Quale luogo è carico di magia quanto il proprio negozio di dischi di fiducia? Quello che quando entri sai già dove sono tutti i generi e ogni volta ti ritrovi davanti ad un disco che ha già significato qualcosa di importante per te, e allora te lo porti a casa come se stessi ricomponendo nella tua libreria la tua essenza, e ogni mattoncino è un disco di gommalacca o di plastica che conserva una parte di te come se fosse un Horcrux.

È vero, i vinili (e ormai anche i CD) stanno entrando quasi unicamente nel mercato del collezionismo diventando oggetti di culto, ma tutti possono comunque affermare di avere un vinile del cuore, che porterebbero con sé su un’isola deserta (magari insieme ad un mangiadischi che altrimenti sarebbe una tortura) e che se non fosse per il logoramento della puntina ascolterebbero per sempre.

Ed essendo diventati oggetti di culto, i negozi di dischi sono di conseguenza luoghi di culto, che quindi vanno rispettati, venerati e protetti, e perché no, onorati in una giornata speciale!
Per questo dal 2007 il terzo sabato del mese di aprile di ogni anno si festeggia il Record Store Day, un’idea nata negli Stati Uniti e poi esportata in tutto il mondo. Per l’occasione vengono organizzate release speciali, eventi a tema e tutti gli amanti della musica “fisica” vanno a visitare in pellegrinaggio i propri venditori del cuore (per tutte le informazioni andate a visitare il sito ufficiale recordstoredayitalia.com/).

Il Record Store Day 2019 ha scelto come ambasciatori ufficiali i Pearl Jam, uno dei gruppi più grandi ed importanti degli ultimi trent’anni, nonché band di punta della realtà grunge di Seattle degli anni ’90. Il chitarrista Mike McCready ha raccontato in poche parole il proprio amore per il negozio di dischi:

In ogni negozio di dischi indipendente dove sono entrato, ne ho ricavato sempre qualcosa in termini di ottima musica e di sensazioni forti. Mi sento sempre un po’ meglio quando esco da un negozio di dischi. I negozi di dischi indipendenti sono estremamente importanti per me, e lo sono da quando avevo 12 anni. Prima ancora che sapessi veramente cosa fossero, c’era una certa sensazione di ‘questo è un sogno diventato realtà’ ed è un paese delle meraviglie e c’è così tanto da imparare qui … ed è ancora così. Supporta tutti i negozi di dischi indipendenti che puoi. Sono davvero una buona parte della società. Sai se ami la musica, questo è il posto giusto per scoprirla ed è importante aiutare le persone che lavorano qui. E richiede uno sforzo perchè devi cercare qualcosa che vuoi, devi parlare alla gente. Ho dovuto parlare con le persone per capire quale disco degli Aerosmith dovessi avere prima o qualsiasi altra cosa nel corso di un’intera giornata. È un posto dove imparare. È un posto dove divertirsi. Ed è un posto dove scoprire nuova musica. Vieni al Record Store Day, ma rendilo anche Record Store Year”.

Come gesto d’amore per tutti i vinili e CD che ci hanno accompagnato negli anni e che continueranno a farlo per sempre, anche la redazione di Artwave ha deciso di festeggiare il Record Store Day! Per l’occasione vi consigliamo alcuni dei migliori dischi che sono stati pubblicati in versione speciale e che non potete proprio perdervi:

 

Gianluca Vona ha scelto:

Woodstock – 3 Days Of Peace Music

1969. L’uomo va sulla Luna e intanto migliaia di ragazzi americani combattono in Vietnam una guerra inutile. Negli States intanto altre migliaia di ragazzi protestano contro il governo, le proprie famiglie e tutte le generazioni precedenti. C’è voglia di rinnovare tutto, di cambiamento, di poter viaggiare con la mente ma tenendo i piedi ben saldi a terra. Tutto questo sfocia nel mare di gente accampata e accalcata su un prato di Bethel, nello stato di New York, che pacificamente si gode la musica e la bellezza di stare tutti insieme, in una famiglia di 500.000 persone.

This is the cover art for Woodstock: Music from the Original Soundtrack and More. The cover art copyright is believed to belong to the record label or the graphic artist(s).Photo was taken at the Woodstock Festival held in Bethel, New York, on August 15-18, 1969

Cinquant’anni dopo si riparla di viaggi sulla Luna, le guerre inutili continuano ad esserci e la musica non ha ancora smesso di far sognare in un mondo migliore.
Con un cofanetto speciale contenente 3 dischi, uno per ogni giorno di pace, amore e musica, la Warner rilascia il commento integrale del festival di Woodstock, permettendoci di ritrovare le emozioni di allora grazie a leggende del calibro di CSNY, The Who, Joe Cocker, Santana, Janis Joplin (di cui potete trovare anche la release RSD singola sulla sua esibizione), Jefferson Airplane e Jimi Hendrix.

 

Simona Del Re ha scelto:

Mannarino- Me so ‘Mbriacato

Il bar della rabbia è il bar che Mannarino vedeva di fronte casa, quello dove la gente beveva, giocava a carte e dove i bambini creavano astronavi con la carta e giocavano con le figurine. Chi non ha mai avuto questa visione davanti casa e soprattutto quale posto migliore in cui ambientare il primo album del cantante? È uno di quei dischi che al primo ascolto ti rimandano ad atmosfere lontane, considerate vintage rispetto a quello che la canzone italiana propone in questo momento. Ed è proprio per questo, proprio perché le cose vintage mi hanno sempre attirato e non poco, che con questo vinile è scattato subito il colpo di fulmine. Le canzoni del disco, che quest’anno compie ben dieci anni, sono un mix tra dialetto romano, testi in italiano, musica folk che ogni tanto strizza l’occhio a quella brasiliana e balcanica e ispirazione cantautoriale italiana. Si parla di pagliacci che rivendicano la nobiltà di essere rimasti artisti di strada, di zingari, di elisir, invettive contro la classe politica italiana, di personaggi da bar e di tanto amore. Il bar della rabbia è anche una delle due canzoni inserite nel vinile in formato 7” colorato, pubblicato in occasione del Record Store Day. Ma questa canzone è in buona compagnia. Tra i brani presenti, scelti tra quelli che componevano il primo album del cantautore romano, c’è anche una di quelle canzoni che ho cantato e ballato fino allo sfinimento ai suoi concerti. Questa canzone, ça va sans dire, è Me so ‘mbriacato. È stato impossibile, per un’appassionata di musica popolare, di dialetti e di cantautorato italiano non innamorarsi di questo brano. È la canzone da cantare intorno a un falò, da usare se si vuol far colpo su una persona o da cantare sotto un balcone per una serenata alla vecchia maniera. A dispetto del titolo, non parla di fiumi d’alcol e di sbronze adolescenziali, ma di un’assuefazione causata dall’amore. Un amore rappresentato come una tazza di tè che ti abbraccia e ti riscalda, come qualcosa che ti far tener su la schiena e ti fa camminare fiero, un amore che ti riempie al punto tale da sentirti “sazio”. Alzi la mano chi non ha mai avuto un amore da farfalle nello stomaco o da sensazioni raccontate alla Mannarino. A leggerla così, senza la melodia che la avvicina a una di quelle canzoni popolari che tutti conoscono, potrebbe sembrare una poesia di Trilussa. Perché la verità è che il Mannarino di cui mi sono innamorata al primo ascolto è quello che canta in romanesco, che punta il dito contro i potenti e che ti fa sognare con le sue canzoni d’amore. Quindi perché ascoltare e riascoltare l’album Il bar della rabbia e il vinile con questi due bellissimi brani? Perché Mannarino ha risvegliato la bellezza della canzone popolare, le ha dato una rinfrescata e ha raccontato storie di gente comune e di personaggi surreali. Tutto questo incorniciato in un’atmosfera musicale creata a suon di chitarre classiche e folk, fiati, tamburelli e cori di voci femminili.

 

Cristina Baldari ha scelto:

Fela Kuti and Roy Ayers – Music of Many Colours

È molto probabile che, alla vista dei personaggi in sovraimpressione, possiate aggrottare la fronte e guardarvi intorno spaesati. Non temete, a tutto c’è rimedio. Iniziamo da una presentazione col botto, accompagnandovi verso due artisti magici con l’ascolto -caldamente consigliato- di due pezzi: Water No Get Enemy, presa dall’album Expensive Shit (1975) di Fela Kuti ed Everybody Loves the Sunshine dal lavoro in studio omonimo di Roy Ayers del ’76. Bene, dopo aver fluttuato tra stupore e meraviglia grazie a questi strumenti di conoscenza, non vi resta che mettervi comodi e godervi il viaggio che segue.

Il primo ad essere citato è stato Fela Anikulapo Kuti, meglio noto con la forma abbreviata di Fela Kuti; nato e morto in Nigeria, ha abitato la Terra per cinquantotto anni e cresciuto a pane, sound ipnotici e travolgenti e difesa dei diritti umani. Personaggio mistico e leggendario per il popolo africano, il Black President è da considerarsi come il pioniere di quella pozione d’amore fatta di ritmi tradizionali yoruba, jazz, funk, highlife ghanese della prima metà del ‘900 e psichedelia che prende il nome di afrobeat. Roy Ayers, invece, è semplicemente il Padrino del Neo Soul. Polistrumentista sopraffino fin da piccolo, adotta il vibrafono – cugino stretto dello xilofono – come compagno di vita e diventa l’uomo per cui quell’acidità funkettona del jazz che ci coinvolge così tanto i sensi ha motivo d’esistere. Entrambi due divinità, istituzioni della storia musicale. Entrambi percorrono sentieri di esperienze e circostanze paralleli, fino a quando le loro auree non collidono e ne nasce un’esplosione di gioia. Era il 1979 e la band di Ayers per tre settimane aveva aperto i concerti in Nigeria degli Egypt 80, il gruppo di Kuti; da lì nacque Music Of Many Colours, disco congiunto pubblicato sotto la label Phonodisk nel 1980. È una jam coloratissima, intrigante, un viaggio tra fiati, vibrazioni e canti lisergici dell’anima. Ciascun lato è composto da una sola traccia: la calda riscoperta delle inner roots cantata in 2000 Blacks Got To Be Free per il side A e la morbida, tortuosa traversata dei viscosi cunicoli mentali contenuta in Africa Centre Of The World del side B. La cultura di una gran fetta di mondo è qui e si fa sentire in meno di quaranta minuti, pronta per essere assaporata in tutte le possibili sfaccettature e sfumature. In fondo ve l’avevamo preannunciato, bisognava star comodi per poter viaggiare al meglio col cuore.

Un lavoro del genere, purtroppo, rischiava di essere sopraffatto e finire nel dimenticatoio. State tranquilli, non accadrà neanche stavolta: in occasione del Record Store Day di sabato 13 aprile verrà presentata la reissue dell’LP, resa disponibile dalla Knitting Factory. Attenti a non farvi scappare questa chicca.

 

Stefano Molinari ha scelto:

Olivia Newton John – Physical

“I vinili sono tornati di moda”, scrivono i giornali. Passa di bocca in bocca, come un virus. “Oggi il vinile è tornato in auge!”. Ed ogni volta che qualcuno pronuncia una frase del genere, sento come una fitta allo stomaco. Una coltellata al cuore della musica. Sì, perché il vinile non è un trend, non è un accessorio e soprattutto non è moda. Il vinile è storia, ma non è passato. È tempo, che è stato, che è, e soprattutto che sarà;
perché la correlazione tra vinile e musica è talmente tanto stretta, che è impossibile anche solo pensare che si possa fare a meno del vinile. Perchè non si tratta di collezionismo, ma di pura necessità. Perché il vinile non è uno strumento, ma piuttosto un modo di ascoltare. È un modo di percepire non solo a livello uditivo, ma fisico.
È proprio per questo che il vinile che ho scelto è Physical, di Olivia Newton John. Pubblicato all’inizio di quei ruggenti anni ’80, porta ancora addosso tutta l’energia di quel magico decennio, tutta la forza espressiva di una generazione che non è mai tramontata davvero. È uno di quei capolavori che ti proiettano altrove, indietro e avanti nel tempo. Che odorano del sudore delle ballroom, e che ti fanno sentire abbracciato da tutine aderenti e colorate.
Un vinile segnato dal tempo, ma non dalla polvere.
Il singolo, da cui prende il nome l’omonimo album, viene inserito al primo posto della Billboard’s Top Ten Sexiest Songs Of All Time, tra le canzoni più sexy di tutti i tempi, battendo Donna Summer con Hot Stuff e Like a Virgin di Madonna.

E così,  mentre dalle casse del giradischi Olivia canta “I took you to an intimate restaurant, then to a suggestive movie, there’s nothing left to talk about, unless it’s horizontally”, penso che, sì, questo è il vinile più rappresentativo della categoria. Perché declina ad ogni suono, tutta la sensualità e la fisicità dei suoi pezzi.
Perché il vinile è vivo. È fisico e materia.
Il vinile è sexy.

 

Flaminia Zacchilli ha scelto:

 Sheena Easton – Sugar Walls

Abbiamo una vivace base di sintetizzatori, una cantante dallo sguardo fiero e un testo delicato e seducente, che rievoca le bellezze del paradiso in relazione a una notte passionale in arrivo: siamo nel 1985, e la canzone che stiamo ascoltando è Sugar Walls di Sheena Easton. L’album A Private Heaven era uscito solo l’anno prima; eppure nessuno avrebbe potuto immaginare la controversia della traccia, il cui titolo allusivo scatenò su di essa spietate critiche da parte di numerose personalità religiose dell’epoca. Tra di essi vi fu il Televangelista Jimmy Swaggart, e il PMRC (Parent Music Research Center), capeggiato da Tipper Gore. La canzone finì nelle cosiddette Filthy Fifteen, una lista di quindici canzoni dell’epoca messe al bando per il contenuto violento o sessuale, assieme a compagne illustri come Darling Nikki di Prince, We’re Not Gonna Take It dei Twisted Sisters, Dress You Up di Madonna e Trashed dei Black Sabbath. Persino il video, completamente privo di immagini anche solo allusive, venne  limitato nella trasmissione radiofonica, probabilmente influenzando anche la posizione bassa della stessa nella classifica Billboard di fine anno: un modesto centesimo posto. Nonostante tutto, e anche a prescindere dalla progressiva irrilevanza della signora Easton nel seguente panorama musicale, Sugar Walls rimane una delizia in pieno stile anni ottanta. Uno dei punti di maggior fascino è la performance della cantante stessa, soave e delicata, che costruisce quasi del tutto da sola l’atmosfera sensuale che rende la traccia così memorabile. Anche la base, ritmata e ricca, riesce a dare forma a un’ambientazione elegante: e nessuna sorpresa, una volta che si guarda dietro le quinte. È prodotta infatti dal “fratello di censura” Prince, e se ne sente fino in fondo il tocco esperto. Da riscoprire.

 

Mauro Bonomo ha scelto:

Delta Sleep – Ghost City

La copertina di Ghost City

Difficile catalogare i Delta Sleep seguendo le canoniche categorie alle quali ci affidiamo spesso: più semplice cercare di inquadrarli per quello che sono, ovvero un progetto a che scivola fuori dai recinti. Inglesi di Brighton, calcano da ormai quasi un decennio la scena math-rock/sperimentale londinese (ma, ripetiamo, non aspettatevi una copia dei Battles o cose simili) e hanno all’attivo due dischi: Twin Galaxies, uscito nel 2015 e Ghost City (2018). Proprio di questo secondo lavoro in occasione del Record Store Day è prevista una edizione speciale in vinile in uscita per la Big Scary Monster, contenente versioni inedite e tutte da scoprire. Un racconto, quello che unisce le tracce di Ghost City, incentrato su un concept che – come ha raccontato – è quello di un futuro distopico nel quale sia praticamente impossibile staccarsi dalla tecnologia e del tentativo del protagonista dei testi di ritornare alla natura. C’è anche un po’ di Italia in questo disco, perché i Delta Sleep lo hanno registrato al MaM Recording di Riccardo Parravicini (Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Marlene Kuntz…).

È un lavoro che si distingue dal precedente, ma dà comunque l’impressione di essere soltanto una cristallizzazione, una fotografia di un momento dell’evoluzione musicale della band che presto prenderà nuove forme e nuove strade. Insomma, un disco ideale per scoprire i Delta Sleep e per avvicinarsi ad un rock contemporaneo e pieno di ispirazioni.

 

Super Tramps Club ha scelto:

Greta Van Fleet – From The Fires

Da quando a febbraio di quest’anno hanno vinto il premio Grammy per il miglior album rock, i Greta Van Fleet sono stati tacciati di essere una mera copia dei Led Zeppelin. È l’ultima frontiera delle leggi sul copyright, il mondo distopico di chi non sa godersi un disco in pace. Una legge del taglione musicale.

«Via l’orecchio a chi ascolta in vinile un album uscito dopo il duemila. Dieci frustate a chi supporta una band che ne copia un’altra venuta prima. Se un gruppo si è formato nel 2012, bisogna essere veri uomini e negare che la sensazione graffiante della puntina sul piatto sia perfetta per il suo sound. Non si può andare a un loro live se sul palco si dispongono come si piazzavano i Led Zeppelin, pena estrazione degli occhi. Incatenamento e tortura per chi apprezza la voce del frontman, se le sue movenze ricordano troppo quelle di Robert Plant.
Madri, se vostro figlio al concerto della scuola suona un riff troppo simile a quello di Stairway to Heaven, mettetelo in punizione. Figli, se i vestiti di vostro fratello si ispirano in modo esplicito a quelli di una rockstar degli anni settanta, fateli a brandelli.
Quando una cover band si discosta troppo dai modelli, è inaccettabile. Ma se hai lo stesso stile e inizi a scrivere musica nuova, allora sei imperdonabile.
I Greta van Fleet non meritano di esistere, con la loro sonorità scopiazzata, con le loro copertine progressive rock. Non importa quanto le loro melodie siano fresche e orecchiabili, bisogna sputarci sopra e dire che in loro non c’è nulla di nuovo. Il loro EP di debutto dovrebbe bruciare, per questo si intitola From The Fires. From the fires, to the fires. Ed è lì che dovrebbe restare. Qualcuno dica loro di tagliarsi i capelli, che il glam rock è finito da un pezzo: non dovrebbero averne il diritto. Ci sono delle regole da rispettare nella nostra nuova Unione Avveniristica Definitiva. Piantiamola una volta per tutte con questa storia che la musica è un’arte libera. E tranquilli, presto la Polizia della Giustizia Musicale si occuperà di quei ladri pappagalli spudorati. #stopliberty»

E se invece, per una volta, ce ne fregassimo e ridessimo di gusto a sentire una specie di Robert Plant che canta una specie di cover di Adele?

 

Maria Chiara Cionfi ha scelto:

Pink Floyd – A Saucerful of Secrets

La seconda pietra miliare dei britannici padri del prog vide la luce il 29 giugno del 1968 per mano della Columbia Graphophone Company. Lavoro cardine nell’era dei primissimi anni di attività dei Pink Floyd, A Saucerful of Secrets segna fin dalla sua nascita uno dei momenti focali della band di Waters e soci: il punto di rottura terminale con la creatività indomita quanto instabile di un sempre più precario Syd Barrett ed il conseguente ingresso nell’organico dello storico chitarrista David Gilmour. Uscito a distanza di un solo anno dal loro visionario esordio con The Piper at the Gates of Dawn (1967), A Saucerful of Secrets si compone di sette tracce distribuite sapientemente tra lato A e lato B per una durata complessiva di 38:48 minuti. Un minutaggio non più intriso della più pura psichedelia huxleyiana come nel caso del suo predecessore, quanto invece improntato ad un vero e proprio stream of consciousness diretto dalle mani sapienti di un Waters nel ruolo scomodo di educatore di cinque creatività dinamitarde in rotta di collisione a causa dell’ingestibilità sempre maggiore della psiche minata di Barrett. È un album multiforme e polidirezionale, la muta imprevedibile che rigenererà la pelle del serpente dandogli forme e toni imprevisti: simboli del carattere metamorfico di A Saucerful of Secrets sono tra le varie Set the Controls for the Heart of the Sun, che si insinua con insistenza nelle sinapsi dell’ascoltatore con la sua atmosfera cupa e rarefatta e Corporal Clegg, che ci riporta alle sonorità di The Piper con le sue esplosioni lisergiche nei suoi improvvisi giochi di crescendo. Da ascoltare per perdersi nei meandri di un viaggio spazio-temporale nei Pink Floyd più acerbi quanto sperimentatori di sempre.

 

Mariaelena Tucci ha scelto

Subsonica – Colpo di Pistola 20th Anniversary

La copertina del vinile “Colpo di pistola”. Fonte: www.subsonica.it

Carne sintetica, nuovi attributi e un microchip emozionale, e niente sarebbe stato più come prima. In quella terra di mezzo che è l’adolescenza, i Subsonica avrebbero messo saldamente le radici nella mia vita, insegnandomi a immaginare nuovi spazi in cui sognare i primi approcci al futuro e nuove parole a cui aggrapparmi quando non avrei saputo dare forma alle fantasie di una mente costantemente fra le nuvole. In questo senso, dell’album che ha lasciato il solco più profondo a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio (parlo, appunto, di Microchip emozionale, pubblicato da Mescal nel 1999), Colpo di pistola è sicuramente il brano che meglio assomma le caratteristiche di un genere ancora mai sentito in Italia, a metà tra la new wave, il rock, l’elettronica e il reggae. Tra atmosfere allucinate e versi vorticosi (“Baciando la fiducia/con un rasoio a due lame/ Hai fatto molta strada/sacrificato persone”), Colpo di pistola farà da apripista a Microchip emozionale, entrando nella top 50 dei singoli più venduti in Italia e, contestualmente, darà il nome a un EP, in cui il brano stesso è accompagnato da tre versioni di U.F.O., che a sua volta prende origine da Non identificato, presente nel primo disco omonimo della band torinese (Subsonica, Mescal, 1997). A circa vent’anni di distanza, Samuel, Boosta & co. rilanciano nello spazio la loro personalissima sonda sotto forma di vinile, quasi a voler ricordare che il viaggio tra le strade segrete del cosmo ci riserverà ancora molte sorprese.

 

Jessica Maglione ha scelto:

My Chemical Romance – The Black Parade Is Dead!

The black parade is dead! è un’esperienza live che permette all’ascoltatore di catapultarsi a un concerto dei My Chemical Romance. L’album, originariamente lanciato sul mercato nel 2008, in occasione del Record Store Day sarà disponibile di nuovo per tutti gli appassionati della band. Questo vinile è l’ultimo album uscito sotto il nome ‘The black parade’ per poi trasformarsi nel più recente My Chemical Romance. Il vinile è stato lanciato sul mercato completo di un dvd che racchiudeva le immagini del concerto evento registrato in Messico, presso il Palacio de Los Deportes e il concerto tenutosi al Maxwell Hoboken, New Jersey. Le esibizioni sono piene di energia e spesso teatrali grazie all’interpretazione del frontman Gerard Way. Il vinile racchiude i maggiori successi della band dal 2001 al 2007, provenienti dagli album I Brought You My Bullets, You Brought Me Your Love, Three Cheers for Sweet Revenge e l’ultimo dell’epoca The black parade. L’ascolto di questo vinile è un must soltanto per le versioni live dei loro maggiori successi, The black parade, Mama, Cancer.

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