La serata d’apertura della terza edizione del Firenze Rocks all’Ippodromo del Visarno non potevamo di certo perdercela. Ed infatti eravamo lì, non propriamente sottopalco, immersi tuttavia in un’atmosfera che di rado è possibile sperimentare vista la natura di due degli headliner principali di giovedì 13, gli Smashing Pumpkins di Billy Corgan e i Tool di Maynard James Keenan.

Ci siamo persi la performance dei Fiend, band death metal russa, l’hard rock dei losangelini Badflower, il live dei britannici Skindred nonché quello dei ben più noti Dream Theater data la portata delle file ai disparati ingressi: tuttavia abbiamo più che recuperato la nostra posizione vista la tipologia disarmante delle esibizioni che sono succedute. Talmente perfette e cariche da potersi definire per propria natura intrinseca pressoché indefinibili. Un resoconto della double-combo fatale Smashing Pumpkins-Tool è quindi per noi quanto mai complesso da elaborare, dato che possiamo affermare quanto sia raro assistere ad uno spettacolo di simile calibro. Due live indimenticabili, ve li passiamo in rassegna.

Una veduta dell’ippodromo del Visarno © Francesco Prandoni

The Smashing Pumpkins

Il palco che accoglie i Pumpkins verso le 19:30 di un afoso giovedì di giugno è talmente variopinto, psichedelico e colorato che la band di Corgan e soci, nel pieno del loro reunion tour (D’Arcy Wretzky è tuttavia sempre la grande assente) doveva di certo controbilanciare con una punta della loro atavica cupezza di fondo: ad introdurli on stage è stata infatti l’iconica e quasi minacciosa Sarabande di Händel, adatta a rendere i fantocci alle spalle della band meno rassicuranti di quello che potevano in apparenza sembrare.

Subito l’attenzione dei ben 45.000 spettatori stimati si canalizza sul loro storico leader, Billy Corgan, che ha sfoggiato per l’occasione, quasi a voler sfidare il torrido caldo fiorentino, una mise alla Nosferatu di Murnau discutibile come da recente tradizione. Con tanto di tunica e trucco alla semi-black metal maniera mista ai tempi di Adore (sarà un rimando voluto al fatto che è la prima volta in diciotto anni che vediamo James Iha alla chitarra, Jimmy Chamberlin alla batteria e lo stesso Corgan nuovamente riuniti?), aspetti che tuttavia, vista la qualità indiscutibile della performance finale, gli perdoniamo senza remore.

Proprio la presenza degli altri due padri fondatori è ciò che ha fatto la differenza nel corso di questa performance: ci si è riusciti a catapultare nelle primordiali atmosfere nineties della band fin dal brano d’apertura, Siva (Gish, 1991), seguito poi da Zero (Mellon Collie and The Infinite Sadness, 1995), brano trascinatore di folle della band per antonomasia. Sarà per l’atmosfera di festa, ma ciò che ci circonda nonostante l’adrenalina in purezza dei primi pezzi è una grande calma che si espande dal palco fino ai suoi spettatori. Una sinergia incredibile tra band ed astanti è quella che si è immediatamente creata durante il live della band di Chicago, un’energia quasi ipnotica.

Billy Corgan al Firenze Rocks 2019. © Elena Di Vincenzo

Si passa poi agli Smashing decisamente più maturi e meno allo stato grezzo, con due brani del nuovissimo LP Shiny and Oh So Bright Vol.1, Solara e Knights of Malta, che ci rivelano con questa occasione quanto siano storicamente disabituati alle performance alla luce del sole, come affermato dall’uscita di James Iha It’s so fucking bright!

Dopo l’esecuzione di Eye, contenuta anch’essa in Mellon Collie and the Infinite Sadness, il pubblico del Firenze Rocks si riaccende di colpo: è il turno di Bullet With Butterfly Wings ed il coro del refrain Despite all my rage I am still just a rat in a cage diventa semplicemente universale, saliamo idealmente tutti sul palco insieme a Corgan a sgolarci per eviscerare questa rabbia originaria.

Il momento più alto dell’intera performance è stato per noi tuttavia quello di Disarm, con un Corgan intento ad imbracciare un’acustica bianca con tanto di stella nera. In questo momento non sono stati i nostri corpi a liquefarsi per il caldo, ma la nostra anima a sciogliersi in preda ad una morbida trance che coinvolge noi quanto loro così lontani, ma così intensamente vicini.

Superchrist (Zeitgeist, 2007) anticipa un altro momento immenso dello show, quello che ha per protagonista Ava Adore (Adore, 1998), galvanizzato dallo scendere delle prime ombre della notte toscana, e la seguente e dolcissima 1979 (Mellon Collie and the Infinite Sadness, 1995), per poi procedere con l’esplosione di Cherub Rock, brano di apertura della loro seconda fatica, Siamese Dream.

Ci rendiamo inesorabilmente conto che l’esibizione è agli sgoccioli con l’intensa cover di Wish You Were Here dei Pink Floyd, prima di lasciarci salutare con il gran finale firmato The aeroplane flies high (Turns left, look right) (Mellon Collie and the Infinite Sadness, 1995). Un pò di malinconia per il termine della performance è stato dovuto, ma eravamo tutti ben consapevoli che l’estenuante attesa ormai decennale legata ai Tool nel nostro Paese stava finalmente per finire.

TOOL

Finalmente questo momento è arrivato, pochi di noi ancora ci speravano. Mentre il loro personale Chinese Democracy (perdonate l’associazione, ma le tempistiche lo permettono) continua a subire procrastinazioni non indifferenti, loro sono finalmente davanti a noi in tutto il loro perfetto stato glaciale. Il palco cambia radicalmente, si svuota materialmente caricandosi e riempiendosi di luminarie violacee e plumbee, come anche l’atmosfera intorno a noi: da raccolta si fa serrata, satura, pronta a detonare alla prima nota. L’onda d’urto è dietro l’angolo, e noi non aspettiamo altro che essere travolti da quello tsunami storicamente chiamato Tool.

Chi l’ha definito a posteriori un live freddo e distaccato probabilmente non ha ancora colto l’attitudine primaria di una band del genere, né quello della loro produzione discografica: i live sono una componente alla base della loro stessa idea di band, sperimentati da loro all’interno di una dimensione pressoché sacra e mistica. Il distacco è alla base di ogni rituale, loro sono i sacerdoti, noi gli adepti. Abbiamo assistito certamente ad un live totalizzante, sarà per quest’attesa finalmente soddisfatta dopo dieci anni d’assenza dai nostri palchi, sarà per quest’emozione. No, non solo. Un live riesce a trapassare definitivamente l’anima solo quando rasenta la perfezione, o la raggiunge. E i Tool di giovedì 13 giugno al Ippodromo del Visarno erano in pieno stato di grazia.

Il concerto dei Tool © Francesco Prandoni

La prima cosa che ci colpisce e ci consola è l’avere la conferma di come il puro eclettismo maynardiano sia rimasto immutato nonostante il tempo: il cinquantacinquenne John Maynard Keenan, re indiscusso dell’eccentrismo contemporaneo, si è presentato sul palco del Firenze Rocks sfoggiando un look un pò alla Peter Gabriel in salsa creepy, quanto anche un pò alla Keith Flint senza mai sembrare ridicolo. Nonostante i suoi look e le scelte sceniche come coni d’ombra e barriere fumogene che ai più possono sembrare discutibili, noi ne siamo sempre completamente rapiti. Anche perché per Maynard l’unica cosa che conta è lasciare spazio alla musica e l’ha fatto producendo un risultato impressionante.

La performance si è aperta all’improvviso con le note gonfie e sature di Ænima (“Ænima” 1996), accendendo la miccia del Firenze Rocks. Il pubblico ha continuato la sua ascesa verso i cieli di Maynard con The Pot (“10,000 Days”, 2006) e la seguente, nonché mitica Parabola (“Lateralus”, 2001) che comprime l’energia generatasi sul palco per poi liberarla come il prodotto di una bomba ad orologeria su noi astanti sbigottiti e travolti dalla potenza di una simile performance tra laser e condense di fumo.

A troneggiare sopra di noi è stata la loro iconica stella a sette punte, accompagnata da proiezioni a loop dalle spiccate venature horror, il tutto a creare un mix disturbante, magnetico e dinamitardo che ci ha tenuti incollati per tutta l’esibizione il cui sound sembrava provenire da tutt’altra galassia. Con la nuovissima Descending e la storica Schism (“Lateralus”, 2001) la band dà il meglio di sé, in particolare quel martellatore di Danny Carey alle pelli. Una dose di stricnina dritta al cuore.

Il parterre del Firenze Rocks.  © Guglielmo Meucci

Alcuni brani vengono distorti nella loro natura, dilatati nella durata come la neonata Invincible, per poi passare a strutture più concentrate come Sweat (“Opiate”, 1992), Jambi (“10,000 Days”, 2006) e la delirante 46+2 (“Ænima”, 1996). Il momento dedicato a Vicarious (“10,000 Days”, 2006) fa tremare la terra sotto i nostri piedi, mentre il gran finale con Stinkfist (“Ænima”, 1996) dal più puro misticismo ci getta senza paracadute nuovamente nel nostro universo empirico, lasciandoci stravolti.

L’esibizione finisce in tronco, ma va bene così: ce ne andiamo disturbati e pieni, completamente ammantati dalla magia di questa performance indimenticabile, un’esperienza extracorporea delle più complete mai concepibili per la mente umana.

 

Immagine di copertina: © Francesco Prandoni.
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