Verrà trasmesso su Rai5, alle 21.15, nel Giorno della Memoria di quest’anno, il concerto tenutosi il 16 gennaio all’Auditorium Parco della Musica di Roma “Libero è il mio canto”.

Una collezione di canzoni, cori e persino filastrocche intonate dalle donne deportate nei campi durante la Seconda Guerra Mondiale: non solo ebree e non solo in Germania, ma anche nei Gulag russi e nei campi di lavoro giapponesi. Unite da un dolore comune e da un incrollabile coraggio nonostante le condizioni di vita disumane, le prigioniere raccontavano la loro angoscia e il loro smarrimento nella musica, con canzoni, ninne nanne e filastrocche composte, arrangiate e cantate da esse durante la prigionia e le persecuzioni. Come atto di resistenza, di conforto per sé stesse, o di sorellanza durante uno dei momenti più cupi e desolanti della nostra storia.

Testi che oggi, grazie al sostegno di vari committenti e all’impegno di Francesco Lotoro, fondatore assieme alla moglie Grazia Tiritiello dell’Istututo (oggi Fondazione) di Letteratura Musicale Concentrazionaria, possono risorgere a nuova vita, cantati nelle loro lingue originali dal coro Ilse Weber.

Foto di Ilse Weber
Fonte: YouTube

Il nostro racconto della serata

La Sala Sinopoli è gremita, tra gli ospiti nella platea si notano alcuni uomini con in testa la kippah. Tra gli ospiti d’onore spiccano la scrittrice Dacia Maraini e Liliana Segre, Senatrice a vita e sopravvissuta lei stessa all’Olocausto: ma più di tutti Aviva Bar-On, cantante israeliana, anch’ella sopravvissuta, deportata ad Auschwitz a soli dieci anni.

L’annuncio della cantante sul palco solleva applausi come un tuono, le luci vengono accese sulla platea e sulle navate per mostrare alla cantante la standing ovation del pubblico. Le donne della formazione, abbigliate in un simbolico verde foresta, si esibiscono magistralmente alle spalle della cantante, ballerina e compositrice Cristina Zavalloni, la cui voce cristallina ed espressiva interpreta con la grazia e l’eleganza richieste dal caso tutti gli altri brani.

Siascolta con rispetto e discrezione la storia della piccola Elzunia, bambina-simbolo rimasta sola dopo la deportazione e separazione dei suoi genitori, cantata sulla musica di un canto tradizionale polacco; e le grida di vergogna delle donne Romanì, costrette dai loro carnefici al taglio dei capelli, considerata un’ingiuria nella loro cultura, in Merav Pal E Parochňa (Morirò Per L’Onta Del Taglio Dei Capelli).

Bar-On canta invece, nella sua unica apparizione, Když Jsem Ležel V Terezíně (Quando Giacevo A Terezin), adattata grazie al suo intervento e al suo incontro con Francesco Lotoro. La sua attività ha tratto in salvo dall’oblio più di ottomila opere musicali nate nei campi di prigionia, transito, sterminio e lavoro coatto, in attività dal 1933 al 1955. È proprio il coro Ilse Weber uno dei due presenti sul palco, assieme alle Voci Bianche dell’Accademia di Santa Cecilia, che eseguono con maestria anche testi molto complicati, in lingue come tedesco, polacco e romanò.

La sopracitata Ilse Weber, deceduta ad Auschwitz-Birkenau nel 1944 assieme al figlio Tommy, viene riportata alla luce non solo nel nome; brillante poetessa e compositrice in vita, cantò assieme ai bambini dell’infermeria dov’era impiegata la dolce Wiegala, ninna nanna, il giorno in cui lei e i bambini di cui si prendeva cura furono uccisi tutti assieme nelle camere a gas. Fu il marito Willi a salvare le sue opere, seppellendo i fogli perché potessero essere ritrovati in futuro, un giorno, da qualcuno. E le storie delle detenute resistono, eterne, più vive e forti che mai quella sera.

La storia delle lettoni Leah Rudnitski, partigiana letterata arrestata dopo numerose operazioni di sabotaggio, e Johanna Lichtenberg, che scrisse la canzone Traum (Sogno), durante la permanenza nel ghetto di Riga – perse tutta la famiglia per le brutalità dei nazisti, incluso il marito Robert Spector, ma il dolore ravvivò il suo impegno nel preservare dall’oblio le tradizioni musicali e culturali ebraiche. La storia di Margaret Dryburgh, missionaria presbiteriana versata nella musica, della cantante nativa malese Nora Hope Chambers, del loro incontro nei campi di prigionia di Sumatra e Bangka Island, e dell’orchestra che organizzarono tra le prigioniere del campo arrangiando brani di compositori come Bach, Mozart, Beethoven e Grieg.

In assenza di strumenti, le detenute riproducevano le note a voce, intonando una serie di sillabe. Chambers, unica delle due a sopravvivere, conservò la memoria dei loro brani pubblicandoli nel libro Song Of Survival. Women Interned, redatto dalla sopravvissuta del campo giapponese di Palembang Helen Colijn. Dal loro coraggio fu tratto il film di Bruce Beresford Paradise Road (1997), con Glenn Close e Cate Blanchett, e il coro Ilse Weber arrangia con quella tecnica due brani: un Preludio di Chopin e Bolero di Ravel.

Ma anche storie italiane, come quella dell’ebrea livornese Frida Misul, che continuò a cantare assieme alle compagne di prigionia pur avendo perso quasi tutti i denti a seguito di un pestaggio. Qui In Questa Terra, il brano proposto, è adattato su una melodia di Samuel Cohen che sarebbe poi stata scelta come inno nazionale israeliano.

Il cancello d’ingresso di Auschwitz
Fonte: Wikipedia

Un impegno non possibile senza l’intervento dei finanziatori dei brani, ciascuno dei quali viene ringraziato debitamente nel programma della serata, accanto al testo originale e tradotto delle canzoni prescelte. “Queste donne”, scrivono i patroni Nora, Roland, Anaïs ed Elise Stern, sostenitori del Ravensbrücklied, o Canto di Ravensbrück, “sono in grado di trascendere la cruda verità con un poetico uso delle parle e un potente tono di speranza”. Antonietta Mira, dottoressa e clown per la Compagnia del Sorriso, sceglie con entusiasmo anche professionale la sunnominata Quando Giacevo A Terezin, filastrocca agrodolce in cui un dottore, visitando un bambino presente al campo (“al lazzaretto dei bambini”), lo informa con sguardo serio che è affetto dalla “terezinite”.

Si è chiusa la serata con una nota forte, il Salmo delle Vedove dei Martiri Nazionali del 1945 a Ravensbrück, adattato dalla prigioniera Ludmila Peškařova sull’op.99 n.7 di Dvorak. Peškařova, arrestata per alto tradimento dopo aver allestito due bandierine nere in onore del marito morto, apre il proprio testo citando le celebri parole di Gesù al momento della morte in croce. “Dio onnipotente, perché ci hai abbandonato”. Ma il brano parla anche di un “tribunale giusto” che punisca gli assassini, di ferite sopportate con fierezza, e dell’ultimo rintocco della guerra che risuona quando la morte ripone alfine la spada. Testimonianza eterna del coraggio, mai dimenticato, di queste prigioniere.