Nel giugno del 2012 un senatore statunitense ha presentato una proposta di legge in base alla quale tutti i deputati del Congresso devono conoscere il testo delle leggi che si apprestano a votare. La proposta non è ancora stata approvata e probabilmente non lo sarà mai. Tutti i parlamentari dovrebbero sapere cosa stanno approvando e, in generale, ogni professionista dovrebbe conoscere a fondo il suo lavoro. Ma nel caso dei The Kolors la situazione è un po’ delicata. Singolarmente sono ottimi musicisti con un background pazzesco; insieme, invece, sono una caciara di stili e intenzioni sfuggevoli. Siamo stati alla prima data del loro ultimo tour, “The Kolors Summer Tour 2019”, e tutto ciò che ne è emerso è l’incessante ciondolare fra rockstar e teen idol, senza riuscire a combinare mai entrambe le parti.

Fonte: pagina Facebook del gruppo

Il tour, portato in scena sia nelle piazze italiane che nei club di tutta la penisola, è giusto per le loro potenzialità, con una tracklist che si lascia ascoltare grazie al sound trascinante dal respiro internazionale, che rimanda anche ad alcuni pezzi vintage di matrice italiana, ma sempre d’ispirazione esterofila. Oltre le hit più famose, di cui Crazy, Love, Everytime, My queen, abbiamo i pezzi in lingua italiana come Frida, Come le onde, Pensare male, e la scatenatissima Why don’t you love me?. Il gruppo, poi, trova spazio per reinterpretare pezzi degli anni ’80 e grandi classici della canzone italiana, come il brano Il Mondo (riproposta nella versione suonata all’Ariston qualche anno fa). L’unica vera ballad in scaletta è Me minus you, che Stash intona fra due maxi filoni del concerto, come una piccola parentesi di chitarra/voce fra ritmiche funky, sintetizzatori e sonorità retró.

 

Credit: Riccardo La Valle

I ragazzi suonano, eccome se suonano! Stash si lascia andare ad assoli virtuosi con la sua Fender, Alex picchia la batteria come ad un concerto metal e Daniele fa dei numeri micidiali tra sintetizzatori, programmazioni e tastiere, come il cappellaio matto nel Paese delle meraviglie. La voce di Stash, però, che di natura è senz’altro potente ed equilibrata, viene continuamente stravolta da effetti e camuffamenti che rendono irriconoscibile ciò che non canta in “pre-rec”. L’effetto è sempre lo stesso, e fin dall’inizio crea non pochi problemi di sopportabilità: sovrasta ciò che di buono sa ottenere con la sua estensione vocale, rendendo il tutto un esperimento elettronico poco riuscito. Ma non è un vero problema questo, anzi! È giusto concedergli quel margine tirato di sperimentalismo di cui ha bisogno una band come questa!

Credit: Riccardo La Valle

I veri problemi sono iniziati quando già dai primi minuti il frontman ha deciso di adottare anglicismi vari, del tutto impropri, per ringraziare il pubblico. “Thank you!” urla Stash tra una canzone e l’altra, e l’imbarazzo che crea è forte quanto quello del senatore Razzi ad una convention di astrofisici termonucleari. Un più modesto “Grazie” sarebbe stato di gran lunga gradito. Ma è chiaro sin da subito che l’atteggiamento della band sul palco è assolutamente sbagliato. L’attitude da rockstar consumata non lascia che spazio ad ammiccamenti provocanti e fuori luogo, in totale contrasto con i pezzi del loro repertorio, fra l’altro, che più che puntare a Woodstock sembrano indirizzati ad un pubblico più Disney Channel. Il loro merito più grande è proprio quello di mantenere questa verve spietata anche di fronte centinaia di ragazzini nelle prime file, il che è comunque sinonimo di una straordinaria coerenza e volontà. Ma il risultato è una mezza catastrofe, soprattutto durante il loro personale tributo ai Queen.

Credit: Riccardo La Valle

I ragazzi si lasciano andare ad una coraggiosa interpretazione di Radio Gaga, che tutto sommato convince tutti. Il problema è arrivato dopo, quando spinto da un impeto “Freddiano“, il cantante frangettato decide di intonare i celebri cori del Live Aid. Una parentesi surreale, come un’allucinazione collettiva dopo una peperonata in piena estate. Allucinazione che tocca il suo apice in tutti i bagni di folla che puntualmente decide di fare scendendo dal palco. Nessuna vera interazione col pubblico: Stash si lascia accarezzare, toccare, strattonare per la camicia, ma non si approccia mai veramente con loro. Il pubblico, composto in maggioranza da under 18, non prende parola, sta lì per acclamare il frontman e adorarlo come la rockstar che evidentemente non è.

Il protagonista vero di questi veloci intermezzi non è assolutamente la platea, ma l’ego del cantante, che puntualmente sale e scende dal palco, lancia bottigliette mezze bevute alle ragazzine in delirio e fa battute tutt’altro che esilaranti con i presenti.

Credit: Riccardo La Valle

 

No, non è un disastro, a mio parere. È una band che vale, e che funziona! Ma ha due problemi fondamentali: non sapere comunicare e non riuscire a lavorare sull’essenziale. L’impressione è quella di salire sul palco all’avventura, come quelli che siedono in Parlamento e di volta in volta legiferano su cose ben lontane dalla loro reale conoscenza.
Il consiglio è, probabilmente, quello di ritornare alle origini e chiedersi: “Ma chi sono i The Kolors?”. Si può fare meglio di così.

Bocciati, ma confido nelle loro capacità!

 

Ripercorriamo insieme i momenti salienti del concerto:

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