“La voce della settimana” è la nuova rubrica a cura della redazione musicale e ogni domenica vi racconta un artista che è salito agli onori della cronaca nei giorni precedenti. Oggi abbiamo scelto Achille Lauro. Il rapper romano ormai asceso all’iperuranio della musica italiana. Un mondo delle idee dove, dobbiamo dirlo, si trova alla perfezione: lui che è diventato abilissimo a raccontarsi, vendersi, mostrarsi.

Dopo le due partecipazioni a Sanremo (entrambe, a loro modo, particolarmente riuscite) e un disco (1969) che strizzava l’occhio a un immaginario rock’n’roll, Lauro continua a giocare. Non usiamo questo termine a caso: l’ha scritto lui stesso in uno dei suoi – forse un filo presuntuosi – post. Intendiamoci: se fatto bene, non c’è niente di più serio di un gioco. Il nuovo disco di Lauro de Marinis, ‘1990′ va dunque affrontato rimanendo in questi contorni.

Ho firmato il piu importante contratto discografico degli ultimi 10 anni della musica in Italia. Dormivo su un materasso…

Pubblicato da Achille Lauro su Sabato 4 luglio 2020

La costruzione di un idolo

Dopo gli esordi che lo avevano messo in luce come una delle penne più brillanti della scena hip hop italiana, Lauro ha voluto (e saputo) portare il suo personaggio a un livello ulteriore. Una dimensione che, dobbiamo dirlo, ha lasciato da parte quasi completamente l’aspetto musicale, relegandolo a mero pretesto. In ‘1969′ appariva evidente, raschiando appena appena la superficie, uno sfoggio esasperato di rimandi più o meno dichiarati. Perché poi, come si chiede Stefano Solventi su Sentireascoltare, quale può essere il risultato – musicalmente parlando – di un’operazione di revival di quel tipo (che, lo vedremo, è all’incirca lo stesso di questo nuovo lavoro)? Difficile credere che il suo pubblico si senta stimolato a riscoprire davvero i panni che Lauro decide via via di indossare. Difficile immaginare che un disco come ‘1969′ abbia all’epoca aperto ai fan una finestra sul rock. L’iconografia rock’n’roll era costruita come su carta copiativa, ricalcata dal già detto e dal già fatto del passato. Non tanto a volerlo reinterpretare quanto a renderlo un sottofondo innocuo. Ma sottofondo a cosa, a chi? Al feticcio, all’idolo Achille Lauro: provocatore (il giusto) nei templi sacri, voce di una generazione che non fa fatica a identificarsi in un personaggio che si trasforma, è fluido, è contemporaneo. È un bene, è un male? Sicuramente funziona. Perché gli idoli creano discussione, dividono, vengono protetti dai propri adepti e condannati dai nemici (in questo caso, sì: i boomer).

Tutto – rigorosamente – studiato

C’è qualcosa che tutto sommato stride tra l’immagine di un ribelle e quella di chi annuncia in pompa magna di voler cambiare la musica italiana. Se sei davvero un ribelle, di cambiare la musica italiana te ne freghi (sic). Se vuoi cambiare la musica italiana, forse di ribelle hai soltanto l’aria. Viene da pensare agli Skiantos e alla loro Sono un ribelle mamma‘, dove un adolescente decide di fare l’anticonvenzionale, di non tornare a casa dalla mamma, di agghindarsi in modo tale da sembrare quel che vorrebbe essere (“Ricorda di comprarmi dei calzini / Fai mettere le borchie ai pantaloni / Ho il pullover e la giacca di pelle“). L’artista romano in effetti pare molto più impegnato a fare le cose nel modo più redditizio possibile. Il bacio con Boss Doms in Eurovisione, poi l’epopea iconografica nello scorso Sanremo, e ancora il manifesto – a suo dire boicottato – per la pubblicità del nuovo disco. Una provocazione calibrata al millimetro: mai sguaiata né troppo scomposta.

(fonte: pagine social di Achille Lauro)

1990

Dunque un manifesto che lo ritrae nelle sembianze di un Ken inchiodato su di una croce di marshmallow. Avrebbe dovuto campeggiare in corso Como, una delle arterie più frequentate di Milano, ma è invece rimasto arrotolato da qualche parte. Sottolineiamo che è stato Lauro a decidere di non appenderlo, dato che il parere negativo espresso dal Comune non era comunque vincolante. 1990, già anticipato dall’omonimo singolo uscito lo scorso autunno, aveva contorni estetici già ben delineati e riassunti nella copertina che cita una famosissima cover di Rolling Stone con protagonista Britney Spears. Così ancora una volta il gioco sta nel (ri)creare un immaginario collettivo, questa volta quello di fine millennio, da abitare come fosse un’età dell’oro alla quale – adesso che viene riabilitata – è meno compromettente guardare. Il disco è di fatto una collezione di sette rifacimenti, intervallati da altrettanti interludi parlati nei quali emerge in parte quella vena autobiografica tipica degli esordi di Achille Lauro. Si parte così dal già citato singolo e poi via: ‘Scat Man’ (feat. Ghali e Gemitaiz) che si rifà al tormentone di Scatman John; ‘Sweet Dreams’ (feat. Annalisa) che richiama il singolo degli Eurythmics citandolo pedissequamente nel ritornello. Talmente sfacciato poi il richiamo in ‘You and Me’, Blu’ e ‘I Wanna be an Illusion’ che Alexia, gli Eiffel 65 e Benny Benassi vengono addirittura accreditati.

Questo non è un disco

È dunque chiaro come questo non sia, sostanzialmente, un disco. Piuttosto è una operazione artistica a tutto tondo, che gioca con l’immagine e l’immaginario. Lauro vuole (e riesce a) fare il Virgilio che guida attraverso un’epoca andata. Una guida ambigua, con l’aria da cattivo ragazzo che si è ripulito ma ha sempre gli occhi da invasato. Tutta scena. Come il suo manichino androgino (realizzato da Magia 2000, il duo di designer italiani Mario Paglino e Gianni Grossi) anche questo disco è totalmente di plastica. Un’opera, un accessorio che ha più valore in quanto parte del progetto messo su dal rapper che come oggetto in sé. A tutti gli effetti un gioco, che ha senso se stiamo alle sue regole. Potremmo, esageriamo, addirittura non ascoltarlo, questo disco: non sposterebbe di una virgola quanto detto. Prova ulteriore che Achille forse ce l’ha fatta davvero a diventare idol.

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