Ci sono band che sembrano riuscire a piegarsi alle volontà del mercato, che scelgono di vendersi in favore di maggiore visibilità scardinando la loro natura nel tempo. Questo è ciò che non è accaduto ai Massimo Volume, fedeli alla loro personalissima linea fino al midollo. È questa loro radicata coerenza di fondo che abbiamo potuto toccare con mano venerdì primo marzo all’Auditorium Parco della Musica di Roma in occasione della presentazione live del loro ultimo mastodontico lavoro, Il Nuotatore.

La scelta della location, l’intima e raccolta Sala Petrassi, ha di certo contribuito a nostro avviso ad esaltare il pathos (caratteristica generalmente intrinseca di ogni loro apparizione live) dell’intera performance, che si è rivelata fin dal suo incipit di un penetrante con pochi precedenti nel panorama nostrano. Possiamo affermare questo soprattutto se parliamo, come in questo caso specifico, di uno dei principali pilastri della scena alternativa di casa nostra nel mettere in atto una vera e propria rivoluzione interna per inaugurare il proprio ritorno sulle scene a sei anni di distanza da Aspettando i Barbari. L’organico si è infatti concentrato all’interno nucleo focale della band, il dinamitardo trio formato dalla vocalità ruvida e dal basso incalzante di Emidio Clementi, dalle ritmiche serrate di Vittoria Burattini e dalla maestria chitarristica di Egle Sommacal, una triangolazione elementare arricchitasi per l’occasione con gli interventi della Jazzmaster minimale di Sara Ardizzoni, membro dei Pazi Mine e Dagger Moth.

Il live che ci proponiamo quindi di raccontarvi è di natura puramente esistenziale, una performance essenzialmente cupa ma piena nella sua voracità. Insomma, emotivamente destabilizzante come da sempre i Massimo Volume ci insegnano, forse perché radicata nel disincantato spoken-word di Clementi e dai vortici strumentali che ci avvolgono senza darci possibilità di sentirci mai rassicurati.

I Massimo Volume in versione trio. Fonte: Il Manifesto

Il leitmotiv sotteso a questa sorta di concept che Il Nuotatore appare essere nella sua integrità è senza ombra di dubbio l’acqua, un’acqua però con cui lottiamo senza tregua e che cerchiamo di sopraffare senza sapere se ne saremo mai realmente capaci, un’acqua manifestatasi ai nostri padiglioni auricolari come una possibile metafora dell’esistenza stessa nel suo tentativo vile di trascinarci sul suo fondo.

Ed è con questa idea ben chiara in testa che cominciamo così a godere del flusso sonoro dei Massimo Volume, che scelgono come ouverture un tuffo nell’amarcord dei fasti del passato, la fondamentale Litio contenuta nel loro album più complesso e completo fino ad oggi, Cattive Abitudini (La Tempesta Dischi, 2010). Una riflessione sul tempo, quel tempo perduto alla Proust maniera esaltato dalla consapevolezza atavica di tutto ciò che, ormai per sua natura così inafferrabile nel passato, non tornerà mai.

Torno sempre a te
In questi giorni inquieti

In seconda posizione ecco che si apre invece di fronte a noi l’universo de Il Nuotatore con la sua traccia di apertura Una voce a Orlando, con il suo crogiolo di solitudini a dominare l’asprezza della scena vocale in netto contrasto con l’inconfondibile enfasi strumentale della band di Clementi. Nella fattispecie è qui che finalmente troviamo quella coerenza compositiva mai perduta e tradita, tanto da poter noi definire questa traccia, ad oggi così fondamentale nella loro produzione, come il manifesto stesso del loro ritorno.

Scusami amore, ma che c’entro io
Se il mondo cede in un lampo
E non con uno schianto, ma con un sospiro?

La title-track Il Nuotatore è in tutto e per tutto concettualmente coerente alla precedente, anch’essa caratterizzata da una struttura variegata e vorticosa: così morbida in apertura tanto quanto trascinata da una dissonante coda nella sua fase finale. L’inconsistenza e l’inutilità del materiale in assenza di una dimensione intima e spirituale ben definita sono i tratti che emergono nelle narrazioni a tratti disperate, a tratti dimesse, di Mimì, e che rendono il contenuto dell’intero LP, intriso di universalità, una perla dell’esistenzialismo in chiave sonora.

Ma all’improvviso il tempo cambia
Comincio a sentire freddo
Come se l’estate se ne fosse andata di colpo
Come se tutto quello che avevamo fosse andato perso

Clementi al Teatro Manzoni di Bologna. Fonte: Rockerilla

Quando arriva però il momento de Le nostre ore contate ecco che l’intera sala è mossa da un fremito, da un’emozione viscerale lungo la spina dorsale. Contenuta come Litio in Cattive abitudini, è senza ombra di dubbio alcuno una delle tracce per eccellenza in cui ogni amante dell’alternative si è rispecchiato nel vedersi crollare di fronte le fondamenta di un amore corroso dall’abitudine, consapevole però che il ricordo, nonostante tutto il male possibile, rimarrà cristallizzato in quell’universo personale in cui quel due regnava fino alla sua disgregazione. Da lacrime.

Io non ti cerco,
Io non ti aspetto,
Ma non ti dimentico.

Si alternano magistralmente di seguito Amica Prudenza, prudenza che Clementi invoca snodando il contenuto della traccia in una sorta di intima preghiera in un mare di sonorità minori basata sui contrasti dell’emotività umana e Nostra Signora del Caso, che per noi, forse anche per la presenza della Ardizzoni sul palco, è un perfetto rimando, o per meglio dire tributo concettuale, a Nostra Signora della Dinamite di Giorgio Canali. Sebbene qui l’irruenza canaliana è mediata da tutto il pacchetto di sonorità vorticosamente oniriche tutte alla Massimo Volume, l’impianto struggente e quasi devozionale si palesa forte e chiaro (segnaliamo con l’occasione appunto un’ottima collaborazione della chitarrista ferrarese dalle spiccate tinte noise con Giorgio Canali, il brano Pigs).

E ho imparato a naufragare
Senza perdermi nel mare 
E ho scoperto che può annegare
Anche chi rinuncia a navigare.
(Amica Prudenza)

Alla festa dove tutti brindano
Avrebbe potuto esserci spazio anche per me
Se solo tu mi avessi teso la mano
Santissima Signora del caso.
(Nostra Signora del Caso)

Lo spleen letterario ci avvolge invece con Fred, traccia dall’andatura sospesa, ossimorica e trascinante dedicata a Nietzsche, mentre con La ditta di acqua minerale il basso di Clementi si fa prevaricatore, incalzante, tanto da poterlo definire visceralmente maschio. È con questa traccia che rimaniamo sbalorditi nel notare la costante e minuziosa cura del dettaglio che ha da sempre caratterizzato i Massimo Volume, come nell’apertura centrale della seguente L’ultima notte del mondo: ci rendiamo conto così della loro imperitura complessità strutturale e di conseguenza dell’impossibilità di una qualsiasi forma di ascolto passivo nei loro riguardi. Ascoltare i Massimo Volume è accettare il rischio di assaporare la consapevolezza del proprio soffrire. Bisogna avere coraggio. Bisogna essere predisposti ad accogliere la marea di questi flussi.

Così da domani cominceremo tutti ad appassire
Sazi e gentili
Come giacinti nel mese d’aprile.

Nella coda finale del live ci lasciamo abbracciare da questa disarmante atmosfera crepuscolare, dalle punte noise delle ultime tracce in scaletta prima degli agognati bis, che nello specifico sono stati ben due per nostra somma fortuna. Non sono addirittura mancate le derivazioni dal sapore desertico, al limite dello sludge primissima maniera come in Compound, brano metallico nella sua forma e sostanza contenuto nell’ultimo Aspettando i Barbari.

I Massimo Volume. Fonte: DNA Concerti

Ecco, nello scandirsi delle note finali di questo concerto memorabile, palesarsi di nuovo davanti a noi tutto quel coraggio che numerose band storiche non hanno più, o che perlomeno hanno dimenticato di avere. Questo è ciò che fino all’ultima nota ci fa trattenere il respiro, l’essenza stessa di questo trio bolognese.

Ecco cosa rende quindi un live dei Massimo Volume degno di essere vissuto: provare ad assaporare una band soggetta solo ed esclusivamente al suo personale concetto di tempo. Un tempo scandito da contrasti e adagiato nell’alternarsi di climax e di ambienti uterini che i tre regolano ad arte attorno al narrare invece del tutto atemporale di Clementi.

Non perdeteli, vi regaleranno un percorso nelle vostre zone d’ombra.