Mina. La sala esplode e si libera invece con Italia Gayper tornare appena due tracce dopo nelle collisioni emozionali dell’intima Spaziale, a nostro avviso capolavoro indiscusso della sua produzione assieme alla successiva Zigulì, che invade il parterre del Monk della sua malinconica potenza.

Edda in uno scatto di Elena Agnoletti. Fonte: XL Repubblica. Credits: Elena Agnoletti

Il bis viene annunciato dalla chiusura della prima parte del live con Benedicimiper ritrovarci poi immersi a sorpresa in una versione in solitaria di Arrivederci a Roma, che, data la location non poteva di certo mancare nonostante non fosse in origine inserita in scaletta generando negli astanti un gaudio commosso con pochi pari negli ultimi tempi. La coda finale vede succedersi Orazio e Ovidio, un’interpretazione di Brunello (Graziosa Utopia, 2017) da lacrime e la detonazione finale con E se, brano cardine di Fru Fru nel suo complesso, che annulla qualsiasi nostro freno inibitorio prima dei ringraziamenti sentiti di uno storicamente riservato Edda. Il live si chiude quindi a mezzanotte e mezza passata, con un pubblico totalmente soddisfatto nel vedere un Edda in una tale forma smagliante e in stato di grazia completa ancora tra noi.

Con Edda ci si commuove, si oltrepassano i limiti, ci si inibisce, si urla, si osa, si sperimentano quei lati repressi e reconditi dell’io che non vogliamo sentire né vedere. Con Stefano Rampoldi insomma si vive, e se non lo conoscete correte ad ascoltarlo perché vi stravolgerà l’esistenza, garantisce Artwave.

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