di Doralisa D’Urso

“Quasi. Ci Siamo Quasi.”

La sua voce emozionata da dietro le quinte introduce il primo pezzo in scaletta e scalda il pubblico del Palazzo dello Sport di Roma.
Coinvolgente e travolgente, Fabrizio Moro arriva sul palco e accende la magia. Balla, canta, salta. Per oltre due ore non si ferma.
Dai grandi successi del passato come “Pensa“, “Libero” e “Alessandra sarà sempre più bella“, ai brani del suo ultimo album Figli di Nessuno, alterna rock puro a momenti più acustici.
Accompagnato dalla sua band, l’artista romano dedica ogni istante della sua energia ai suoi ragazzi, al suo “popolo“, come amò definirli in occasione del concerto allo Stadio Olimpico il 16 giugno dello scorso anno.
Tantissime le persone che, da tutta Italia, hanno raggiunto la capitale per essere, ancora una volta, al suo fianco. Perché la sua forza è proprio lì, nei suoi fan, giovani e meno giovani, che da anni vivono la sua musica e si riconoscono nelle sue canzoni.
Intenso, passionale, a tratti rabbioso, carismatico: le sue parole colpiscono, coinvolgono e, allo stesso tempo, fanno riflettere.
Perché Fabrizio è uno vero”, dice Fiorella, una ragazza poco più che trentenne, venuta a Roma da Torino per l’occasione. Ed è così, l’autenticità quando c’è, arriva dritta al cuore. Senza filtri e senza maschere, il cantautore di San Basilio fa vibrare le corde più profonde quando intona “Per Me“, il suo ultimo singolo, che racconta di una lunga gavetta fatta di tante salite e poche discese.
Con semplicità e lealtà si mette a nudo, rivelando le paure e le fragilità che solo la forza della tenacia e la potenza della testardaggine sono riuscite a tenere a bada.
Perché chiuso dentro una scatola che non ha forme c’era un sogno enorme da realizzare. E lui, Fabrizio, nella standing ovation finale, abbracciato ai suoi musicisti, può dire di avercela fatta.
Dai marciapiedi della periferia romana alla vittoria di Sanremo, il messaggio è chiaro: crederci, sempre. Soprattutto per quelli che, come lui, sono Figli di Nessuno.

Immagine di copertina: © Doralisa D’Urso

 

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