Nick Drake – Songs in a conversationcosì si intitolerà il documentario tributo alla figura cardine di Nick Drake, il più timido e teneramente schivo tra i cantautori britannici, realizzato a quattro mani, rispettivamente da Rodrigo D’Erasmo (violinista degli Afterhours) e Roberto Angelini. I due, che hanno definito, univocamente, il prodotto di questa loro collaborazione come un definitivo atto d’amore nei riguardi dell’artista dai natali birmani, ci presenteranno in anteprima questa piccola perla della produzione nostrana, il prossimo 22 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, mentre andrà in onda su Sky Arte, per tutti coloro che non avranno la fortuna di esserci, il venturo 25 novembre.

È proprio D’Erasmo a narrarci la genesi di questo progetto, un’idea tanto audace quanto così radicata nelle vite artistiche di questi due musicisti da sembrare pressoché (per nostra somma fortuna, aggiungeremmo) inevitabile:

“Io e Roberto Angelini, abbiamo fatto un viaggio questa estate a coronamento di una passione per la musica di Nick Drake che ci ha fatto incontrare quasi 15 anni or sono e decidere di iniziare a fare musica assieme. Quella passione è rimasta viva e abbiamo voluto racchiuderla in un film, per la regia di Giorgio Testi, che presenteremo con grande orgoglio alla Festa del Cinema di Roma il prossimo 22 ottobre. Alla proiezione del documentario, alle ore 22 30 in Sala Petrassi presso l’Auditorium Parco della musica di Roma, seguirà un breve showcase acustico in cui io e Roberto eseguiremo alcuni brani di Nick Drake con alcuni degli ospiti presenti nel film che colgo l’occasione per ringraziare: Andrea Appino, Adele Nigro (Any Other), Manuel Agnelli e Piers Faccini.”

Ma chi era, o per meglio dire, cos’era Nick Drake, quest’autore dotato di un talento così pantagruelico tanto da essere capace di rapire al primo ascolto con i suoi brani disarmanti di una bellezza intrinseca, tale da apparirci ancora oggi ai limiti dell’impareggiabile?

Ciò che certamente Drake è stato non potremmo definirlo alternativamente se non come una luminosissima cometa che in pochi, ai tempi, hanno saputo vedere ed ammirare. Un meteorite abbagliante col suo silenzioso percorso nell’ingombrante firmamento musicale durato soltanto quattro anni. Nessuno all’epoca si accorse davvero del suo valore: dopo anni in cui la sua inconfondibile poetica rimase ad appannaggio di pochi eletti, finalmente oggi ne sperimentiamo la tanto agognata e definitiva consacrazione come figura totemica nella scena cantautorale mondiale. Per questo non attendiamo altro che queste songs in a conversation firmate dalla curiosa coppia D’Erasmo/Angelini.
Come facciamo a farvi venire voglia di guardarlo? Semplice: celebriamo a modo nostro questo cantautore dai tratti angelici, riscoprendone l’esordio con il fondamentale “Five Leaves Left” (Island Records, 1969).

Nick Drake in uno scatto di Keith Morris. © Keith Morris

La prima cosa che balza all’orecchio alla prima sua riproduzione è la caratteristica centrale nonché espressione massima della stessa personalità di Drake: a stravolgerci con la sua morbidezza è quell’atmosfera di velata, delicata malinconia accompagnata dalle sfumature dal tratto insolito, tipiche del suo approccio allo strumento.

Così doveva apparire Drake per l’epoca: insolito. Specialmente in quel lontano 1968 alla Round House di Londra, in occasione del suo primo live in assoluto. Una serata epifanica e rivelatrice, che rimarrà nella storia per l’incontro fatale tra Nick e Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention, che ne rimane talmente folgorato da diventare il deus ex machina del suo prossimo successo.

Un coup de foudre talmente dirompente da sfociare in un contratto con la storica Island Records, nonché ovviamente nella produzione del suo primo LP, appunto “Five Leaves Left,” che vedrà la luce il 3 luglio dell’anno successivo, momento in cui il cantautore decide inoltre di stabilirsi in pianta stabile nella tentacolare Londra.

 

 

Nick Drake. © Keith Morris

Come potremmo apostrofare un esordio del calibro di “Five Leaves Left”?  Indubbiamente come un lavoro qualitativamente scioccante (nell’accezione più positiva del termine, ovviamente), soprattutto mettendo in relazione la raffinatezza di un simile prodotto finale con la giovanissima età del suo autore e creatore (all’epoca Drake aveva appena ventun’anni).

Già dall’apertura con “Time Has Told Me” comprendiamo quanto la maturità espressiva di Drake fosse drasticamente in contrasto con la sua età anagrafica: il tutto, in particolare l’evidente luminosità di fondo al brano, è legato da eleganti e sottili intrecci in grado di tracciare un’atmosfera essenziale e delicata, quasi dai tratti scarni potremmo osare dire.

L’apparente solarità del brano d’apertura viene spezzata però dalla malinconia dirompente, che sarà poi tipica della produzione di Drake, del seguente “River Man“, primo brano simbolico e rivelatore della poetica drakeiana. Ciò che regna sovrano, a partire dalla struttura dello stesso arrangiamento, altro non è che una perfetta trasposizione in musica di quello spleen tanto caro al decadentismo maudit. Tutto attorno diventa impalpabile, inafferrabile, dotato di vaghezza e immaterialità.

“Three Hours” invece altro non è che espressione delle immense doti chitarristiche di Drake come compositore ed esecutore, una traccia strutturalmente così elaborata a livello concettuale da sembrarci quasi una suite intenzionaleL’acme del male di vivere, però, viene raggiunto dal quarto brano, come ci suggerisce non a caso anche il suo titolo: “Way To Blue”, brano sinergico in cui gli archi e le sezioni orchestrali si fondono talmente ad arte con la vocalità inconfondibile di Drake da porlo come manifesto primario del suo modus compositivo. In questo troviamo la sublimazione di quella pesante leggerezzail marchio di fabbrica centrale del nostro caro Nick e della sua anima in pena dal sapore quasi naïf.

Nick Drake a Regent’s Park, Londra. © Keith Morris

La meraviglia non ci risparmia neppure con l’ultima traccia del lato A, “Day is Done”, dove a trionfare troviamo qui nuovamente la maestria di Drake alla chitarra acustica: appena due minuti e ventidue di pura magia.

Giriamo il vinile sul piatto ed ecco aprirsi “Cello Song“. Come ci suggerisce il titolo, qui Drake lascia spazio al violoncello, suonato da Clare Lowther, che si ritaglia sapientemente essenziali ma lirici spazi in chiave solista ad accompagnare la voce sussurrata di Nick.

“The Thoughts of Mary Jane” ci pervade con la sua lampante dolcezza, galvanizzata da quel flauto in apertura, mentre Nick ci guida nella sua personale estasi all’interno della volta celeste. Non vi anticipiamo nulla sulla coda finale del brano, che a nostro avviso è la vera chicca in tutta la struttura del pezzo.

“Man In A Shed” mantiene ancora quel tenore di lontana spensieratezza, ed è l’ultimo a mantenerlo: “Fruit Tree”, capolavoro assoluto di “Five Leaves Left” nella sua interezza, ci ri-catapulta nella malinconia drakeiana più smodata e trascinante, e ci piace tanto nonostante tutta la consapevolezza dolorosa che il testo porta con sé, quasi un inquietante presagio della sua fine.

Nick in chiusura decide però di alleggerirci con una ballad, l’ovattata e soffusa “Saturday Sun“, giusto per non farci cadere nei più reconditi abissi della tristezza. Una chiusura simile è geniale in questo alternarsi di luci fioche ed ombre plumbee: è uno dei sintomi più evidenti della maestosità di quest’album, che vi consigliamo vivamente di ascoltare prima di vedere Nick Drake – Songs in a conversation.

Immagine di copertina: © Keith Morris.

© riproduzione riservata