C’erano una volta Speranza, Izi e Carl Brave. Eh no, non è l’inizio di una barzelletta o di una fiaba strampalata: tutto questo è successo davvero. Ieri sera, in Piazza Palio, il palco del Sottosopra Fest ha dato spazio, nella tappa di Lecce, ad un crescendo di vero entusiasmo, culminato in un coinvolgimento emotivo tale da far dimenticare gli effetti del caldo umido di questi giorni e la possibilità di ritrovarsi appiccicati per ore al sudore di perfetti sconosciuti.

Quello che si percepisce, una volta arrivati in Piazza Palio, è un’atmosfera piacevolmente distesa: i visi sono perlopiù giovani, i sorrisi grandi, le voci variegate. La tipica cadenza salentina si mescola ad inflessioni più marcatamente settentrionali, che si fanno unicum nel momento in cui, dal palco, partono le canzoni di Luchè, Sfera Ebbasta & co. per riscaldare il pubblico in attesa dei suoi protagonisti. Ecco, allora, che arriva Speranza: il rapper italo-francese fa il suo ingresso quasi in punta di piedi, vuoi perché gran parte dei presenti non lo conosce, vuoi perché, in bermuda e t-shirt bianca, è molto facile essere scambiato per un componente qualsiasi dello staff. Ovviamente, basta poco per sciogliere ogni dubbio o preconcetto a riguardo: Speranza disvela il suo personaggio imponente sul palco, e ogni suo pezzo diventa una mina da scagliare sul pubblico, pronta per esplodere e lasciare il segno. Il suo flow è cazzuto, arrabbiato, autentico: e quando dedica Givova “a chi sta a ‘o frisc’, verament” fa capire a tutti che, no: non c’è nessuna finzione. Nessun esperimento costruito a tavolino, nessuna posa da bullo di quartiere: ogni suo verso è vita terribilmente vissuta, che chiede solo di essere capita. Speranza alza la birra al cielo per brindare con i presenti, cerca costantemente una parte della sua casa nella folla – sollevando, ad esempio, cori da stadio con ‘O surdato ‘nnamurato – e con Chiavt a Mammt riesce a far saltare anche coloro che, dieci minuti prima, lo guardavano con diffidenza.

Speranza @ Sottosopra Fest

Dopo Speranza, la scena si ribalta. Le luci si abbassano, e il pubblico – con smartphone alla mano – accoglie in un boato il rapper di Cogoleto. Izi opta per un look total black, e non poteva essere altrimenti, visti (o meglio, ascoltati) i brani del suo ultimo album, Aletheia. I testi sono pregni di dolore, di domande esistenziali, e i ragazzi accompagnano la voce del rapper cantando con le viscere, quasi a voler scacciare, almeno in questo contesto, un po’ di quei grandi e piccoli drammi che l’età amplifica e rende sempre più tangibili. Izi invita il pubblico a sollevare i diti medi in alto per combattere i giudizi altrui e le trappole che la nostra mente costruisce per farci sentire inadeguati. In alcuni momenti, però, questi richiami alla folla risultano quasi forzati, molto probabilmente dettati dalla volontà di rimanere coerenti – costi quel che costi – al mood introspettivo di Aletheia.

Izi @ Sottosopra Fest. Fonte: Pagina Facebook ufficiale Sottosopra Fest

Di fatto, non è tanto l’approccio col pubblico, quanto il canto lo spazio in cui il rapper genovese trova la sua collocazione più naturale e il punto massimo di spontaneità: ne è piena dimostrazione la reinterpretazione della Dolcenera di Fabrizio De Andrè e il featuring con Speranza in OK, che si conclude in un bellissimo abbraccio tra i due.

Izi lascia poi il palco, e il pubblico – specialmente quello femminile – è ormai carico per Carl Brave, che fa il suo ingresso trionfale in scena intorno alle 23. Occhiali tondi e lenti colorate, camicia leggera e Chapeau: tanto basta per dare l’avvio ad una festa – abbastanza allargata – tra amici che sembrano conoscersi da una vita.

Carl Brave @ Sottosopra Fest. Fonte: Pagina Facebook ufficiale Sottosopra Fest

Il cantautore romano instaura una profonda interconnessione con il pubblico: un po’ come Renato Zero con i suoi sorcini, Carl riesce a creare un clima confidenziale, quasi intimo, con la folla, complici pezzi come Professorè, Pellaria e tormentoni come Vivere tutte le vite, Fotografia, Posso. A ciò si aggiunge qualche goliardica uscita in romanesco (“Ve piace questa parte dance, fatta un po’ alla cazzo de cane?”), le bottiglie d’acqua lanciate alle prime file come fonte di ristoro, i cellulari agitati nel cielo con torcia al seguito durante Noi: insomma, il nostro Carlo Coraggio ci vuole bene e sa come farci sentire a casa. Soprattutto quando, a fine concerto, dopo Malibù, parte Gigi D’Agostino a palla. E si ritorna a casa con la sensazione di aver vissuto tre vite in una sola serata, di aver fatto tre viaggi con un solo biglietto.

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