In principio c’era il nulla, un buio cosmico somigliante all’inesistenza. Poi, d’improvviso, accadde ciò che doveva accadere: lo spazio divenne saturo di un’energia nuova e mai raccontata, gli inventori del cielo cominciarono a plasmare la materia, tornendo vasi a forma di pianeti. Alcuni soffiarono venti ed aneliti e si manifestò quel mistero irrisolto che tuttora chiamiamo vita. Il processo evolutivo dilatato nei millenni creò il blu ed il verde, acqua e terraferma con una gamma vastissima di pantoni intermedi di flora e fauna. L’aria, immenso cappello per giganti, fu una linea rarefatta da far disegnare ai bambini sognatori d’orizzonti. Composta per lo più dal 78% di azoto, il 20% di ossigeno, il 0,93% di argon e lo 0,04% di anidride carbonica, essa è alla base del nostro stare al mondo. Ci nutre, ci accarezza e ci salva, proprio come mamma musica. Proprio come chi è forte e necessario, come chi ti vuole bene.

Il disco di cui vi racconteremo oggi è un requiem per la stasi, uno splendido inno alle contraddizioni giocate su caos e meticolosità, ordine e fughe rocambolesche che vanno dal profondo sud dell’Africa fino all’interezza dell’universo. Bambini sognatori, siete pronti per una nuova esperienza sonora? Sarà un viaggio fatto al contrario: slacciate i pensieri e partiamo.

Pare che nell’era di Planck, ovvero quel lasso di tempo che va dall’ultimo istante di nulla a pochi secondi dopo il Big Bang, le cosiddette forze fondamentali costituite dall’elettromagnetica, la nucleare debole, la nucleare forte e la gravità fossero unificate per un unico, ammirevole progetto finale. Quattro musicisti si incontrano sui palchi e in studio, chiacchierano della loro arte intelligente, dicono che vorrebbero fare un disco bello da ascoltare.Dalle menti e dagli strumenti di Fabio Rondanini dei Calibro 35 e AfterhoursAdriano Viterbini dei Bud Spencer Blues Explosion, Alberto Ferrari dei Verdena e Marco Fasolo dei Jennifer Gentle è nato il supergruppo I Hate My Village.

La Tempesta International il 18 gennaio scorso ha pubblicato il loro primo lavoro, un fulllength omonimo sorprendente e stranamente italiano. Ostico e quasi impensabile nominare un genere come l’afrobeat se non si hanno alti livelli di melanina, eppure gli I Hate My Village sono stati capaci di sconfiggere questo pregiudizio titanico e dosare bene la commistione di jazz, funk e tradizionalismi con un grunge rude e sincero. Si ispirano a Rokia Traoré e Bombino, collocandosi tra Fela Kuti ed Eddie Vedder. Questo rock dal sapore anni ’90, in fondo, compie un altro gesto eroico: non è un baluardo buonista, non cerca les magiciens de la Terre per il globo, non ruba e non usurpa, ma diletta. I Hate My Village è la soundtrack di un non-luogo, allude alle semplici lande dell’immaginazione.

La copertina di I Hate My Village, la copertina del disco d’esordio del gruppo omonimo realizzata da Scarful (Alessandro Maida)

Nove tracce godibili per una durata complessiva di poco meno di mezz’ora. Cantato in inglese perché previsto per un’etichetta straniera. Travolgente, appassionante ed appassionato in turbini di suoni lontani, cromaticamente distante anni luce dal nero cosmico della penuria di vita. Più strumentale che cantato, si avvale anche dell’uso del balafon, gli african drums per eccellenza. E poi c’è la chitarra ovattata, il suo suono morbido e caparbio, a tratti violento e spietato. L’uscita del disco è stata anticipata da due singoli, Tony Hawk of Ghana e Acquaragia, fantastici esempi di un esordio che senza ombra di dubbio continuerà a far parlare di sé.

Dietro al nome del supergruppo c’è un film ghanese a tema cannibali e risalente agli anni Settanta, I ate my village; la locandina sfida le leggi basilari dell’estetica ma è così accattivante che basta una consonante davanti ad una parola ed il senso cambia, la fame si tramuta in odio.

Ogni cosa può attraversare il minutaggio del disco: la distorsione, il sangue seppur con assenza di dolore, il piacere fisico, l’estati per la mente, le scarpe insabbiate che hanno percorso sentieri lontani, il respiro lungo verso quegli altri vasi a forma di pianeti che non ci appartengono, la dimensione mistica, la perdita del senso pratico e l’adozione di quello onirico, il viaggio, la propensione ostinata alla cura dell’anima.

Il rilascio dell’album sulle varie piattaforme è accompagnato da un tour promozionale che parte proprio oggi dal Monk di Roma (02/02) e continuerà al Locomotiv di Bologna (14/02), alla Latteria Molloy di Brescia (15/02), al Capitol di Pordenone (16/02), al Circolo della Musica di Rivoli (21/02), al Kalinka di Carpi (22/02), al Klang Festival di Montemarciano (23/02), al Santeria di Milano (27/02), alla Galleria 19 di Napoli (02/03), al Mood Social Club di Cosenza (03/03), al Druso di Bergamo (22/03), al Supersonic di Foligno (23/03), al Treessesanta di Gambettola (28/03), al Bliss de L’Aquila (29/03), alla Casa degli Esordi di Bari (30/03).

In principio c’era il nulla, un buio cosmico somigliante all’inesistenza. Poi, d’improvviso, accadde ciò che doveva accadere e la grande esplosione del Big Bang, la creazione della materia, le quattro forze che si unirono per una ventina di secondi. Tutto cambiò per sempre. Anche in quest’era di Planck contemporanea pare che la musica sia mutando: gli I Hate My Village stanno egregiamente contribuendo a plasmare un avvenire di bellezza per noi bambini sognatori.

 

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

Brani consigliati: Acquaragia, Location 8, Fame, I Ate My Village

 

Tracklist:

01. Tony Hawk of Ghana  2:53
02. Presentiment  4:51
03. Acquaragia  2:55
04. Location 8  0:44
05. Tramp  2:42
06. Fare un fuoco  2:20
07. Fame  3:23
08. Bahum  2:18
09. I Ate My Village  2:32