Tra i dischi che un appassionato di musica deve possedere, questo sicuramente non può mancare. Si può essere amanti della musica classica, del pop o del rap, ma Highway to hell non può non essere ascoltato almeno una volta nella vita. Sono passati ben quarant’anni da quando dei ragazzi in divisa scolastica, gilet di jeans, capelli lunghi, voce graffiante e tanta, anzi, tantissima carica, cantavano la title track del disco che per loro rappresentò la svolta con la “s” maiuscola. Il sesto album in studio degli AC/DC, uscito nel 1979 dopo una serie di successi ottenuti solo in patria australiana, è quello che ha lanciato la band oltre i confini della loro bellissima terra e li ha finalmente fatti conoscere al mondo intero. Highway to hell non è solo il disco che insieme a Back in Black ha rappresentato l’apice del loro successo, ma è anche tanto altro. L’album, secondo le leggende che aleggiano intorno a questo gruppo, prende il nome da una definizione che Angus Young diede su cosa fosse la vita da palcoscenico: “It’s a fuckin’ highway to hell”. È l’ultimo progetto dell’“era Bon Scott” che terminò tragicamente quando la voce del gruppo fu trovata morta a Londra, solo un anno dopo il grande successo del disco. È l’album che ha fatto entrare la band australiana, per la prima volta, nella top 20 inglese e statunitense, ottenendo dischi d’oro e di platino in tutto il mondo, ma è soprattutto uno di quei pochi casi di long seller. Insomma, questo disco è un po’ Il giovane Holden della musica. La title track è forse tra le più coverizzate e lo è in tutte le salse e i generi possibili: si va da nomi come Bruce Springsteen ai Maroon 5, da Carla Bruni a Marilyn Manson. Per la prima volta la versione australiana dell’album era uguale a quella mondiale e, sempre per la prima volta, si dava precedenza all’uscita dell’album fuori dai confini del suo territorio d’origine. Infatti, se è vero che il nome del gruppo non suonasse nuovo in Australia e in Europa e che con i loro cinque album all’attivo gli AC/DC si fossero fatti conoscere e apprezzare in queste zone, è anche vero che in altri paesi il gruppo non aveva avuto lo stesso successo. La band, infatti, non era riuscita a conquistare ancora quella fetta di mondo che comprendeva gli Stati Uniti. L’etichetta chiedeva alla band un disco in grado non solo di scalare le classifiche, ma di farlo in un modo che tutti lo avrebbero ricordato. A correre in soccorso della band arrivò Robert John “Mutt” Lange, il produttore che sostituì a malincuore uno dei fratelli Young. I ritmi di lavoro della band cambiarono decisamente: Mutt costrinse gli AC/DC a ben quindici ore in studio, un record per un gruppo abituato a registrare un disco in sole due settimane. Dopo ben tre mesi, il disco vide la luce e invase gli scaffali di tutti i negozi musicali. La prima canzone ad essere registrata fu proprio la title track dell’album, che mette in chiaro una cosa sin dai primi minuti: non si poteva scegliere canzone migliore per aprire un album creato per rimanere eterno.

Highway to hell ci indica subito dove quell’autostrada per l’inferno ci porterà. Per arrivare a destinazione, percorreremo tante strade. La più battuta è sicuramente quella dell’hard rock conIf You Want Blood (You’ve Got It) e Walk All Over You, ma poi, insieme alla band, svoltiamo verso brani dove la mano del produttore è più che evidente. Tra questi, Get It Hot e Shot Down In Flames, dove Lange decise di lasciar fare a Scott un grido dei suoi alla fine della traccia. Gli ingredienti per un disco alla sex, drugs and rock’n roll ci sono tutti. Ci sono donne forti, affascinanti, quelle che conducono i giochi d’amore e che fanno cadere gli uomini ai loro piedi, come in Girls got rhythm. Ci sono le donne a metà tra veneri e sirene pronte a sfoderare gli artigli, quelle da far pronunciare, nel bel mezzo di Touch too Much, “This damn woman’s gonna drive me insane”. Questo è sicuramente uno dei brani più riusciti dell’album: testo diretto, tanta sensualità e, dal punto di vista musicale, un basso e una batteria che si alternano a una chitarra, che proprio sul ritornello entra con un riff difficile da dimenticare.

A chiudere questo bellissimo album c’è una canzone che è forse musicalmente esattamente l’opposto di quella che lo apre. Più malinconica e meno gridata, Night Prowler diventò famosa non solo perché faceva parte di Highway to hell, ma perché fu la preferita di un famoso serial killer. Richard Ramirez, soprannominato Night Stalker, uccise in pochi mesi ben quattordici persone e in molte scene del delitto lasciò un cappellino della sua band preferita, di cui indossava la maglietta anche nel momento della cattura. A distanza di quarant’anni, Highway to hell non è stato dimenticato neanche un po’, e a rinfrescare la memoria è arrivata un’edizione speciale dell’album uscita il 27 luglio. Così come l’album è ancora sulla cresta dell’onda, anche la band non ha alcuna intenzione di fermarsi dopo il tour del 2016 con Axl Rose. Infatti, insieme a Brian Johnson, il gruppo tornerà a calcare i palchi di tutto il mondo con un nuovo album. Insomma, non è ancora arrivato il momento per gli AC/DC di fermarsi, e continueremo insieme a loro a percorrere l’autostrada per l’inferno, quella che li ha resi famosi in tutto il mondo.

Immagine di copertina: sito ufficiale AC/DC
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