In un mondo di malinconie nascoste e divertimenti forzati, l’intimità di un abbraccio diventa l’unico modo per salvarsi dalle “bad vibes”, dalle energie negative che cercano di prendere il sopravvento su di noi.

È di questo che parla Ganoona, giovane rapper e songwriter di Milano, nel suo nuovo singolo, Bad Vibes, le cui sonorità urban-pop tinte di soul e r&b si mescolano alle percussioni e ai fiati “andini” che riconducono al mondo latino-americano intrinseco nella produzione artistica dell’artista.

La nostra intervista a Ganoona.

bad vibes - ganoona

Bad Vibes – Ganoona

Come hai passato queste settimane di quarantena?

In dei giorni ero molto creativo mentre in altri non riuscivo neanche a scendere dal letto. All’inizio ero molto sregolato, poi ho deciso di darmi degli orari fissi e di fare esercizio fisico per tirarmi su di morale. Scaricare le energie facendo attività fisica mi è servito tantissimo. In generale ho sfruttato questo tempo soprattutto per lavorare su di me e per scrivere tanta musica.

Come è nato il singolo “Bad Vibes”?

Ho scritto Bad Vibes quasi un anno fa, in un periodo non particolarmente felice della mia vita. Mi sentivo come ingabbiato e avevo bisogno di sfogare quello che avevo dentro. Ho deciso di farlo scrivendone un pezzo.

Dal punto di vista musicale Bad Vibes è nata al pianoforte. Ci è voluto un po’ di tempo per trovare il “vestito” adatto dal punto di vista della produzione. Faticavo a trovare qualcosa che mi soddisfacesse, poi due produttori di Milano sono riusciti a creare un’atmosfera che rispecchia molto il testo, con sonorità quasi stregonesche.

Sonorità stregonesche e ambientazione quasi da “Black Mirror”. Sei fan della serie?

Assolutamente! Io amo tutte le cose un po’ inquietanti, horror e thriller in particolare. A parte qualche puntata flop, penso che Black Mirror sia un capolavoro. Ti consiglio soprattutto una delle prime puntate a tema talent show… Geniale!

Penso che la nostra vita durante la pandemia sia diventata molto simile ad una puntata di Black Mirror. Mi sono domandato come avremmo reagito a questa situazione se non avessimo avuto FaceTime, Netflix, Whatsapp e Spotify. Chi più chi meno, tutti ci siamo rifugiati nella tecnologia e nei social.

Cosa puoi dirci del videoclip di “Bad Vibes”?

Io sono molto appassionato di danza, soprattutto di hip hop. Sono fan di questo mondo e sono fidanzato con una ballerina. Nel mio piccolo mi piaceva l’idea di consolidare una fratellanza tra il mondo della danza e quello della musica. È quello che succede in molti paesi, ma non in Italia. Penso che la musica e la danza appartengano a due mondi fenomenali, che se si unissero e si mettessero in relazione creerebbero qualcosa di davvero unico.

Ho chiesto ai The Collective, una crew fortissima del nord Italia che quest’anno ha vinto il campionato mondiale del Milano Hip Hop  Festival, di occuparsi della parte di danza del mio video. Ho dato carta bianca e ognuno di loro ha fatto qualcosa di diverso: chi ha ballato in casa, chi fuori, chi in montagna… Sono stato contentissimo del risultato. Penso che il corpo dei ballerini nel video trasmetta l’idea di libertà fisica, in un momento di ingabbiamento.

Tu credi che le arti acquisiscano potenza mescolandosi?

L’arte in generale, in tutte le sue vesti (che sia musica, danza, teatro…), è potentissima, e se diversi tipi di arte entrano in comunicazione tra loro, può nascere qualcosa di ancora più forte e indistruttibile. Questi mondi devono imparare a mettersi in relazione per crescere insieme. Ad esempio, un singolo viene spinto dalla coreografia dei ballerini che interpretano il videoclip (come nel caso di Bad Vibes), così come, allo stesso tempo, i ballerini vivranno di rendita del successo o meno del singolo in questione.

Da quali artisti prendi ispirazione per la tua musica?

Io ascolto tantissima musica e di generi molto diversi. Nasco italo-messicano, quindi già da bambino sono stato abituato ad ascoltare musiche di paesi differenti. Mia madre mi faceva ascoltare i cantautori italiani, soprattutto Dalla e De André; mio padre metteva sempre dischi di musica latina e messicana. Con il tempo mi sono appassionato alla black music, al rap, al soul e all’r&b. Quando ho iniziato a scrivere i miei primi testi ascoltavo Dargen D’Amico, Mecna, Ghemon, Marracash.

Con il passare degli anni però ho iniziato a sentire sempre meno l’influenza di questi artisti. Il mio obiettivo artistico è fare un genere di musica che faccia da ponte tra tutti i miei poli di influenza e creare una poetica nuova. Si sentono certamente degli echi del cantautorato e un approccio hip hop alla scrittura, ma cerco di prendere ispirazione soprattutto da libri, romanzi, dal cinema e dalla pittura.

Qual è l’album nel quale ti sei sentito più rappresentato, tra tutti quelli dei tuoi colleghi artisti?

Sicuramente Persona di Marracash. Marra ha un peso specifico letterario davvero potente, ma quello che più mi ha colpito è stato vedere un artista affermatissimo, che non ha alcun bisogno di conferme, mettersi totalmente a nudo come persona, oltre che come artista. Quello che ha fatto Marracash con Persona è quello che cerco di fare sempre anche io quando scrivo.

Qual è stato il tuo percorso?

Mi sono avvicinato alla musica abbastanza tardi. Da ragazzino facevo rap in segreto, avevo troppa paura di espormi. Mi ha poi aiutato tantissimo il teatro. Ho fondato una mia compagnia itinerante che mi ha permesso di guardarmi allo specchio e dire finalmente a me stesso che suonare era quello che volevo fare, che dovevo soltanto buttarmi. All’inizio non pensavo di riuscire a cantare perché ho una voce molto bassa, ma studiare mi ha permesso di sperimentare e uscire dagli schemi.

Qual è stata l’esperienza più bella della tua carriera?

Ho pubblicato un ep (sempre di genere rap) in lingua spagnola con un’etichetta messicana. Io e il dj siamo riusciti a trovare un booking e abbiamo organizzato un tour di circa un mese in giro per il Messico. È stata un’esperienza davvero molto forte e formativa.

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