«Controllo di aver preso tutto ma sicuro ho scordato qualcosa, no guarda oggi non è proprio cosa.»

Franco126 inizia sempre i concerti con queste parole, versi del brano “Fa lo stesso”. Qualunque cosa abbia scordato questa volta, dev’essere tornato a casa a prenderla, poi averla scordata di nuovo e trovata ancora. Questo spiegherebbe l’ora precisa di ritardo con cui si è presentato al Teatro della Concordia di Venaria lo scorso 12 aprile.
Sul palco era disposto un set a misura di Franchino: un divano vintage e un frigobar colmo di Peroni e Molinari. La scritta in neon “Stanza Singola” campeggiava sullo sfondo, omaggio al brano che dà titolo all’album e al tour di cui questa tappa fa parte. Più avanti nella serata dirà:

«Oh comunque voi di Torino siete gli unici che sapete il significato di title-track. A Roma ho detto “Adesso vi suoniamo la title-track del disco” e tutti a guardarmi come pesci lessi.»
Il pubblico, per tutta risposta, inizierà col coro “Roma provincia, Torino capitale”.
«Eh no però, adesso non esageriamo. Se volemo bene, ma a tutto c’è un limite.»

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La lunga attesa non ha demoralizzato il pubblico, anzi l’ha eccitato, tanto che all’arrivo del cantante ha riconosciuto il brano esplodendo in un boato. Tutti ne sapevano a memoria le parole e le loro voci sovrastavano quelle del cantante. L’atmosfera era caldissima. Franchino portava la maglietta della Lovegang, il collettivo musicale di cui fa parte e a cui rende omaggio il “126” nel suo nome d’arte. A metà del concerto, lo ha raggiunto un altro membro del collettivo: Ugo Borghetti, il poeta freestyler, che registra pezzi di slam poetry per i brani rap degli altri membri.

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Bastano poche parole di Ugo ed è subito festa.

«Regà allora, un po’ di caciara per mi’ fratello la volete fare? Daje, caciara per Franchino!»

Stanza Singola però, a differenza delle esperienze che il collettivo ha prodotto in precedenza, di trap non ha neanche l’autotune. È un disco dalle sonorità più indie e, in verità, affonda le sue radici nel vecchio cantautorato romano. Ad esempio Franco Califano, a cui il rapper -all’anagrafe Federico Bertollini- si è ispirato nella scelta del proprio nome di battaglia, è stato grande fonte di ispirazione nella scrittura dei pezzi. Questo disco di debutto è un album più lento ed elaborato rispetto a Polaroid, realizzato due anni prima insieme a Carl Brave. Ci si sarebbe aspettati che in concerto non reggesse il confronto, ma Franco si è dimostrato capace di muovere il pubblico anche facendo tesoro dei suoi vecchi brani. Da Polaroid ha suonato quattro pezzi: la title-track (e i romani sempre più confusi), “Solo Guai”, “Noccioline”Solitamente a questo punto del concerto tiriamo fuori una serie di birre, per l’esattezza tre bire») e Pellaria (alla quale ha cambiato il titolo per l’occasione, storpiando l’accento al comune del torinese cui si trovava e trasformandolo in Venària).

«Venaaaaria, ancora che stiamo a Venaaaaria, ancora che stiamo a Venaaaaria…»
Il chitarrista si avvicina e gli sussurra il vero nome del comune.
«Ah. E vabbè, ma gli accenti non sono mai stati il mio forte.»

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Il concerto si chiude sulle note più malinconiche di “Parole crociate” e “Ieri l’altro”, brano dedicato al membro della Lovegang venuto a mancare quando ancora erano ragazzini. Franco si sposta gli occhiali da sole, sorride e si allontana dietro le quinte. Ma dopo neanche un minuto torna, per cantare ancora una volta “Brioschi”, la canzone che ha convinto di più il pubblico. È vicino alla gente, distribuisce birre: si diverte pure lui in questa caciara e regala una serata sincera, ma memorabile. Anche senza autotune.

 

immagine di copertina dal video di Stanza Singola 
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