Chi sono i buoni e chi i cattivi? Sul palco della Social Media Week Rome, ospitata dalla Casa del Cinema di Villa Borghese, abbiamo Alvaro Moretti, direttore di Leggo, super partes in quanto moderatore dell’evento, e poi, da una parte, Francesco Bacci degli Ex-Otago e Dario Giovannini della Carosello Records, mentre dall’altra Enzo Mazza, CEO della FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana), e Lino Prencipe della Sony.

Da sinistra: Giovannini, Bacci, Prencipe, Moretti e Mazza. Fonte: Il Messaggero

La crisi

Alvaro Moretti cerca di smuovere sin da subito le acque, ricordandoci che Tommaso Paradiso dei Thegiornalisti (baluardo della Carosello) si è presentato al Festival di Venezia come un divo del cinema in perfetto smoking. Questo indie “in divenire”, come lo ha definito Moretti, sembra che abbia costretto il mainstream dei media quali radio, TV e cinema a rendersi conto della sua esistenza, e che questo magma sotterraneo che anima da qualche tempo a questa parte i circoli di tutta Italia sia finalmente fuoriuscito. Oppure questo indie è considerato un prodotto come un altro, qualcosa di troppo grosso per non poterne approfittare in questo momento di crisi. Perché la crisi c’è e colpisce il lavoro delle etichette discografiche. Lino Prencipe della Sony ci tiene a specificare che l’approccio della major è diverso da quello di una Carosello, ma che i principi sono gli stessi. Anche la Sony ha infatti sentito la crisi e ha ridimensionato i conti economici per gli artisti. Bisogna essere veloci, anticipare le tendenze e trovare un modello economico sostenibile, cosa che l’editoria sta ancora cercando di capire. Sta alla musica ora – toccherà all’editoria e anche al cinema -, provarci “un pezzo alla volta”. Non si possono più sostenere investimenti come quindici anni fa, è vero, ma si possono mandare segnali diversi. Ma come e con chi, ci chiediamo? Con Alessandra Amoroso, Biagio Antonacci, Baby K, Sergio Sylvestre, Deborah Iurato, Lele e Riki? Va bene…

 

Musica democratica

Enzo Mazza pone la questione in termini di rivoluzione industriale: partendo dal download, passando per il video streaming, e infine per l’audio streaming, questa disintermediazione ha ampliato il pubblico fruitore di musica: il consumo è aumentato, tutto arriva a tutti nello stesso momento. Il problema si pone parlando dei ricavi di questa rivoluzione bottom-up: a fronte di un enorme accesso ai contenuti, non c’è un ritorno economico per gli artisti e per le etichette che li promuovono. Sembra quindi che sia il giovane italiano medio ad avere il coltello dalla parte del manico, in questo panorama in cui i giovani hanno una propria identità, possono pescare a piacimento la musica che vogliono senza dover dare conto a un dj, ad esempio, o a un critico, e senza dover ascoltare veramente per intero il lavoro di un artista. La playlist è di fatto il nuovo album.

Dello stesso parere anche il legato della Sony: il consumatore può scegliere tutti i contenuti che vuole. La musica è più democratica, pro-attiva; questa sua caratteristica si riflette anche sul marketing della promozione, che non è più top-down, ma sociale: sui social c’è tanta discussione sulla musica, perciò la distinzione fra indie e mainstream non esiste più. “Se sei finto la gente se ne accorge”, sia se scrivi per un’etichetta indipendente sia se lo fai per una major. Adesso sono gli ascoltatori a dover essere tenuti in gran conto.

 

No, Maria, io esco

Anche Francesco Bacci, chitarrista degli Ex Otago, è del parere che si debbano abbattere queste distinzioni, ma pone la questione sotto una luce diversa, forse proprio perché è proprio parte in causa: dirsi indie o mainstream è un alibi. Secondo Bacci, l’artista indie di oggi pensa: “Sono indie perché sono troppo figo per la massa”. Ma il discorso può anche essere capovolto: “Non c’è nulla di male se sono mainstream (e troppo figo) per la massa di artisti di nicchia che mi depreca”. Per Bacci si può essere indipendenti nel pensiero e nell’approccio, e mainstream nella popolarità. Popolare che significa trasversale, che abbraccia più target d’età. Il sugo della storia sta tutto nell’attività live: i gruppi del calderone indie hanno live più densi, in club e centri sociali, non in centri commerciali o festival di piazza (ricordiamo che gli early birds per il concerto degli Ex-Otago all’Alcatraz di Milano sono esauriti in meno di 24 ore).

Dario Giovannini della Carosello parla di una “crisi di rigetto ai talent show”: la gente si sarebbe stancata di stare a casa a guardare la TV (sempre per quel discorso di rivoluzione bottom-up): vuole scegliere la musica da sé, testarla dal vivo. In poche parole vuole uscire di casa per andare a vedere i concerti. Per questo deve cambiare la remunerazione nei confronti delle etichette, affinché sia possibile investire sugli artisti cantautorali che per una loro attitudine fanno molti live, e non su Riki di Amici che fa tre platino in un mese e chissà quando poi si potrà vederlo dal vivo.

 

Social, marketing, insights e altre supercazzole

La Sony, da parte sua, sostiene di creare un nuovo modo di fare talent, un trampolino di lancio mediatico. A rimanere è chi vale veramente e chi sa fare il suo percorso. Da parte sua l’artista deve condividere, attraverso i social che permettono un contatto diretto fra il fan e l’artista. Si tratta di un marketing più razionale che ottimizza la comunicazione e che rende più facile lo scouting.

Gli Ex Otago si definiscono scarsi in termini di social network. Hanno capito però che Instagram funziona meglio di Facebook, perché quest’ultimo è troppo saturo di contenuto, e perché con Instagram si può raccontare una storia diversa, più intima: le foto ufficiali infatti tirano di meno di quelle narrative. L’artista oggi non ha problemi a farsi scoprire, non ha bisogno del talent scout. Deve però essere capace di raccontarsi e a dare contenuto a quello che pubblica.

Giovannini pensa però che sui social ci sia solo tanta gente disagiata, e che poi sia la stessa che preferisce rimanere a casa a commentare negativamente Riccione, piuttosto che andare a un concerto. Gli insights sono sicuramente un aiuto in più che dicono molto sul modo in cui la musica sia cambiata e su come spesso non sia necessario affidarsi ai media più potenti per arrivare al pubblico: la trap ha ricalcato l’ultima ondata rap (Emis Killa, Fedez) che fidelizzava i fans senza l’aiuto dei media. Oggi sta avvenendo una migrazione da YouTube a Spotify: da quando Ghali ha mandato Ninna Nanna su Spotify, questo è aumentato di 30000 iscritti, e solo dopo una settimana!

 

Conclusioni

Cosa abbiamo capito da questo evento: che, a parte gli artisti come Bacci, gli addetti ai lavori pensano più a dividere e a creare etichette facili; che la FIMI e la Sony, una delle tre major più potenti a livello mondiale, scaricano le responsabilità su questa nuova fascia generazionale che sembra abbia il potere di fare tutto: creare musica, promuoverla, sceglierla, comprarla. Una contraddizione in termini se poi si dice che la playlist è il nuovo album e che il marketing lo fanno i fan di Riki o gli hater di Tommaso Paradiso, come se un prodotto artistico possa essere valutato dagli umori dei sedicenni. I giovani non hanno la pazienza e la capacità critica di ascoltare un album per intero, per questo pesca solo un singolo per infarcire le playlist su Spotify. E anche la fetta sana della popolazione italiana, quella che secondo Giovannini esce fuori di casa, non sta messa tanto meglio. Si generalizza troppo con queste divisioni, come fra paese reale e paese legale: ci sono una quantità infinita di differenze anche tra quelli che vanno ai concerti e che spesso sono i primi a peccare di superficialità. Diceva giustamente Bacci sulla musica libera: è un problema di educazione che va a monte, perché una persona può ascoltare tutta la musica che vuole, ma a un certo punto deve scegliere, e questa scelta si esplica nell’acquisto o del biglietto per un concerto o del vinile.

I nostri consigli: siamo nel 2017, non nel 2005. Basta, basta, basta usare queste etichette che non fanno altro che alimentare una fruizione superficiale della musica. A questa gente immatura indirizziamo il nostro secondo consiglio:

Fonte dell’immagine di copertina: UNSW Blitz

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