Dalla classifica dei 100 migliori film del 21° secolo stilata dalla BBC meno di tre anni fa si evince un risultato formidabile, uno spaccato succulento che speronava la sola estetica per abbandonarsi nelle braccia di un’empatia unanime. Quasi duecento critici cinematografici di fama internazionale analizzarono le distribuzioni in sala tra il 2000 e 2015 per poi premiare con la medaglia d’oro Mulholland Drive di David Lynch, con quella d’argento In the Mood for Love di Wong Kar-wai e con quella di bronzo, di certo non meno importante, Il petroliere – There Will Be Blood di Paul Thomas Anderson, pellicola ispirata dal romanzo di Upton Sinclair Oil! (Petrolio!). L’ultimo posto della triade fortunata si rivelò un successo: correva il 2008 quando Daniel Day-Lewis vinse l’Oscar, il Golden Globe ed il Premio BAFTA (British Academy Film Awards) come Miglior attore protagonista.

La vicenda si sviluppa dagli sgoccioli dell’Ottocento, dilatandosi fino alla grande depressione del 1929, e ruota intorno alla personaggio di Daniel Plainview (interpretato dal pluripremiato Day-Lewis), un minatore d’argento diventato poi magnate nella corsa all’oro nero dalla morale tutt’altro che immacolata. Bassezza umana, cupidigia, arrivismo, apostasia, profonda solitudine, ipocrisia e soprattutto invidia sono i concetti-chiave per riassumere un racconto di tale portata.

Impossibile negare la complessa natura del quinto lavoro del regista statunitense, così delicato e rude allo stesso tempo; elude la limitatezza visiva, esplora i canonici confini sensoriali, trova nel sentimento un rivoluzionario modo di vedere, sentire, sfiorare cose e persone. La resa fotografica è sublime e le scene povere di dialoghi, come poche volte nella storia del cinema, parlano al pubblico con maestria e lo fanno sia nei minuti d’apertura che nell’epilogo spiazzante. Ad Anderson va anche un altro forte, importantissimo merito: l’essersi affidato al genio extraterreno di Jonny Greenwood, scegliendolo poi come partner musicale per la vita. E proprio in questi giorni la OST del film torna a far parlar di sé in una veste nuova.

 

L’artwork (cover e booklet) della colonna sonora de “Il petroliere” (There Will Be Blood) composta da Jonny Greenwood è opera di Sharona Katan, moglie del musicista

Tra i più rilevanti e giovani compositori al mondo, la chitarra solista dei Radiohead (band che quest’anno, tra l’altro, verrà introdotta nella Rock and Roll Hall of Fame) non si limita alle sei corde ma suona percussioni, tastiere singolari come l’Ondes Martenot ed altri strumenti a cui applica conoscenze di programmazione e tecniche elettroniche. La colonna sonora de Il petroliere, facile ad immaginarsi, non potrebbe essere da meno e consiste in una partitura orchestrale originale eseguita dalla BBC Concert Orchestra, dall’Emperor Quartet e da Martin Burges al violino, Caroline Dale al violoncello e Michael Dusse al piano. A cavallo tra classicismi e contemporaneità ed influenzata da Brahms e dalle composizione di Arvo Pärt, nel 2008 venne anche nominata per un Grammy nella categoria Miglior colonna sonora per film, televisione o altri media visivi.

Realmente bella, rara e raffinata, dopo un’originaria pubblicazione da parte della Nonesuch nel dicembre 2007 è sotto le luci dei riflettori con una reissue rimasterizzata da Graeme Stewart e Christian Wright agli Abbey Road Studios e resa disponibile dalla stessa label in vinile 140 gr dal 18 gennaio. La OST, splendida nel suo formato evergreen, sarà arricchita dai due brani aggiuntivi, Proven Lands (Intro.) e De-Tuned Quartet

Gli aneddoti dell’epoca raccontano di un Jonny Greenwood che consegnò ad Anderson due ore di musica registrata appena tre settimane dopo dalla visione in anteprima del lungometraggio. L’intesa tra i due è innegabilmente palpabile frame dopo frame. Ogni sguardo degli attori, ogni occhiata persa nel vuoto o mirata ad un interlocutore contenuta nei 158 minuti del film si abbina perfettamente all’atmosfera sonora circostante. Un’ulteriore prova? Vi basterà ricordare il momento cruciale dell’esplosione del pozzo petrolifero a Little Boston.

Polistrumentista e regista non sono legati da un rapporto esclusivamente professionale, bensì da una profonda amicizia. Jonny Greenwood ha scritto le colonne sonore per le altre  pellicole The Master (2012), Vizio di forma – Inherent Vice (2014) e Il filo nascosto – Phantom Thread (2017), mentre Paul Thomas Anderson ha diretto nel 2015 il documentario su Junun, progetto di Greenwood portato avanti insieme al cantante e compositore israeliano Shye Ben Tzur e alla formazione indiana Rajasthan Express; Andersone ha anche girato dei videoclip per i Radiohead, in particolare alcuni brani tratti dall’ultimo album della band inglese, A Moon Shaped Pool, quali DaydreamingBurn The Witch e The Numbers. Il futuro potrebbe riservare ancora piacevoli sorprese.

Era il 2016 quando quasi duecento critici decretarono i cento migliori film del 21° secolo. Aggiungere altre parole apparirebbe superfluo: non possiamo far altro che consigliarvi la visione di questo capolavoro, invitarvi a distendere la mente ed a lasciarvi coccolare occhi ed orecchie.

Al vostro cuore tutto questo piacerà. E dal 18 gennaio c’è un nuovo cuore in vinile 140 gr che ha iniziato a palpitare.

 

Tracklist:

Open Spaces -3:55
Future Markets – 2:41
Prospectors Arrive – 4:34
Eat Him by His Own Light – 2:41
Henry Plainview – 4:14
There Will Be Blood – 2:05
Oil – 3:06
Proven Lands – 1:51
HW / Hope of New Fields – 2:30
Stranded the Line – 2:21
Prospectors Quartet – 2:57

Bonus Tracks:

HW / Hope of New Fields (Orchestral Version) – 2:32
Prospectors Quartet (Orchestral Version)- 2:56
De-Tuned Quartet – 4:32
Convergence (Jonny Greenwood) – 4:26