I finalisti di You Can Sing. Da sinistra: Federico Proietti, Rahinò, Lorenzo Lepore, Alex Polidori, Letizia

Ve li avevamo presentati nel nostro primo articolo come quella realtà genuina e accogliente che si è rivelata essere You Can Sing. Federica Buda, Alessandri Corsi, Andrea Gherardi e Cristiano Turrini prima di essere degli inflessibili giudici sono degli artisti, che hanno fatto della musica la loro ragione di vita. Per questo motivo sono stati i migliori giudici interni che i ragazzi di YCS 6 avrebbero potuto desiderare, perché da una parte e dall’altra del banco si condivide lo stesso sogno. Conosciamo meglio i fantastici coach di You Can Sing 6!

Secondo voi quali sono le particolarità che hanno i finalisti? Quali sono le qualità che possono potranno portare in futuro nella scena musicale italiana?

Corsi: Allora come prima cosa permettimi di farvi i complimenti, a tutta la redazione di Artwave, per gli articoli che di settimana in settimana hanno sempre descritto e raccontato le diverse serate di YCS. I 5 finalisti sono ovviamente e fortunatamente tutti diversi tra loro, anche se, non me ne vogliano alcuni, avrei preferito vedere in finale un paio di ragazzi che sono stati prematuramente eliminati. Detto ciò partirei da Federico. Il buon Proietti ha energia, classe e enormi margini di miglioramento. Ha degli inediti molto interessanti, ma a suo sfavore gioca una vocalità spesso poco curata. Ci sta la sporcatura, non mi fraintendere. Anzi a me piace proprio quella caratteristica vocale in più, che magari rende la voce meno intonata ma più personale. E sono dell’opinione che non basti una voce perfetta e limpida, se poi sul palco non hai padronanza e certezza di ciò che sei. Ed è bene che qualcuno lo dica. Altrimenti si rischia di uscire da You Can Sing certi di poter spaccare tutto, poi al primo provino importante ci si sente dire di cambiare mestiere. E poi la musica non è solo diventare la popstar del momento. Ci sono miliardi di ruoli che si nascondono dietro al mondo discografico e musicale. E ognuno dovrebbe scoprire qual è quello più adatto per sé. Ma di certo questo non è il caso di Federico. Che canta, urla e scarica tutta la sua potenza con una consapevolezza artistica che è di certo il suo più grande vantaggio. Ed è lo stesso, enorme plus che ha anche Lorenzo. Di Lepore conosco praticamente tutto. I suoi brani, il suo modo di cantare, parlare e la sua visione delle cose. Lorenzo è uno che arriverà lontano. È il De André del decennio e giovedì ve ne accorgerete. Non ha avuto molte occasioni per suonare e cantare i suoi pezzi, fatta eccezione per la serata Dire Grazie. Ma secondo me è la persona più adatta e inquadrata per realizzare un brano inedito, che è poi il premio finale. Ha una maturazione e consapevolezza che fanno invidia. Il mercato discografico italiano è in netta crisi. Ci rigiochiamo spesso la roba trita e ritrita di Ligabue, Vasco Rossi, Mengoni, Tiziano Ferro ecc. Ma abbiamo assoluto bisogno di gente con le palle, che sappia scrivere e arrangiare, creando qualcosa che nessuno prima ha mai fatto. Abbiamo bisogno di uno come Lorenzo Lepore. E ne nasce uno ogni mezzo secolo. Anche Alex sa perfettamente chi è e ce lo ha raccontato ad ogni serata rendendo sue tutte le esibizioni alle quali abbiamo assistito. Insieme a Rahinò e Letizia, che però sono interpreti, ha un’impostazione più pop(olare). Anche loro sono due cavalli di razza, e se Rahinò ci lascia l’effetto wow con il graffiato e le sue interpretazioni, Letizia sa ammaliare con una miscela perfetta tra morbidezza e aggressività. Non so se il mercato discografico sia già saturo di queste ultime caratteristiche che ho citato. Ma loro le hanno tutte e il vantaggio è che sanno cucirsele perfettamente addosso.

Gherardi: Ognuno di loro… Ognuno, ha una propria personalità! Questo ho riscontrato quest’anno a You Can Sing! Ogni artista ha un proprio mondo ben chiaro e visibile. E questo sarà il loro punto di forza al di fuori di You Can Sing, nella loro carriera artistica!

Buda: Ogni finalista di questa edizione di YCS ha molte particolarità che lo caratterizzano e diverse da tutti gli altri. Se dovessi affibbiare un aggettivo ad ognuno di loro sarebbe: Alex – l’artista estroverso, Lorenzo – il cantautore, Federico – il musicista, Raihnò – interprete versatile, Letizia – la crescita. Ognuno di loro è facilmente riconoscibile anche ad occhi chiusi, questo dono potranno sfruttarlo tutti e cinque in un futuro, spero, non troppo lontano.

Turrini: Tutti e cinque i finalisti hanno una personalità e un identità artistica abbastanza definita. Federico, nonostante i soli 20 anni ha una grandissima presenza scenica, aiutato dall’ottimo uso della chitarra. Le sue performance sono sempre coinvolgenti e complete. Rainhò, grinta e interpretazione: “la voce e il timbro più bello del contest”, ha dimostrato più volte di affrontare con grande umiltà e caparbietà le tante sfide al quale l’ho sottoposto, assegnandogli dei brani sempre diversi e lontani dal suo mondo musicale. Lepore: sensibilità, intimità e capacità interpretativa sono i suoi punti di forza; bravo nel risultare sempre adatto ad ogni tema, nonostante, a mio parere, il suo sia un mondo lontano dai talent e dalla musica che il pubblico oggi è abituato ad ascoltare. È riuscito ad arrivare sempre al cuore delle persone, esprimendo se stesso con semplicità e naturalezza. Alex Polidori, l’artista a mio parere più completo del talent: musicista capace di variare sempre le performance portandole nel proprio mondo; capacità tecnica e presenza scenica sono le sue armi vincenti… sarà un duro avversario da battere! Letizia, la finalista ancora da scoprire: ha dimostrato di avere un buon potenziale, purtroppo non sempre sfruttato al meglio. Il suo è stato un percorso altalenante ma che potrebbe stupire nella finale.

Purtroppo o per fortuna non c’è una scuola per diventare dei bravi giudici interni. Volete rivelarci la vostra linea guida, a cui avete cercato di attenervi in questa edizione di You Can Sing? Come avete lavorato nel concreto ogni settimana per le assegnazioni?

Corsi: Prenditi un paio d’ore perché qui la storia è lunga! Per me era la primissima esperienza come coach in un contesto del genere. Ho un mio talent show (il Music Star, tra l’altro da Venerdi 26 sono aperte le iscrizioni ai casting della quarta edizione), ma l’ho sempre condotto. Autore, ideatore e presentatore. Ricoprire un ruolo così importante mi ha regalato però un immenso arricchimento umano e artistico. Io non mi sento un coach, né un maestro, né un mentore. Sono un ragazzo di 28 anni, con delle importanti esperienze nel mondo della musica e della comunicazione alle spalle. Lavoro in radio, mangio pane e dischi ogni giorno. Ma sono un ragazzo con le proprie visioni e opinioni. Stop. Ai miei quattro talenti ho cercato di trasmettere una scossa emotiva; forte. Così forte da scaturirgli un percorso di maturazione e crescita interpretativa che ognuno ha fatto da sé. Volevo che aprissero la loro mente verso nuove forme di comunicazione e nuove visioni. Volevo che si togliessero di dosso paure, timori e soprattutto l’ansia del giudizio. Gli ho sempre detto di sbattersene dei pareri dei coach. Compreso il mio. Ho cercato di fargli capire che chi fa arte non lo fa per piacere a tutti i costi. Ma lo fa per sentirsi perfettamente allineato con se stesso. E con quello in cui crede. Purtroppo oggi assistiamo di continuo a performance dove chi canta, balla o recita è sempre l’esatta replica di una cosa già esistente. I movimenti sul palco, le espressioni e l’uso del corpo. Scimmiottano. E lo fanno perché non hanno mai avuto la fortuna di scontrarsi con realtà che possano metterli di fronte a tutto questo. Ci incontravamo il venerdì, per tagliare i pezzi e nel caso riarrangiarli. Poi il martedì facevamo delle vere e proprie sessioni di lavoro sull’interpretazione. E grazie all’aiuto fondamentale di Erika Marsili e del suo maestro Luca Papa, fondatore del Manifesto NonAvanguardia, abbiamo spesso fatto delle full immersion sul riscoprire se stessi.  Li abbiamo bendati, li abbiamo fatti correre, muovere, urlare e parlare a flusso di coscienza. Poi ci confrontavamo e alla fine provavamo l’esibizione del giovedì. Ed erano sempre bombe ad orologeria. I ragazzi devono essere orgogliosi di loro stessi, perché io non ho mai imposto la mia visione: gliel’ho proposta. A loro è piaciuta. Poi hanno fatto tutto da soli. Sara, Leonardo, Tabak e Lorenzo. Che grandi, cazzo!

Gherardi: Io credo che per fare il giudice bisogna carpire ogni piccola sfumatura dei ragazzi che hai nella tua squadra e non solo nella tua squadra. Ovviamente si deve imparare a conoscere bene le loro passioni, le loro tendenze musicali, i loro caratteri, per poi poter fare un buon lavoro. Insomma… Serve tanta sensibilità e forza di volontà! E non è semplice.

Buda: Il detto recita “nessuno nasce imparato”. Il ruolo di giudice ti mette a dura prova, devi essere sincero, devi avere tatto. Il mio segreto è immedesimarmi nei ragazzi: ogni artista è “vittima” di giudizi e critiche che spesso tendono a distruggere la personalità e a non aiutare i ragazzi emergenti. È giusto dare un giudizio partendo dalla nota dolente per poi andare ad apprezzare ciò che di positivo c’è stato nella performance. Bastone e carota. Per quanto riguarda le assegnazioni, beh… è normale lavorarci su, ed è costruttivo confrontarsi artisticamente per entrambe le parti.

Turrini: Ho cercato di trasmettere la mia esperienza di concorrente in You Can Sing. Ho avuto la fortuna di conoscere le dinamiche del gioco da più punti di vista. Il mio lavoro con i ragazzi è sempre stato centrato sullo spronarli, cercando di tirare fuori il loro meglio, assegnandogli pezzi anche lontani da loro. Mettersi in gioco è il primo passo per crescere e migliorare.

Uno dei punti di forza di You Can Sing è di essere un talent per i giovani e fatto dai giovani: i coach Corsi e Gherardi sono del 1988, coach Turrini è del 1989 e coach Buda del 1992. La lieve differenza di età può essere d’aiuto nel difficile lavoro di coach e giudice, per far meglio entrare in contatto i concorrenti con i propri “mentori”?

Corsi: Lo so che era tra virgolette ma mentore non mi ci sento proprio. Perdonami! Comunque questo è un altro punto importante del nostro percorso. Ho sempre gradito e richiesto una collaborazione con loro. Avevo bisogno di sentire le loro idee, specie all’inizio. Ascoltarli per me è stato importantissimo. Oltre che strainteressante. I nostri sono sempre stati piacevoli confronti sulla musica. E alla fine si sceglieva la soluzione migliore e funzionale per loro. Ma non credo sia l’età a far la differenza. Quantomeno quella anagrafica. L’età artistica in questi casi è di fondamentale importanza. Lorenzo, per esempio, ha 19 anni. Io ne ho 28. Ce ne passiamo 9 ma paradossalmente è il più maturo dei quattro dal punto di vista artistico. È più maturo anche di me. Spesso ci dava dritte quando con alcuni di loro non riuscivamo a trovare la chiave per quella esibizione piuttosto che per un’altra. Ripeto. È un genio. E la coesione tra tutto il team ha fatto sì che ognuno di loro abbia raggiunto la propria vittoria. Anche Tabak: il suo ritirarsi dal ripescaggio non è stato un arrendersi. Lui lo ha fatto perché ha capito realmente chi è, grazie a YCS, e non si è sentito idoneo e adatto per questo tipo di contesto.

Gherardi: Sicuramente avere età più o meno diverse ci aiuta molto sia con i ragazzi da seguire, che con le scelte da prendere! Le diverse opinioni, i confronti più o meno simili…

Buda: Non conta l’età ma l’esperienza professionale e personale. E non parlo solo di “curriculum”.  Io posso aiutare anche un artista 50enne, ma posso anche essere aiutata da un ragazzo di 18.

Turrini: Credo possa essere molto di aiuto per i ragazzi: essere praticamente coetanei li lascia liberi di esprimersi e il confronto è più diretto e semplice, si instaura un rapporto di complicità e di amicizia!

Quanto ha contato invece la distanza fra voi e i ragazzi, una distanza costituita dalle esperienze che vi hanno fatto diventare più consapevoli, maturi, in poche parole quello che siete oggi?

Corsi: Le esperienze sono il background che ti porta poi ad avere le tue consapevolezze. Io ne ho fatte. Ma anche loro. Di diverso tipo ma allo stesso modo importanti. Importanti perché ognuno metteva a disposizione il proprio vissuto e la propria testa per il gruppo. Non ci sono mai state differenze. O ruoli. Tutti siamo stati importanti per tutti.

Gherardi: L’esperienza conta molto sicuramente, ma ha i suoi limiti! Ci sono ragazzi più piccoli che sanno molto e hanno molto da dire, sia artisticamente che emotivamente! Sanno essere molto maturi…

Buda: Tra me ed il mio team non esistono distanze, ma solo punti di vista. Prima di giungere ad una conclusione c’è sempre un confronto sano. Niente decisioni hitleriane… almeno fino ad ora!

Turrini: La distanza data dal nostro ruolo ha aiutato i ragazzi a sentirsi protetti e a fidarsi delle nostra esperienza, anche quando non erano del tutto convinti delle scelte o delle loro performance.

In The portrait of Mr W.H., Oscar Wilde diceva: “L’influenza non è altro che un trasferimento di personalità, un modo di dare ad altri quanto vi è di più prezioso per il proprio io, e esercitarla, l’influenza, vi dà un senso, ma forse una realtà, di perdita. Ogni discepolo porta via qualcosa al maestro”. Siete d’accordo con lui? In quanto coach è importante trasmettere ai ragazzi il proprio sapere tecnico, ma anche una parte del proprio bagaglio emotivo. Ci sono state invece delle occasioni in cui i ragazzi vi hanno insegnato qualcosa?

Corsi: Come ti dicevo prima sono io il primo a sentirmi arricchito da questa esperienza. Umanamente prima di tutto. Voglio bene ai ragazzi e il nostro rapporto proseguirà anche dopo la fine di You Can Sing. E poi artisticamente ognuno di loro ha risvegliato in me delle consapevolezze che magari avevo tenuto nascoste per un po’. Ma non sono tanto d’accordo con Wilde, sai? La personalità non si trasferisce. Non è positivo influenzare. Non saprei. Quello che si da di sé stessi a qualcun altro non è mai la verità assoluta. È una piccola parte del proprio bagaglio che sarà sempre esclusivo per ognuno. Andando avanti con i tempi sono sempre più convinto che il proprio sapere sia una forma di alto dilettantismo di quelli che parlano sempre di cose su cui non sono preparati abbastanza. Credo lo dicesse Umberto Eco. Siamo sempre meno preparati. Non leggiamo più, io stesso ormai lo faccio di rado. La frenesia degli eventi ci porta ad alimentare il nostro sapere e la nostra cultura con le reminiscenze passate, spesso confuse. E l’influenza degli altri rischia di essere pericolosa. Ecco perché io non mi sento di poter influenzare o insegnare niente a nessuno. La vera crescita sta nel prendere tutto da tutti. E poi documentarsi! Ed è quello che dicevo anche ai ragazzi: di non prendere ciò che dicevo come insegnamento o verità, ma di approfondire, valutare se gli piacessero i concetti proposti e poi farli loro, interpretandoli a loro esclusivo modo.

Gherardi: Assolutamente bisogna mettere da parte l’orgoglio, le insicurezze e tutte le sovrastrutture che fanno di te una persona più o meno matura a tal punto da insegnare o trasmettere ciò che hai appreso con l’esperienza, ad un tuo allievo! Non togliendo poi il fatto che sicuramente ci sono stati casi in cui l’allievo insegna qualcosa al maestro… A volte un allievo ti porta a fare cose che non ti aspetteresti mai di fare. A volte cose stupende, a volte anche un errore… Ed ecco a quel punto che stai imparando ancora una volta!

Buda: Sarò ridondante, ma continuo a dire che il confronto per me è alla base di qualsiasi rapporto coach-allievo. È giusto che io insegni e racconti le mie esperienze nel settore, ma è a prescindere il mio punto di vista e non la verità assoluta. Credo sia servito invece vedermi con tutti loro insieme a cena, senza la pressione di una sala prove o di un microfono: c’è un filo che lega l’artista alla persona, e spesso questo filo non è troppo lungo. Conoscersi, capirsi, scherzare, raccontarsi mi ha alleggerito il compito. È stato di grande aiuto capire il loro background per poterli aiutare ognuno in maniera differente. E loro hanno capito me, almeno in parte… forse, spero… okay, hanno capito che cucino bene!

Turrini: Sono estremamente convinto del fatto che dare non tolga niente ma, anzi, aggiunga. I ragazzi mi hanno insegnato a modulare e a differenziare con ciascuno di loro il mio approccio e il mio metodo di lavoro.

Molti professionisti del settore pensano che oggi la musica sia cambiata, e in peggio, che sia diventata sinonimo solamente di commercio. Pensiamo però all’attentato al concerto di Ariana Grande a Manchester: ci sono tanti modi per incastrare una folla di quelle entità per fare un attentato tanto brutale, ma il fatto che si sia scelto un concerto può significare la musica è ancora veicolo di messaggi fondamentali, che tramite questa strage gli attentatori vogliano cercare di opporre un loro messaggio – negativo, di morte – su quello di cui si fa portatrice la musica, anche se l’artista in questione è una giovane fresca e leggera come Ariana Grande. Con il vostro lavoro quale messaggio volete portare, anche indirettamente? Cos’è la musica per voi?

Corsi: Questa è una chiave di lettura che non avevo ancora sentito. Ma francamente penso che concerti e eventi musicali siano il modo migliore per far fuori più giovani innocenti possibili. Lo hanno fatto al Bataclan di Parigi e fuori dallo Stade de France. Numeri alti di persone e soprattutto giovani. Il binomio perfetto per sconvolgere ogni volta l’Europa. Non credo ci siano messaggi da contrapporre alla musica, che per me è il respiro di ogni giorno. Fosse per me musicherei ogni singolo istante delle mie giornate. Ne vedo tante, da pendolare. E potrei raccontarti in musica non so quante storie, su tipi e tipe strane, o su situazioni che si vivono in metro, piuttosto che in macchina. A me piace portare un messaggio di distensione. Di pausa, relax e sorrisi. Il ruolo di conduttore radiofonico, in un network importante come KissKiss, ti impone di essere la valvola di sfogo leggero di chi ascolta. Ma a me non pesa. Non mi sforzo di farlo, altrimenti non ne sarei stato capace. Io lì, quando si accende il microfono, sono davvero me stesso. Ecco: essere la vera essenza di sé. Questo è quello che dovremmo fare sempre, quando facciamo il nostro mestiere.

Gherardi: Io come ho sempre detto, continuerò a dire che la musica, come tante altre forme d’arte, è uno dei migliori linguaggi (se non il migliore) che abbiamo per comunicare tra di noi in questo mondo che ad oggi… Non ha voce!

Buda: Dell’attentato credo non ci siano parole per poter descrivere lo sdegno e il ribrezzo di certi gesti. Che sia un concerto o una partita di pallavolo. La musica è vita. Passione. Lavoro. Sacrificio. Liberazione.  La musica la puoi trovare anche nel silenzio della tua camera. O dentro la tua mente. E quando arriva a toccarti il cuore… beh, che te lo dico a fare?

Turrini: Troppe persone si improvvisano artisti, musicisti e insegnanti, portando questo mondo nella mediocrità. Per me la musica è sacrificio, studio e uno dei modi più belli per esprimerci. Ne ho fatto il mio lavoro e la mia ragione di vita.

Qual è la musica che vale la pena ascoltare oggi? Cosa ci consigliate?

Corsi: Bisogna ascoltare tutto. Dalla musica pop/commerciale a quella più di nicchia. Bisogna ascoltare i canti popolari, folkloristici. Per esempio in Portogallo ogni singola città ha la sua origine in musica. Noi in Italia abbiamo Roma, Napoli su tutte. Ma ogni regione è interessante e piena di storia, che tutti dovremmo conoscere. È la base dalla quale partire per avere una piena certezza di quello che andremo ad ascoltare. La musica classica, la canzone d’autore, il rap. Brunori Sas, gli Stato Sociale, Dente oggi. De André, De Gregori e tanti altri prima. E poi la storia della musica internazionale, potrei dimenticarne troppi, ma Bob Dylan, Elvis, i Queen, i Beatles, Rolling Stones, The Clash, Wham… Insomma potrei stare qui a fare liste infinite. Bisogna conoscere tutto e poi approfondire quello che più ci piace, partendo dalla storia. La storia di ogni genere ti crea la stoffa per poter assorbire le cose nuove. Generi musicali sempre diversi e la storia di ognuno. In radio si ascoltano sempre le solite canzoni, e la colpa non è delle radio, ma di quello che le case discografiche propongono. Ecco perché resto sorpreso quando uno come Tommaso Paradiso riesce a raggiungere questi livelli. Oggi è molto difficile che personaggi come lui possano arrivare ad avere una così alta rotazione radiofonica. Eppure di tanto in tanto qualcosa di sensato c’è. Come Mario Venuti, che è finalmente tornato in auge con il suo ultimo disco. Ma pochi altri. E spero fortemente tra questi ci sia presto Lorenzo. Incrociamo le dita!

Gherardi: Non credo ci sia la musica migliore da ascoltare o da consigliare a qualcuno. La musica è fatta di tanti colori, tante piccole sfumature adatte ad ogni ascoltatore… Quindi la musica migliore è quella che ci fa stare bene!

Buda: La musica è uno strumento di comunicazione, ricerca. Ascoltiamo musica quando siamo felici, quando siamo tristi, la ascoltiamo attivamente o passivamente. Io credo che la musica bisogna ascoltarla, TUTTA. Un giorno si ascolta la radio, un giorno metti play ad una playlist di Spotify, un giorno accendi lo stereo ed inserisci una cassetta o un CD che ascoltavi da adolescente. Chi fa questo lavoro deve essere sempre informato sulle nuove tendenze ma soprattutto capire a chi si sono ispirati i nuovi artisti. Siate curiosi, ascoltate la musica che fa bene al cuore!

Turrini: Credo sia importante avere una conoscenza generale della musica in tutti i suoi generi e in tutte le sue sfaccettature. Ascoltare per imparare, crescere e definirsi.

Da sinistra: Andrea Gherardi, Alessandro Corsi, Federica Buda e Cristiano Turrini