Oggi 19 marzo 2020 nel giorno del compleanno di Pino Daniele, a 5 anni dalla sua morte si sarebbe dovuto svolgere il concerto “Je sto vicin a te 65” al Palapartenope di Napoli, in ricordo e commemorazione del cantautore napoletano “nero a metà”, maestro della commistione culturale. In ottemperanza alle misure di prevenzione messe in atto contro l’avanzata del contagio da Coronavirus, il concerto non potrà avere luogo, ma gli organizzatori hanno pensato di lanciare un’iniziativa di speranza grazie all’utilizzo dei social media.

Stasera alle 21:00, l’ora in cui sarebbe iniziato il concerto tributo, il Palapartenope darà il via al flash mob online sulle note delle celeberrime “Napule è“, “Terra mia” e “Je so’ pazz“. Tutta Italia è invitata a partecipare, condividendo video o foto sui social media con gli hashtag #Jestovicinoate, oppure inviandole anche come messaggi privati alla pagina Facebook del Palapartenope, che le condividerà sui suoi canali social.

Acuni fan hanno anche proposto un secondo flash mob, ovvero mettere su canzoni di Pino Daniele alle 22:00 per continuare con la nuova tradizione di musica dai balconi. Chissà che il musicista, simbolo della musica italiana nel mondo, non possa darci la forza necessaria per fronteggiare questa nuova emergenza.

Il Romanzo di formazione musicale

La cifra stilistica di Pino Daniele affonda le proprie radici nelle musicalità partenopee contaminate da personalissime sperimentazioni blues, ma anche jazz, soul e funky; fino alla creazione di un nuovo genere denominato da egli stesso come “tarumbò”, un ardito mix di tarantella e sonorità blues. Quella che suonava Pino era una musica assolutamente originale, difficilissima da etichettare, potremmo definirla semplicemente come la musica del “neapolitan bluesman”.

Il “romanzo di formazione musicale” di Pino Daniele iniziò negli anni ’70, quando la musica di Napoli incontrò la scena internazionale in un’espressione unica ed entusiasmante, erano i tempi del “Neapolitan Power“. In quegli anni, la musica suonata a Napoli era la più avanti di tutto il Bel Paese. Ciò fu reso possibile anche e soprattutto grazie alla figura di Pino Daniele allora membro della band “Napoli Centrale”, fondata dal sassofonista afroamericano-napoletano James Senese. Egli fu molto importante per Pino nei primi tempi di fusione della tradizione musicale mediterranea a sapori blues internazionali, per la creazione del nuovo sound napoletano, il “Latin Blues“.

Nella lunga carriera del musicista partenopeo che ha aperto concerti a gente come Bob Marley, Bob Dylan e Carlos Santana e condiviso il palco con Eric Clapton, i primi 5 album furono di cruciale importanza per l’innovazione della scena musicale italiana e per la rappresentazione della sua immagine nel mondo.

Il primo album “Terra mia” dove Pino ha collaborato con James Senese, Enzo Avitabile e Tullio de Piscopo, contiene una canzone divenuta simbolo della città di Napoli: Napule è, un inno tutt’altro che banale e stereotipato alla città scritto a 18 anni. Nel secondo disco dal semplice titolo “Pino Daniele” troviamo un singolo leggendario come Je so’ pazz (censurato in Rai per via della parolaccia sul finale). Quindi, arriviamo finalmente a “Nero a metà” che segnò il grande successo commerciale e decretato anche l’incontro ufficiale tra musica blues e partenopea, nonché la consegna alla storia di un fiotto di brani immortali tra cui l’assolutamente esplicativo “A me me piace o’ blues“.

In “Vai mò” Pino, che l’estate prima aprì il concerto-evento di Bob Marley allo stadio di San Siro, si conferma con un disco dove in “Yes I know my way” irrompe l’ “anglo-napoletano” che diventerà marchio tipico della sua musica. L’album di “Bella ‘mbriana” invece è forte dei contributi di musicisti di fama internazionale quali Alphonso Johnson al basso e Wayne Shorter al sassofono soprano, entrambi provenienti dallo storico gruppo Weather Report. Il neapolitan bluesman prosegue il percorso di contaminazioni di stili e generi iniziato coi dischi precedenti.

E così, dopo la pubblicazione di album pieni zeppi di canzoni che una dopo l’altra sono entrate nella storia della musica italiana, il nostro paese scopriva una nuova figura di bluesman napoletano “nero a metà”, con la sua Napoli nel cuore ma dall’animo internazionale. Pino Daniele riusciva a scalare la classifica con brani dove la parte strumentale aveva la stessa importanza di quella cantata, con un grado d’esecuzione assolutamente degno di altri suoi colleghi della scena musicale mondiale.

I valori culturali del neapolitan bluesman

È più che mai comprensibile il radunarsi di una immensa folla di 100.000 persone per la cerimonia funebre svoltasi la sera del 7 gennaio 2015 in Piazza del Plebiscito a Napoli: quelle erano decine di migliaia di persone cresciute con la sua musica, generazioni intere che avevano tatuate nel proprio cuore frasi e titoli delle canzoni di Pino Daniele, e che magari lo chiamavano affettuosamente Pinuccio, o Zio Pino. Anche colleghi ilustri si unirono in cordoglio tra cui: Zucchero Fornaciari, Francesco De Gregori, Antonello Venditti e persino Eric Clapton.

 

Ricordando poi il complesso ruolo di ponte tra la cultura musicale italiana e un corpus di culture musicali estere diversissime tra loro; la carriera di Pino Daniele incarna perfettamente il concetto di conciliazione tra tradizione e innovazione, l’incontro artistico pacifico tra musicalità lontane, ad opera di un napoletano doc progressista.

Egli fu un artista capace di tenere alta la bandiera italiana suonando con mostri sacri della scena mondiale come: Gato Barbieri, Robbie Krieger, Eric Clapton, Pat Metheny, Chick Corea ecc. (la lista è davvero lunga). Un artista che suonò all’Apollo Theatre di New York, e tenne concerti a Toronto, Boston e Washington. Partecipò al Crossroads Guitar Festival, organizzato da Eric Clapton che lo invitò personalmente per suonare al Toyota Park di Chicago, assieme ai chitarristi Robert Randolph e Joe Bonamassa.

In più di quarant’anni di carriera musicale Pino ha collaborato con praticamente tutti i più grandi musicisti italiani: Battiato, De Gregori, Lucio Dalla, Enzo Avitabile, Tony Esposito, Jovanotti, Vasco, Ligabue (e la lista continua ancora). Ha scritto l’iconica canzone “Quando” per il film di Massimo Troisi “Pensavo fosse amore… invece era un calesse” del 1991; sembra non essersi fatto mancare proprio nulla.

Pino Daniele ha vissuto come un musicista che rifuggiva il concetto di “musica mainstream” e ha cercato nella sua vita di innovare e dare quanto più significato possibile alle proprie canzoni: ecco perché è tutt’ora così amato e celebrato. Stasera dalle 21:00 in poi avviciniamoci tutti nel ricordo di questa leggenda, figura di spicco della musica del nostro Bel Paese, #Jestovicinoate.

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Immagine di copertina: © Wikimedia

 

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