Al primo ascolto, Viva presenta tutte le carte in regola per essere annoverata tra le potenziali hit di questa estate. I topoi del genere ci sono tutti: la rinascita dopo la fine di una relazione, il sapore dell’acqua salata, i balli sfrenati, e quel ritmo elettropop che sembra strizzare l’occhio a Roma – Bangkok di Giusy Ferreri e Baby K. Niente di memorabile, si potrebbe pensare. Eppure, l’apparenza di una canzone fugace come un’avventura estiva nasconde, in realtà, le radici di una storia d’amore più duratura, tanto cercata quanto spesso trascurata: quella di una donna con se stessa. L’ultimo brano di Catena, pubblicato lo scorso 24 giugno e prodotto da Rubik Beats, non occupa soltanto lo spazio di una canzone così come convenzionalmente intesa, ma guarda a fondo, per poi riaffiorare in superficie con occhi nuovi.

È la copertina stessa del singolo a suggerircelo: una donna riaffiora dall’acqua coprendosi il volto con le mani, forse per quell’improvvisa esplosione di salsedine in viso, o forse perché non può ancora credere a ciò che ha appena visto. Perché la libertà è così: brucia nell’impatto, può far male nella sua sospirata bellezza, ma sa anche stupire e accoglierci nella sua forza rivelatrice. Catena fa tesoro di questa scoperta, tuffandosi finalmente in un mare tutto suo e discostandosi dal “filone Liberato” dal quale aveva inizialmente tratto forma e ispirazione. Nun m’aggio scurdat’ è stato, infatti, il singolo con cui Catena ha esordito lo scorso settembre sulla scena musicale, presentandosi come una sonora risposta alla fiction creata intorno al misterioso cantante napoletano – e, in modo particolare, ai brani 9 maggio e Tu t’e scurdat’ ‘e me – e riprendendone le tematiche, il linguaggio, lo stile musicale e persino il lettering. Segue, un paio di mesi più tardi, Caggiafà, sulla scia di Me staje appennenn’ amò, e infine, lo scorso aprile, Simme, che sembra presentarsi come una genuina rivisitazione di Quello che le donne non dicono in chiave partenopea (“Simmo schiuma d’‘o mare a riva/ Simmo asciute c’‘a commitiva/ Simmo ‘o viento ca te sta sfiorando/ Simmo ‘e cosce ca stanno abballando”), laddove si percepisce un distacco dai brani precedenti e, soprattutto, un’attenzione rivolta al mondo prettamente femminile. È proprio in questa occasione che Catena si divincola da Liberato, a dispetto della voluta antinomia, pur continuando a condividerne l’anonimato.

In Viva, infatti, ritroviamo solo delle impercettibili tracce del fantomatico cantante napoletano, e tanto già basta per ascoltare la canzone con una diversa disposizione d’animo. E “Pur s’ m’hai lassat’ sono viva” diventa sicuramente il verso sul quale la canzone costruisce il suo senso, letterale e metaforico. Catena non è più l’ombra di un uomo, o comunque di un progetto non suo (sebbene non sia ancora del tutto chiarita la correlazione tra la cantante partenopea e l’universo Liberato), ma ora risplende di luce propria. Anche nella sofferenza.

E qui si apre il vaso di Pandora: perché Viva, in realtà, parla di donne lasciate, ma anche di donne che, loro malgrado, si lasciano andare al male, sia esso causato da un gesto violento, da un pregiudizio o, peggio ancora, dal silenzio. Viva è un canto corale che parte dai segreti delle nostre stanze, dei quartieri in cui viviamo, per raggiungere le donne che resistono negli spazi più dimenticati del mondo. Viva rende omaggio anche alla storie raccontate nel documentario Solo per farti sapere che sono viva (2013), come quella di Soukaina Jid Ahloud, donna saharawi segregata per 11 anni nelle prigioni del Sahara, e di Mina Baalt, che troverà il coraggio di denunciare i suoi aguzzini dopo le ripetute minacce di stupro e le notti trascorse in carcere nuda, da sola. Perché non c’è dolore che possa frenare la voglia di raccontare e di raccontarsi, di prestare la propria voce – in questo senso, l’identità nascosta di Catena diventa valore aggiunto – a servizio di chi è troppo lontano per essere ascoltato o di chi, paradossalmente, è così vicino a noi da non avere il coraggio di parlare.

Viva è un brano da ascoltare in macchina con le amiche, in spiaggia da sole mentre si aspetta che il tramonto ci avvolga, perché preserva quel tocco leggero e spensierato in cui una donna può tracciare la strada della sua rinascita. Ma è anche un brano che verrà a trovarci nelle sere d’inverno, quando il freddo peserà sul cuore, per ricordarci che dal fondo del mare si può e si deve guardare sempre verso l’alto.

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