I primi ad arrivare in paese sembrano gocce colorate che cadono nell’acqua. Li riconosci, gli ypsini: si aggirano per le strade con aria curiosa o con il sorriso di chi si sente di nuovo in un posto familiare, e come gocce rimangono inizialmente ben distinte dal liquido nel quale si trovano immerse.

Chi abita in paese ormai li aspetta: “comincia u rock“, così chiama il festival pressoché chiunque a Castelbuono abbia più di sessant’anni, semplificando un nome che, nonostante abbia tanto a che fare con la storia del comune siciliano (Ypsigro è l’antico nome del borgo), resta difficile da interiorizzare, perché definisce qualcosa di altro, di alieno, un’astronave che ogni agosto da più di vent’anni viene a far loro visita. Somigliano a quei genitori che quando chiedono ai figli che lavoro fanno si sentono rispondere “sales account manager” o “identity desiger”: è chiaro che debbano ricalibrare il tutto. Però, proprio come dei genitori che hanno a che fare con dei figli quasi indecifrabili, anche la gente di Castelbuono ha imparato a voler bene al proprio festival.

Perché il festival – e ad Ypsigrock lo si capisce davvero – è soprattutto le persone che lo vivono, non soltanto gli artisti che vi suonano, e le gocce colorate che il mercoledì di vigilia possono sembrare extraterrestri ben presto si dissolvono e diventano indistinguibili dalla comunità che si viene a formare.

(photo credits: Mauro Bonomo)

Lungo la strada principale, i bar e i ristoranti cercano di accalappiarsi la clientela con offerte e promozioni a tema Ypsi; c’è un banchetto che vende salumi e formaggi locali anche davanti alla chiesa del crocifisso (sede del Mister Y Stage, il più nuovo dei palchi del festival), ma la coda di gente che aspetta di entrare non pare essere molto incuriosita. La strada è attraversata per tutta la larghezza, e un gruppo di signore che cerca di attraversare la folla si chiede a voce alta “ma che succede?“, con un’aria tra il divertito e lo sbigottito.

Comincia così la nostra esperienza live al festival: in programma c’è il concerto dei canadesi Blue Hawaii che promette di trasformare l’ex chiesa in un inusuale dancefloor; purtroppo, a causa di problemi logistici, una parte consistente della loro strumentazione è rimasta in ostaggio di compagnie aeree, costringendoli ad una performance molto rimaneggiata che si trasforma quasi subito in un djset, ma che non manca comunque di soddisfare i più tenaci spettatori che resistono al caldo della chiesetta. Terminato il loro set si comincia a creare quella che sarà una costante delle tre serate: una processione profana di persone che si avvia alla spicciolata verso il castello dei Ventimiglia, il cuore pulsante di Ypsigrock che con sistole e diastole richiamerà e diffonderà la gente per ogni vicolo del paese.

I primi a calcare l’Ypsi Once Stage sono i giovanissimi Her, a riprova di come da queste parti non si abbia paura di proporre talenti in erba, come successo nel 2012 agli allora semi-sconosciuti Alt-J. Victor Solf, rimasto solo dopo la morte di Simon Carpentier, venuto a mancare per un cancro lo scorso anno all’ingiusta età di 27 anni, porta sul palco le canzoni del loro primo album e offre una performance emozionante. Di tutt’altro tipo, invece, le movenze dei Confidence Man, che salgono dopo di loro sul palco: spogliati ad arte di ogni espressività, indossano invece vestiti e accessori bizzarri per un live che diverte e fa ballare, con bassi che definire prepotenti è un complimento.

Tocca poi ad una delle artiste più attese di questa edizione: Aurora Aksnes, semplicemente AURORA, ribalta ancora una volta le coordinate della serata portando il suo pop-nordico e fiabesco nel bel mezzo di un paese medievale, ai piedi di un imponente castello: il connubio che già a parole sembrerebbe perfetto, si traduce in un’esibizione che non vuol essere (e non potrebbe) sopra le righe, ma che ammalia il pubblico con una voce potente e la timidezza di una ventiduenne che non ha paura di farne un punto di forza. Il live dei The Horrors, a conclusione della serata in paese (il festival, come sempre, prosegue fino all’alba con concerti e dj-set al campeggio), lascia interdetti: la band di Faris Badwan fatica a coinvolgere il pubblico e non riesce a soddisfarci appieno, nonostante tornino sul palco per un bis, segno che forse il loro scarso entusiasmo era soltanto negli occhi di chi guardava.

Her

Confidence Man

Aurora

The Horrors (photo credits: Mauro Bonomo)

I concerti, l’abbiamo detto, continuano tutta la notte al campeggio, sul Cuzzocrea Stage dedicato a Stefano Cuzzocrea, giornalista mancato troppo presto e da sempre amico del festival. Lo diciamo subito, però: non siamo riusciti a salire al camping (perché, sì, si dice così, dato che è collocato in un suggestivo parco attrezzato nel mezzo delle Madonie, a pochi chilometri da Castelbuono) e facciamo un grandissimo mea culpa. Tuttavia, senza ovviamente entrare nel merito delle esibizioni che si sono svolte, siamo sicuri che quest’anno l’atmosfera sia stata come sempre spensierata e di condivisione.

E in effetti condivisione è un concetto che sembra muovere e ispirare Ypsigrock fin da quando è stato immaginato: perché è nato, come vi avevamo già raccontato, dalla visione condivisa di un gruppo di ragazzi che ventidue anni fa l’hanno prima coltivata e poi resa realtà, arrivando a diventare un punto di riferimento non solo musicale, ma anche nella valorizzazione di un territorio. Il risultato è un festival che vive nella continua difficoltà di chi non ha le spalle coperte, eppure può contare sulla forza di una comunità cresciuta con lui che gli regala tempo ed energie. Una somma che è più delle singole serate, un festival che punta ad essere un festival e non soltanto una serie di concerti. 

Ma continuiamo il nostro racconto. Il chiostro di San Francesco è diventato nei cinque anni dalla sua nascita un angolino raccolto nel quale cominciare a scaldare i motori in vista delle nottate.

Her Skin

Ama Lou (photo credits: Mauro Bonomo)

Il sabato vi si esibiscono Her Skin, Ama Lou e un Niklas Paschburg vittima di ritardi aerei. La giovanissima cantautrice modenese è contentissima di suonare qui e lo si vede in ogni gesto, in ogni timidezza, e le sue canzoni accompagnano dolcemente il sole al tramonto, lasciando il palco a un’altra artista molto giovane, Ama Lou, che non delude né soddisfa pienamente le attese sul suo conto, ma resta da tener d’occhio in futuro. La serata sul main-stage di piazza Castello, invece, offre ad aprire le danze uno dei più interessanti progetti degli ultimi anni, gli Algiers. Il soul moderno della band di Atlanta, contaminato da elementi industrial, new vawe, e post-punk, rende questo il più “politico” dei concerti del festival (insieme a Seun Kuti, di cui si parlerà più avanti). Dopo di loro i Radio Dept. invadono la piazza con un sound che sa essere sognante così come parossistico, ad accompagnare la voce calda di Johan Duncanson: siamo sicuri che si siano guadagnati i favori di chi non li conosceva.

A un certo punto, quasi a volerci ricordare che è sabato e da che mondo è mondo il sabato, ad Ypsigrock, si balla, le luci accolgono sul palco Youngr. La folla letteralmente impazzisce: lui ci sa fare, ammicca, si diverte, tant’è che il live sembra durare davvero pochissimo e ci fa soprassedere a una valutazione troppo obiettiva “musicalmente” parlando. Dal gigantesco club londinese all’aperto che si è materializzato al ritmo dei loop di Youngr, siamo poi trasportati in un viaggio siderale dal suono ipnotico dei Vessels che danno vita a uno dei live più interessanti di questa edizione.

Algiers

The Radio Dept.

Youngr

Vessels (photo credits: Mauro Bonomo)

Il serpentone che domenica pomeriggio attende di entrare al chiostro di San Francesco è qualcosa di mai visto per gli eventi pomeridiani. Il motivo ha un nome ed un cognome (soprattutto un cognome): Seun Kuti che con la band di suo padre Fela, gli Egypt 80, trasporta il foltissimo pubblico in una danza sfrenata fatta di sudore e liberazione, un’esperienza che rapisce anche senza essere compresa fino in fondo: un vero e proprio rituale. A Gaika l’ingrato compito di calcare il palco in seguito, e in fondo è come se il discorso continuasse nel descrivere il presente passando dal magico di Seun Kuti al distopico dell’artista inglese.

Seun Kuti & Egypt 80

Seun Kuti

GAIKA

Trail of Dead

Jesus and Mary Chain

Jesus and Mary Chain  (photo credits: Mauro Bonomo)

Non siamo riusciti a vedere gli SHAME sul palco, ma ci è bastato incontrarli a spasso per il paese tutt’altro che tirati a lucido per capire che il loro live ha confermato le attese, portando alta la bandiera del neo-punk britannico che sotto le mura del castello è da sempre molto amato. I Trail of dead si destreggiano tra qualche imperfezione nella resa acustica (un volume spropositato) proponendo il loro originale post-hardcore e godendosi lo spettacolo: perché non è raro che qui gli artisti diventino anche spettatori, sia dei singoli concerti degli altri nomi in cartellone sia, più in generale, del festival stesso. Ci sarà un motivo per il quale più di qualcuno tra chi ci è passato ne è rimasto innamorato.

Le attese per uno dei nomi più importanti mai visti da queste parti sono nel frattempo finite: i Jesus and Mary Chain salgono sul palco e un misto di curiosità (non si parla benissimo delle loro performance live) e aspettative comunque non indifferenti ci accompagnano in un concerto in realtà quasi perfetto: il loro suono di chitarra iconico e le luci mostrano e nascondono i fratelli Reid, facendoceli solo immaginare. Sono davvero saliti su quel palco? Hanno davvero suonato o è stata una visione collettiva? A tutti gli effetti dream pop.

Quando l’ultimo riverbero si esaurisce e dall’impianto parte “Downtown” dei Majical Cloudz, la piazza è come se si risvegliasse da un torpore. Il sangue ritorna a circolare, le strade si svuoteranno presto, ma ancora una volta nella fatica ad andarsene da questi luoghi sta il successo di questo festival siciliano che ha conquistato un angolino nel cuore di molti.

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