Ypsigrock ha inizio nel momento stesso della propria fine. Suona come un paradosso, ma è proprio quando si spengono le luci sull’Ypsi Once Stage (il palco principale in piazza Castello) o – per i più affezionati – quando albeggia tra la pineta del campeggio di San Focà, che il festival siciliano compie fino in fondo la propria magia. In quel momento ricomincia l’attesa di una nuova edizione, stampata negli occhi di chi saluta Castelbuono come si fa con gli amici di sempre. “Il futuro è già nostalgia” recita il fortunato motto di Ypsigrock, ed è un concetto che nella sua ambiguità semantica ha contribuito a ritagliare una precisa identità al festival, quella di una realtà protesa in avanti e che negli anni è riuscita con sforzi non indifferenti a dare forma ad un festival non solo riconosciuto a livello internazionale, ma soprattutto diventato vero e proprio rito che si rinnova di anno in anno.

Se avete seguito su Instagram le storie pubblicate dai membri dei The National, di certo avrete ottenuto uno squarcio abbastanza significativo di quel che trovano gli artisti che suonano sul palco di Ypsigrock: il paesaggio incontaminato, la vicinanza del mare e l’atmosfera dell’agosto mediterraneo hanno fatto da cornice a quella che aveva tutta l’aria di essere la cronaca di una tranquilla vacanza in famiglia, con figli e affetti al seguito. Cronaca che per molti aspetti è la stessa che vede come protagonisti gli spettatori: chi è abbonato e soggiorna in paese si immerge in una dimensione fatta di tempi larghi e piccole grandi scelte enogastronomiche (qualcuno ha detto mannetto di Fiasconaro?). Dicono che si chiamano boutique festival, a rimarcarne la dimensione raccolta, sotto le diecimila presenze (che sono all’incirca proprio quelle registrate qui quest’anno), ma poco importa la definizione, quello che si testimonia durante i quattro giorni è piuttosto il ricrearsi di una comunità che di anno in anno si allarga e cambia, ma che sempre si ritrova non tanto per questo o quell’altro artista, quanto per partecipare a Ypsigrock. Che poi l’offerta artistica sia una garanzia, è fuori discussione.

The National

Quest’anno il triduo di serate ordinate in crescendo verso l’headliner programmato solitamente la domenica ha dovuto fare i conti con quello che è stato, senza alcun dubbio, il nome più importante di sempre ad approdare al festival tra le Madonie. Il venerdì sera, infatti, sono stati i The National ad inaugurare il palco in piazza Castello, con un concerto attesissimo e andato inevitabilmente sold out. Berninger e soci, come detto, hanno apprezzato eccome l’atmosfera del paese: hanno offerto uno show ai limiti della perfezione, durante il quale la consueta presenza scenica del cantante è strabordata in un paio di “immersioni” in mezzo alla folla e che si è concluso con una versione acustica di Vanderlyle Crybaby Geeks cantata a squarciagola dal pubblico. Quella che sarebbe stata perfetta come canzone di chiusura dell’edizione numero ventitré, in realtà, non è stata che la ciliegina sulla torta (anzi: il candito sul cannolo) di un concerto memorabile.

Il brano, invece, che ha chiuso il festival è stata una versione re-strutturata di Oh Happy Day e a suonarlo, per forza di cose, sono stati domenica 11 agosto gli Spiritualized di Jason Pierce. In questo posto che è Ypsigrock, in questo posto che sovverte le normali leggi del mondo, capita anche che l’esibizione della band inglese diventi un’occasione di catarsi collettiva durante la quale il pubblico si abbraccia non solo metaforicamente. Dopotutto il legame con la creatura di Pierce, da queste parti, ha radici profonde, che affondano nel forfait all’ultimo secondo del 2011 e una rincorsa che non poteva non concretizzarsi in questo incontro ai piedi del castello dei Ventimiglia. È proprio durante le loro due ore, sospese tra atmosfere gospel e muri di suono psichedelici che si è raggiunto il culmine emozionale e artistico di questa edizione.

Spiritualized

Un’edizione che, se anche può aver segnato un punto di svolta nella storia di Ypsigrock (per intenderci, i The National sono stati headliner di festival giganti e averli portati, in data unica italiana, in quel contesto è qualcosa di oggettivamente superlativo), lo ha fatto senza clamore e senza scossoni, mantenendo i piedi saldamente per aria, come da sempre li tengono organizzatori e volontari con l’unico obiettivo di dar vita a qualcosa di emozionante, lasciando per ultimi guadagno e gratificazioni personali. Se dunque da un lato c’è stato un passo avanti molto importante, al contempo le cose ad Ypsigrock hanno continuato ad avere contorni e caratteristiche ben definite, riassunti dall’efficacia di una formula – davvero azzeccatissima – che prescrive a ciascun progetto di potersi esibire al festival una volta ed una soltanto, garantendo una pressoché illimitata tendenza alla novità e alla freschezza delle line up.

Così è stato anche quest’anno, dunque, e le esibizioni di band come Whispering Sons Giant Rooks sono state ad esempio grandi scoperte: più preannunciata quella dei primi, ma comunque all’altezza delle aspettative grazie a una forza comunicativa davvero profonda e del tutto più inaspettata quella dei secondi, ragazzi prodigio berlinesi che hanno saputo offrire un live divertente e coinvolgente (anche se a tratti forse un po’ troppo “ammiccante” a fotografi e pubblico, ma glielo si perdona facilmente). Come si perdona ai Fontaines D.C. la forse eccessiva attitudine menefreghista, che li ha resi protagonisti di un concerto tanto esplosivo quanto breve: qui ad Ypsigrock, comunque, il punk d’oltremanica è a casa da sempre. Che dire, poi, di David August, esibitosi sabato 10 con tanto di dedica finale a Lucio Battisti? La sua è stata una vera e propria apoteosi elettronica, che ha trasportato la piazza in un viaggio accompagnato anche da visual di assoluto spessore. Menzione speciale per i pochi artisti italiani in line up, che hanno però offerto esibizioni davvero emozionanti, a partire da quella di Giungla nella chiesa del Crocifisso durante la quale ci ha dimostrato ancora una volta di essere un nome da tenere d’occhio, per arrivare a quella della Rappresentante di Lista i quali si sono confermati come una delle realtà più valide del panorama pop italiano. Alberto Fortis si è divertito come un matto e forse si è un po’ innamorato di Castelbuono, e il duo Angelini/D’Erasmo si è goduto due giorni di festival oltre a portare sul palco la malinconica poesia della musica di Nick Drake, in un concerto acustico all’ombra degli alberi del campeggio, nel primo pomeriggio di sabato 10.

Inizia dalla fine, dunque, Ypsigrock; o molto più semplicemente non è davvero mai finito: ha solo chiuso i battenti del proprio spazio fisico, per ritornare ad essere un ricordo, una nostalgia, un contenitore di giorni unici da riaprire all’occorrenza. La sua gente, da chi lo fa a chi lo vive, ha dimostrato anche quest’anno di saperlo custodire in maniera eccellente: come un luogo da abitare, nel quale anche i più grandi possono sentirsi ospiti e non padroni di casa, perché ad Ypsigrock si crea ogni anno una comunità che sa accogliere davvero, offrendo ad artisti e pubblico la libertà di sentirsi, sinceramente, benvenuti.

Lomography © Elisa Rossi

 

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