La serata in quel di Macerata si apre sotto un cielo riappacificato dopo un temporale estivo, tra nuvole color pesca e un piacevole vento che profuma di gelsomino ed erba appena tagliata. L’estate a Macerata si colora delle grandi emozioni che la magnifica Arena Sferisterio, fiore all’occhiello della provincia marchigiana, propone al suo affezionato pubblico, tra concerti di pregio e la raffinata stagione operistica che richiama spettatori da tutta Italia e dall’estero.

Ad aprire le danze è però il Festival della Canzone Popolare e d’Autore di Musicultura, arrivato ormai alla trentesima edizione, un anniversario notevole per quella che è una perla vera e propria in ambito musicale, perché va alla ricerca di sofisticati e rari talenti del cantautorato italiano per portarli su un grande pubblico a condividere la propria canzone, fatta non solo di note, ma di poesia. Musicultura non è solo baciata dalle notti d’estate ma si arricchisce di numerosi appuntamenti della Controra in cui, tra piazze e cortili, si parla, si dialoga, si riflette di musica, ovviamente, ma anche di letteratura e attualità, con grandi ospiti, tra cultura e spettacolo.

La manifestazione di Musicultura all’Arena Sferisterio di Macerata. Fonte: radiotorremacauda.it

Quella di Musicultura è una vera e propria missione per dare spazio alla canzone di contenuto che abbia da raccontare una storia, una vita, un sentire lontano dalla banalità ma sempre attento al sentire umano, lontano dalla fenomenologia ormai stanca e uniformata dei talent show televisivi. Moltissimi i nomi che sono partiti da qui, tra cui Simone Cristicchi, Pacifico, Mirko e il Cane, giovanissimi musicisti e parolieri prima di essere dei famosi autori dello scenario italiano. Incredibili gli ospiti, da Lucio Dalla a Francesco Guccini, a Carmen Consoli, Samuele Bersani Pino Daniele, fino a Giorgia e Baglioni, personalità esemplari per un cantautorato che sta gettando le proprie radici.

I presentatori di Musicultura 2019 Natasha Stefanenko ed Enrico Ruggeri. Fonte: musicultura.it

La canzone popolare di Ivano Fossati non a caso apre l’ultima delle tre serate finali, in uno Sferisterio in attesa e dagli occhi pieni già di una bellezza architettonica che rende ogni cittadino maceratese particolarmente orgoglioso, sottolineata da una scenografia sapiente che ci parla di maestranze rodate. Presentano l’edizione 2019 un neofita e inedito Enrico Ruggeri e una frizzante Natasha Stefanenko, elegantissima in un abito nero, disinvolti e in sintonia con il pubblico. Le prime note accompagnano una versione intima di un capolavoro di Fiorella Mannoia, Quello che le donne non dicono, regalataci da un Ruggeri che rompe il ghiaccio tra gli applausi onesti e densi degli spettatori. Commuove il tributo al presentatore storico, Fabrizio Frizzi, un applauso che vuole essere un grazie all’uomo dal sorriso gentile, sempre galante e a suo posto, un volto a cui non si può non essere affezionati, un vuoto incolmabile per la televisione e la Rai.

Eccolo il pianoforte del primo dei quattro finalisti, il napoletano Francesco Lettieri che punta all’intimismo più puro e semplice, tra una sinfonia che tocca da subito le note giuste perché essenziale e intensa, ancora più avvolgente dopo il primo ritornello, all’entrata della sottile sinfonia del violino. Se poi a questo aggiungiamo un testo che disegna immagini comuni e familiari, che commuovono visceralmente raccontando la “nuova età” che ognuno di noi si è trovato ad affrontare in un momento specifico della vita, quella in cui il sonno è frastagliato e in cui non si è altro che “le parole che si ha paura di dire”. Francesco ci invita nel suo intimo dialogo con un padre che non c’è più, con la voglia di pensarlo addormentato sul divano in salotto, e solo per questo assente. E in quel confronto che apparentemente manca, sulle difficoltà di questa nuova tormentata fase, si apre una finestra sulla bellezza dei nuovi anni in cui le braccia si allungano per prendere un figlio e alzarlo al cielo, sotto gli occhi di chi non c’è più.

La cantante Lavinia Mancusi. Fonte: musicultura.it

Non si perde tempo e via alla seconda finalista, la conturbante Lavinia Mancusi, dagli occhi diretti, in un vestito blu e piedi nudi che non sono soltanto un luogo comune, ma esprimono coerenza con lo spirito folk e gitano della sua Ninù. La melodia parte sommessa ma nasconde un’energia tutta balcanica che ci porta nell’atmosfera di una festa zingaresca attorno a un fuoco alto, tra tamburelli e percussioni suonati con libertà, tra un “luna park e una ruota della fortuna che ci faccia toccar la luna” per poter saltare senza vergogna sulla voce “di una che canta prima di morire e mai, mai si scorderà”.

Il cantante Francesco Sbraccia. Fonte: musicultura.it

Ricci biondi e occhiali: sale sul palco Francesco Sbraccia con una canzone che si apre sulla confortevole armonia di una chitarra classica e ci conduce a uno stato d’animo di dolcezza e pace. Tocca a me è un respiro che odora di pioggia del nord-est e ci parla di un viaggio che inizia così come tutti i viaggi che, senza avvisare, prendono il loro posto nella vita di qualcuno proprio quando si è pronti “a lasciarsi andare in un momento esatto”. Unico impegno, e un consiglio prezioso, è quello di allontanarsi con un bagaglio, anche emozionale, non troppo pesante, per essere leggeri anche nell’animo e nella predisposizione, partire in libertà, dando un “bacio in fronte e uno sulla bocca”, promettendo di essere, in futuro, pronti a tornare per ripartire di nuovo, da un Io rinnovato, accresciuto, arricchito. E ora Tocca a me ci parla con sincerità di noi, dei nostri riflessi, tra specchi e mare, tra passato e presente, tra forse e per sempre.

Chiude il quartetto Gerardo Pozzi ed è Badabum! Anche qui la musica d’apertura non delude con un assolo di pianoforte che risuona nell’acustica perfetta di un’Arena color zafferano. Di lucciole nei boschi e di presenze altrettanto luminose è fatto questo incontro, sul sottile filo della pazzia che nascondiamo in un angolo affannosamente, per sembrare di essere del tutto normale in ogni momento. Badabum sembra voler echeggiare un’infantile onomatopea che ricorda il rumore sordo dei pensieri, “dei terrori soffocati negli occhi”, di paure e singhiozzi malcelati, in una routine di impegni che si rincorrono affannosamente. Come sottolineato da Ruggeri, un plauso va alla giuria popolare che ha capito un testo complesso, decisamente non per tutti, il racconto di un percorso personale dell’artista che ha scavato dolorosamente in se stesso per capire, per capirsi.

Il cantante Daniele Silvestri, ospite dell’ultima serata. Fonte: musicultura.it

Una pausa dovuta per raccogliere le idee e le emozioni e ripensare alle meravigliose esibizioni di una serata finale che mette in imbarazzo tutti nella scelta di un vincitore. Daniele Silvestri, primo ospite, ci toglie per un istante dall’impaccio e si siede al piano per raccontarsi e raccontarci il bisogno di un ritorno all’Umanità, senza che questo diventi sempre una stancante e frustrante questione politica. Silvestri “ci porta a casa” con dei pezzi che giustificano la sua presenza a buon diritto a Musicultura, accompagnato solo da una chitarra e un fiato.

Attraverso i gusti musicali dei quattro giovani, si ricordano i giganti della tradizione musicale italiana, partendo da Lucio Dalla a De Gregori in una Generale che mette la pelle d’oca, a Ivan Graziani con Agnese cantata a filo di voce, per finire con Rino Gaetano e l’immensa Mio fratello è figlio unico, artisti che ci fanno sentire, noi eterni lamentosi italiani, un po’ più fortunati. Su questo filone si arriva al momento del vincitore del Premio della Critica che viene consegnato a Enzo Savastano e alla sua Le mogli dei cantanti famosi, una canzone che fa dell’ironia e della capacità di declinare rime e parole i suoi punti di forza.

Il rapper romano Rancore, ospite della serata finale. Fonte: popcorntv.it

Signore e signori, il sipario allo Sferisterio su Rancore, un rap che è il perfetto connubio tra sonorità e parole che sembrano nascere da un vocabolario nuovo per essere mescolate assieme e creare testi geniali, spiazzanti, in cui le rime non si sottraggono alla complessità, ma prendono spunti dalla letteratura e dalla storia, in una complessità vorticosa e ipnotica. Rancore si mangia il palco, da un angolo all’altro, lo divora tra maschere inquietanti e arlecchini malinconici e funamboli, in un movimento che rimbalza dalla denuncia alla rabbia di una sensibilità che assorbe e assorbe per comprendere e raccontare. Sanremo docete se si incontrano Daniele Silvestri e Rancore su un palco non può che essere Argentovivo, un pezzo che l’ultimo Festival della Canzone Italiana ci ha regalato, potente nelle sue parole e nel ritmo, assolutamente necessario per raccontare le nuove generazioni che non vengono ascoltate, capite, che non hanno fiato per esprimersi e vengono messe a tacere, annichilite da schermi senz’anima né dialogo.

La cantante Angelique Kidjo , ospite della serata finale. Fonte: raccontarerecanati.it

Splendida l’ultima ospite di colori aranciati vestita, Angelique Kidjo, regina indiscussa della musica africana, che vanta collaborazioni con Bono Vox, Alicia Keys, John Legend, tra gli altri. Le sonorità sono travolgenti e mettono a dura prova la rigidità della platea, invitata ad alzarsi e scatenarsi nei lunghi abiti eleganti, tra applausi che scuotono uno Sferisterio partecipe, felice di esprimere tutto il calore che un animo talmente ruggente riesce a muovere.

La premiazione del vincitore Francesco Lettieri . Fonte: euromusica.org

Non poteva esserci preambolo migliore per introdurre quello che sembrerebbe essere l’apice della serata: sembrerebbe, perché ridurre uno spettacolo tanto bello al solo istante della premiazione fa uno sgambetto a tante emozioni che si sono accavallate nelle ore. Enrico Ruggeri rompe il silenzio, apre la busta e annuncia la vittoria di un incredulo Francesco Lettieri con la sua La mia nuova età, una ballata che non ha deluso e ha convinto con l’espressione diretta dei sentimenti, grande virtù che, è innegabile, ha accomunato tutti e quattro i finalisti, per un’edizione delineata da un alto livello qualitativo.

Grazie, dunque, a Musicultura per essere quello che è: un’eccellenza italiana, una manifestazione che restituisce potere alle parole e agli strumenti, come esseri che respirano separati ma che diventano insieme semplicemente intangibile magia, un canto popolare splendido che ci racconta di ricordi e di età nuove, di giostrai gitani, di viaggi e tragitti, del coraggio di essere chi si è, fragili e meravigliosi.

Perché “Signori, non è tutto qua”!

In copertina: Una visuale frontale dello Sferisterio. Fonte: emmetv.it
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