Artista indipendente, sensibile ed attenta, Valentina Polinori ha rilasciato lo scorso 21 febbraio il suo secondo disco dal titolo Trasparenti. Sono 10 tracce, ognuna delle quali racconta in modo semplice esperienze e sensazioni di vita quotidiana, che tutti possiamo cogliere e ritrovare dentro di noi.

Noi di Artwave.it abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Valentina per conoscerla un po’ meglio e per scoprire qualche curiosità sul suo ultimo lavoro discografico!

Valentina Polinori - Trasparenti

Fonte: pagina Facebook di Valentina Polinori

Ciao Valentina, come stai? Come sta andando questo periodo di quarantena?

Tutto bene, grazie. Devo dire che è stata tosta perché sono stata praticamente sola in casa, però sto riprendendo pian piano a rivedere i miei e qualche altra persona, sempre nel limite del concesso. Proviamo a tornare ad una specie di normalità.

Sei riuscita a sfruttare questo tempo, per quanto possibile, per aver cura dei tuoi progetti musicali?

Sì, adesso sto cercando di riprendere a suonare. Devo ammettere che questa fase di quarantena mi ha un po’ colpito e all’inizio anche un po’ bloccato musicalmente. Nei primi periodi non ho suonato molto, però spero che quel tempo sia servito ad accumulare cose da raccontare.

Il 21 febbraio è uscito il tuo secondo lavoro discografico dal titolo “Trasparenti” e già da titolo e copertina viene fuori un’immagine molto chiara di quello che desideri raccontare all’ascoltatore. Qual è la cosa che più ti rende felice di questo disco?

È una domanda complicata perché in effetti uno è sempre molto bravo ad essere critico con sé stesso, e invece è difficile essere soddisfatti e riuscire a volersi bene facilmente.

In generale riuscire a far musica è difficile e forse sono contenta proprio di questo, dell’essere in grado di riuscire ad esprimermi e di scrivere brani, di iniziarli e chiuderli. Sento molte persone che vorrebbero scrivere, che avrebbero l’idea e la voglia di farlo ma che alla fine poi si lasciano buttare giù da un mondo in cui non è facile farlo.

Siamo sempre di più tra musicisti e cantanti, c’è sempre più offerta, quindi è molto difficile riuscire a trovare il proprio posto soprattutto perché nessuno ti dice quale sia. Devi un po’ riuscire ad auto-posizionarti e a ritagliarti da solo il tuo spazio.

Forse la cosa più importante e bella è riuscire a dare il giusto peso alle cose che si fanno: ho scritto questo brano, mi piace, voglio pubblicarlo. E fare tutto ciò con un intero disco è l’apoteosi di questo processo. Riuscire a raggruppare dei brani legati ad un certo periodo e che ti rappresentano è bellissimo.

La cosa che mi rende più felice è quindi produrre: non è tanto legato al fatto che ciò che ho scritto rivoluzionerà la storia della musica ma è proprio il rendersi conto di essere riuscita a generare qualcosa di proprio che esiste, e che tra un tot. di anni sarò in grado di tornare indietro e riguardarlo ricordandomi chi ero.

Al giorno d’oggi tutti hanno la possibilità di esprimersi – ed è a dir poco bellissimo – però è anche vero che in questo modo si è sempre circondati da tantissime persone che fanno la tua stessa cosa, quindi ti rendi conto di essere soltanto uno in più rispetto a tutti. Ma bisogna essere in grado di riconoscersi ciò che si fa, di guardare le proprie creazioni e rendersi conto che a livello personale si tratta comunque di qualcosa di grosso e di importante. Dove andrà a finire è secondario.

Valentina Polinori

Fonte: pagina Facebook di Valentina Polinori

Sono trascorsi ormai dallo scorso disco circa tre anni durante i quali sei stata in tour per portarlo dal vivo. Quando è nata in te l’esigenza di andare oltre e concentrarti su qualcosa di nuovo?

I primi brani sono iniziati a venir subito dopo l’uscita di Mobili. Ad esempio Camilla è una canzone che è stata scritta proprio nell’estate del 2017, quindi quando era appena uscito il mio scorso album. C’erano dei brani che avevo appena scritto e che intanto rimanevano lì, li suonavo anche dal vivo ma non sapevo bene cosa ci avrei fatto. Ci ho messo anche del tempo per capire e decidere se mi sarebbe piaciuto farli uscire da soli – mi fa sempre strano l’idea di dire “butto fuori un singolo”, anche se in effetti è una cosa che adesso si fa moltissimo – però dovevo arrivare ad averne un po’ di brani per capire che collocazione dargli.

E così ho aspettato, ho continuato a suonare e più o meno verso la prima metà del 2018 ho iniziato a scrivere altri pezzi. Ho fatto una prova di produzione con Alessandro Di Sciullo e, dopo un iniziale blocco per il confronto con un nuovo produttore, sono venuti fuori altri pezzi ancora, e così all’inizio del 2019 ci siamo messi in studio e abbiamo completato il disco, facendo uscire il primo pezzo a dicembre 2019. Sono state delle tempistiche abbastanza lunghe, ma erano necessarie per elaborare le cose. Io sono una che ama fare, mettere mano alle cose, produrre, quindi non sono mai stata ferma nella musica, è stata un’evoluzione continua.

In questo disco, oltre alla tematica, c’è anche un filo conduttore dal punto di vista stilistico. Si percepisce un sound omogeneo nei vari brani, dove la semplicità delle linee vocali si sposa bene con una voce pulita e con un arrangiamento che mescola leggeri elementi di elettronica con strutture proprie della musica italiana. Ci sono delle influenze particolari che ti hanno segnato durante la scrittura di questo disco?

Io ascolto tanta musica quindi sì, sicuramente ci sono delle influenze molto eterogenee tra loro. In quel periodo avevo sentito molto i Daughter: mi ricollegavo molto a quel mondo lì, un po’ un misto tra chitarre – o comunque parti suonate – ed elettronica. L’idea della voce pulita è una cosa che mi piace molto in generale, e la ritrovo in gruppi come i Big Thief, in questi mondi dove la voce è molto secca, senza particolari effetti. È una cosa che finora ho sentito mia e mi ha molto convinto, chissà come andrà nel futuro!

Se dovessi scegliere un brano tra quelli del disco che ti rappresenta di più in questo preciso momento, quale sarebbe?

Fammi pensare… forse un misto tra Bosco e Lontani. Bosco è una sensazione che vivo sempre, questo sentirmi un po’ dubbiosa di dove io sia o comunque di chiedermi spesso la direzione intrapresa. Mentre Lontani perché questi due mesi di clausura mi hanno portato a questo aver paura dei rapporti, di quanto reggano alle difficoltà, di quanto siano sinceri ed onesti. E’ una cosa che in realtà mi chiedo sempre, ma in questo periodo sicuramente molto più del solito.

Hai avuto modo nella tua carriera musicale di calcare palchi in apertura dei concerti di artisti del calibro di Cristina Donà, Lo Stato Sociale o Ginevra Di Marco. Com’è stata questa esperienza?

In generale suonare è sempre bello, poi se chiaramente ti trovi a doverlo fare prima di un artista che stimi ti senti ancora più onorato. Devo ammettere anche che è stato bello perché mi rendo conto di essere stata fortunata perché il pubblico degli artisti a cui ho fatto da apri-concerto era molto aperto e seguiva ciò che suonavo, era spesso un pubblico sensibile ed attento nei miei confronti. È stato bello prendere in prestito un pubblico non mio, e sono tutti stati sempre molto disponibili ad ascoltarmi.

Torniamo un po’ indietro nel tuo passato. Quando è cominciato il tuo rapporto con la musica?  È successo quando eri una bambina o la scintilla è scoppiata più tardi?

Io ho studiato pianoforte classico per tanto tempo da quando ero piccola e a 14 anni sono entrata al Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Quello è stato il primo rapporto formale con la musica, anche se già da piccolina ne avevo ascoltata tanta grazie ai miei genitori.

C’è stata poi una vera svolta quando ho studiato all’estero per un po’, e li ho sentito un salto perché ho iniziato a pensare che potevo scrivere delle cose mie ed essere più attiva nel mio rapporto con la musica, al posto che fruirne in modo passivo. Così mi sono lanciata a scrivere intorno al 2014 ed è proprio a quel periodo che risalgono le mie prime canzoni. Mi è stato anche d’aiuto il fatto di aver cominciato a studiare da autodidatta la chitarra proprio in quel periodo, e la cosa mi metteva sicuramente più a mio agio – anche per una diversa intuitività dello strumento.

A dispetto di molti artisti emergenti e non, si sente dai tuoi lavori che dietro esiste, oltre ad una necessità espressiva, anche una solida base tecnica. Non hai studiato canto ma hai studiato pianoforte e chitarra. Credi che la formazione ricevuta ti sia stata utile per arrivare dove sei adesso? Quanto credi possa essere importante la formazione al giorno d’oggi per gli artisti?

In realtà la questione è molto personale, perché ognuno ha il suo percorso ed il suo mondo, ed è giusto così. Io non mi sento di giudicare nessuno.

Mi rendo conto che in qualche modo l’aver studiato pianoforte in modo molto accademico mi aveva messo un po’ in difficoltà, limitandomi per certi versi. È stato sicuramente un grande aiuto a livello di scoperta di musicalità e di sviluppo dell’orecchio, ma magari da un punto di vista mentale mi dava la sensazione di inadeguatezza: quando non sai a volte è più facile, semplicemente ti lanci e provi a far delle cose, senza curarti di quanto siano effettivamente giuste o corrette.

Studiare la chitarra da autodidatta, al contrario, mi ha aiutato e mi ha lasciato molto più libera in questo. Però io sono molto legata al mondo tecnico, quindi sto pensando comunque di recuperare.

In fondo bisogna trovare il giusto equilibrio: quando scrivo non mi concentro sul pensare a cosa e come lo sto utilizzando, non mi focalizzo sui gradi o altri elementi tecnici, anche se in fondo un po’ mi piacerebbe saperlo fare, sono sempre un po’ combattuta! Ma alla fine è sempre una questione di equilibrio.

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Fonte immagine di copertina: pagina Facebook Valentina Polinori
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