Era il 1983 quando i Talking Heads registrarono la celebre This Must Be The Place. In quest’occasione, però, ci toccherà aggiungere una nota a piè di pagina al motivetto cantato da David Byrne e compagni, correggendo l’ultima parola con una più appropriata: this must be the space. Che si tratti del quadrato 30×30 di un LP, del più minuto 17,5×17,5 di un 45 giri o della rettangolare jewel case 15×11,75 del compact disc, quello dell’artwork musicale rappresenterà sempre uno degli spazi più adatti e confacenti in cui possa dimorare la bellezza.

Status symbol della cultura di massa, carta d’identità sociale, espressione formale di un particolare genere, questo ritaglio di cartone è la celebrazione del connubio tra immagine e suono, vista ed udito. Una qualsiasi copertina reperibile nei coraggiosi negozi di dischi rimasti in circolazione cela un background intimo, copre una storia dal valore inestimabile: la nostra. E qualcuno conosce così bene questa verità da averla messa nero su bianco.

Parliamo di Roberto Angelino e del suo ultimo libro Cover Story, edito da Vololibero e pubblicato il 20 novembre scorso. Il giornalista milanese è stato vicedirettore di Gente per poi tornare a Oggi, curando gli Speciali e il bimestrale Oggi Foto. Cover Story attraversa le epoche e racconta i segreti – spesso inediti – delle 150 copertine più intriganti del panorama musicale italiano. Impegnato ma decisamente non impegnativo, è un volume ricco, sorprendente, si fa amico fedele del cuore del lettore fin dalle primissime pagine.

La copertina di Cover Story, il nuovo libro di Roberto Angelino, realizzata da Emanuele Scalia

A tutti presentavo varie proposte, una che sentivo più mia e altre che rappresentavano un compromesso. Be’, la mia cover preferita non veniva scelta quasi mai: i cantanti hanno spesso in mente immagini che non riescono a esprimere e in questi casi l’art director deve diventare uno psicologo. Più che la loro musica, a me piaceva scrutare il loro io: conoscerli mangiare insieme, andarci al cinema, curiosare negli armadi, carpirne e carpirne manie, capricci e passioni. Per fare una buona copertina devi entrare nell’intimo di un cantante e rubargli un po’ l’anima, sempre con discrezione.

Così scrive nella prefazione Luciano Tallarini, per cinquant’anni guru dell’estetica musicale del nostro Paese. Il filo conduttore tra dentro e fuori, tra mistero ed impatto viene reso esplicito: la materia prima è calda, l’arte è catarsi, l’approccio è affine alla maieutica. Angelino compie un ottimo lavoro e con quest’antologia i grandi artisti, fotografi ed illustri artigiani partecipi della realizzazione di quei gioielli ottengono finalmente le menzioni ed onori che meritano.

I racconti che si susseguono non hanno età e siamo lungi dal definirli anacronistici; al contrario, la fitta trama di retroscena rende gli aneddoti intrisi di una contemporaneità impressionante. Senza timore e senza perdersi in voli pindarici, si può passare da Battisti ai Baustelle, da Cremonini a Rino Gaetano, dalla Tigre di Cremona a Le Luci Della Centrale Elettrica, Motta, Lo Stato Sociale e The Zen Circus.

La cover dell’album Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera. Fonte: discogs

Realizzare la copertina di Lucio Battisti, la batteria, il contrabbasso, eccetera (1976), decimo album dell’artista originario di Poggio Bustone, non fu cosa facile. L’artwork del capolavoro che vanta nella propria tracklist un brano d’eccezione come Ancora Tu è opera del fotografo e regista Cesare Montalbetti, meglio noto con lo pseudonimo di Cesare “Caesar” Monti; fu il frutto di una movimentata sessione di scatti in cui Battisti correva sulla stradina che portava ad un laghetto schizzando acqua e fango, amplificato anche dal lancio di sassi che ne intensificavano l’effetto scenografico.

Di tutt’altro tenore è la storia legata ai Baustelle. La fotografia che ritrae una bambina dalla chioma fulva sul fronte di Fantasma (2013), sesto lavoro in studio del gruppo toscano capeggiato da Bianconi, vanta la firma di Gianluca Mora e si ispira ad un film horror surrealista cecoslovacco del 1970 dal titolo Fantasie di una tredicenne.

Per Maggese (2005) Cremonini si innamorò di un’opera dell’artista americano Todd Schorr, mentre per l’LP d’esordio di Rino Gaetano Ingresso libero (1974) fu utilizzata una fotografia di Piero Togni: c’è chi ancora sostiene che i mattoni immortalati appartengano alla sua casa romana in via Nomentana Nuova 53, eppure fanno parte della facciata della vecchia stazione di Manfredonia Campagna.

La copertina di Vivere o Morire (2018), il secondo album del cantautore Francesco Motta, è stata realizzata dalla fotografa Claudia Pajewski. Il disco si è inoltre aggiudicato la Targa Tenco 2018 nella categoria “Miglior disco in assoluto”.

Mina cambiò svariati art director ed è stata un’eccelsa sperimentatrice, in Terra (2013) Le Luci Della Centrale Elettrica si ispirano al Nevada, Francesco Motta si alterna al giorno e alla notte col padre nel videoclip di Del tempo che passa la felicità girato da Lettieri ed è rosso sfuocato per l’occhio fotografico di Claudia Pajewski di Vivere o Morire (2018); il quintetto bolognese arrivato secondo alla 68°edizione del Festival di Sanremo si affida all’illustratrice Sarah Mazzetti, al pubblicitario Elia Dalla Casa ed al grafico Marcello Petruzzi per Turisti della democrazia (2012), i The Zen Circus rappresentano la metafora della nostra disattenzione al mondo circostante a causa della tecnologia in La terza guerra mondiale (2016).

Era il 1983 quando la band di David Byrne intonava una delle hit più memorabili degli ultimi decenni. Ora siamo nel 2018 e Roberto Angelino ci trascina piacevolmente in un viaggio di 150 tappe, una più affascinante dell’altra. Quello delimitato dalla copertina è un recinto in cui accadono cose magiche e si raccontano cose incredibili: forse è proprio vero che This Must Be The Space.