Per la nostra rubrica “la voce della settimana” stavolta la nostra scelta non poteva non ricadere su Bon Iver: l’artista Justin Vernon, dopo la recentissima collaborazione con Taylor Swift nel suo ultimo Folklore, torna alla ribalta con un nuovo singolo, “AUATC”, con tanto di super ospite ai cori. Non stiamo parlando, infatti, di una comparsata qualsiasi, ma addirittura di quel monolite assoluto di Bruce Springsteen ai back vocals. Insomma, la questione non pare essere la classica randomata, ma un qualcosa di studiato in modo certosino per fini di plateale risonanza. Cosa c’è dietro a tutto ciò? Perché “AUATC” è tutto ciò che non ci saremmo mai aspettati da Bon Iver? Sì, perché se c’è una cosa che dovreste fare nell’approcciarvi all’ascolto di questo brano fresco di pubblicazione è quella di dimenticarvi i fasti di For Emma, tanto per intenderci.

AUATC: l’intenzione è buona, ma non basta

Il pezzo, il cui titolo altro non è che un acronimo per Ate Up All Their Cake, scritto dal buon Justin Vernon e da Phil Cook dei Megafun nel 2014, parte appunto con le migliori intenzioni. Il brano, infatti, si propone di farsi mezzo di crowfunding per poterne poi devolvere i profitti in favore dei diritti civili (tra le associazioni coinvolte nell’edificante progetto troviamo il Supporting Minneapolis Sanctuary Movement, la Red Letter Grant, la Equal Justice Initiative, la NIVA e 350.org) esattamente come il precedente “PDLIF”, che, tuttavia e per fortuna, è fatto proprio di tutt’altra pasta.

Caro Justin Vernon, ci hai abituato troppo bene

Insomma, “AUATC” ci destabilizza perché al suo interno stentiamo a riconoscere i tratti salienti di quell’estetica raffinata ed emozionale alla quale Bon Iver ci ha da sempre educato, con la quale, ammettiamolo, ci aveva più propriamente viziato. Il brano, per dirla alla spiccia, non ci riempie e non ci libera, non arriva ad essere un balsamo per il nostro apparato uditivo e, soprattutto, per la nostra anima come i suoi predecessori.

Con “AUTAC” in riproduzione Bon Iver non ci offre, quindi, i suoi consueti mezzi per lasciarci spiccare il volo ed attingere alla sua personalissima trascendenza. È un brano godibile, tutto sommato ben fatto, ma talmente catchy e di larga portata che comprendiamo al volo quale sia il suo unico scopo, sebbene esemplare. “AUATC” mira alla vendita, punta ad arrivare a tutti in modo piuttosto indistinto, lasciandoci per un attimo perdere le tracce di quello che è stata fino ad oggi la magia sublime alla base dell’intero progetto.

“There’s no master, and help will surely come around.”We’re releasing a brand-new track called “AUATC” on digital…

Pubblicato da Bon Iver su Mercoledì 5 agosto 2020

Una protesta low profile per Bon Iver

Insomma, l’approccio di Bon Iver con questo pezzo non è altro che quello di un’appassionata protesta di strada di matrice anticapitalistica, un moto reazionario di basso profilo per dirla in soldoni. Non sarà di certo “Imagine”, ma nonostante le riminescenze al piano alla Paul McCartney dei primi anni ’70, il pezzo funziona e riesce ad essere accattivante nonostante quell’enorme vizio di forma sotteso al non farci riconoscere il suo artista creatore.

Bon Iver tra James Taylor e Paul McCartney

Il focus della critica risiede, insomma, nel fatto che Vernon qui non ci sembra davvero più lui. Dimenticate qui il suo familiare e poetico falsetto quanto il suo morbido ma corpulento rombo vocalico perché tanto, qui, non li troverete. Questo è il vero peccato insito in questo pezzo, e non ci stancheremo mai di ripeterlo. Sì, perché se “PDLIF” è stata strutturata partendo da una composizione sperimentale datata 2012, “AUATC” ci sembra semplicemente una riattualizzazione moderna dello stile e del contenuto proprio del tardo James Taylor, si basti pensare alla sua “Shed a Little Light”, inno sui diritti civili del 1991, ed ecco che ci troviamo.

Insomma, “AUATC” funziona perché altro non è che un ottimo prodotto commerciale, ma chissà cosa e se resterà traccia di questo brano dalle migliori intenzioni nei tempi che verranno. Ne riparleremo tra qualche anno, che tanto, per dirla alla Bon Iver, è tutto un magna magna.

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