Parlare con Guidobaldi è come essere saliti con lui su una moto e aver iniziato a girare per Roma. Che poi, a pensarci, è quello che fanno i due ragazzi protagonisti del videoclip di Cartolina Portuense, primo dei due singoli pubblicati fino ad ora – il secondo è Lungotevere – dal cantautore romano. Ascoltare i due pezzi è come prendere una mappa di Roma e perdercisi a ritmo di musica, accompagnati dai testi di Matteo, classe 1994, nato e cresciuto all’Appio Latino, quartiere poco distante dalla Basilica di San Giovanni. Due canzoni leggere ma tutt’altro che banali: forse perché, come ci tiene a sottolineare lui, la sua è una vita come quella di tanti altri ragazzi romani e le sue canzoni non sono altro che racconti delle piccole cose di tutti i giorni, dai tramonti sulla Portuense alle nottate passate in piazza Trilussa.

Dopo una breve presentazione, in cui ci racconta da dove viene e come la musica sia sempre stata una presenza costante nella sua vita, gli abbiamo fatto qualche domanda.

Secondo te c’è un momento di rinascita della musica italiana? O è solo un momento passeggero che finirà presto?

Sono molto convinto che si sia aperta una nuova stagione. Ci sono sempre stati periodi di transizione nella musica italiana e il periodo appena passato è uno di questi: quello che hanno fatto I Cani, Calcutta e i The Giornalisti è aver cambiato il modo di scrivere e iniziare a raccontare la vita di tutti i giorni, la propria vita. Questo nuovo modo di fare musica si è trasmesso a tanti altri giovani, che hanno deciso di lanciarsi in questa esperienza trovando buone risposte nel pubblico. Quel periodo di transizione è passato perché ormai tutti si sono adeguati a questo modo di vivere la musica, ma non so quanto questo possa resistere. Col termine “indie” in Italia ci siamo abituati ad indicare ciò che viene dal basso, ciò che parte dalla camera di casa propria e in alcuni casi finisce addirittura al Palasport. Oggi, invece, per indie si intende una specie di grande contenitore: una determinata parte di pubblico sensibile ad un certo tipo di musica, ma che in realtà spazia dal pop al rap passando anche per la trap. L’indie è un termine generico perché si tratta ormai di un vero e proprio movimento, c’è dentro gente che ha voglia di ascoltare sempre cose nuove a prescindere dalle band che citavo all’inizio.

Hai citato band romane e il rapporto che hanno con la propria quotidianità. Vale anche per te, dato che i tuoi singoli prendono spunto da due luoghi di Roma?

Sì, il mio quartiere è stato importante perché ci sono cresciuto e mi ci sono formato, dall’asilo fino al liceo. Lì mi sono avvicinato alla musica anche grazie ad alcune persone conosciute in zona e all’esperienza della mia band liceale, nonché per la scuola di musica che ho frequentato. Tengo molto al mio quartiere, anche se non ci ho ancora scritto una canzone sopra. In generale tendo a raccontare le mie storie collocando l’ascoltatore in un determinato spazio, sono molto attento allo scenario anche perché non penso di avere cose così innovative da dire. Semplicemente penso sia giusto scrivere le mie storie e scrivere del mondo per come lo vedo, poi spero che a partire da quello che racconto chi ascolta si riesca ad immedesimare e possa raccontare le sue di storie. Comunque è stato un po’ un caso essere uscito con due singoli così improntati sulla geografia, non so se con gli altri pezzi riuscirò a riprendere questa cosa, non vorrei il disco diventasse un Tuttocittà.

Ti senti parte di questo grande genere che è l’Indie o ti senti come un artista a parte?

Non lo so. Chiaramente entro in punta di piedi in tutto questo, ho iniziato da poco. Ascolto tutto e soprattutto gli artisti della scena romana e mi ci ritrovo. Però devo ammettere che il mio genere è il Pop. Come dicevo prima, l’Indie lo vedo come un grande contenitore e sicuramente, anche considerandomi Pop, credo di poter convivere in questo ambiente, mi ci trovo bene, anche perché sono alle prime armi e mi ritrovo a suonare in locali della scena romana. Mi appoggio dove riesco, anche perché il pop sta bene ovunque.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali?

A me piacciono tantissimo gli artisti che nominavo prima, anche perché sono stati punti di riferimento nella mia formazione e mi hanno fatto capire che si poteva fare musica a Roma in un certo modo. Apprezzo molto Giorgio Poi e Motta, mi piace il suo modo di scrivere. Riferimenti passati più importanti sono sicuramente i Beatles per gli arrangiamenti, gli anni ‘90 in Inghiltera, dagli Smiths agli Oasis, per poi finire negli anni Duemila con gli Strokes e gli Arctic Monkeys. Mi trovo meglio nell’ambito inglese, ma riconosco che abbiamo avuto artisti importanti anche qui da noi: se dovessi fare un podio ci metterei sicuramente, Dalla, Battisti e Mina. In generale mi trovo meglio nel pop, perché trovo sia il genere che può mettere insieme tutte le sonorità possibili, a volta anche in un solo brano.

Come giudichi la trasformazione che hanno avuto alcuni artisti, nati come alternativi e poi passati a progetti più commerciali?

Prima ho fatto riferimenti ad un Pop tradizionale ma non commerciale, perché non penso di voler fare qualcosa di puramente commerciale. Il Pop ti consente di spaziare molto di volta in volta, ma è questione di scelte. Iniziando a lavorare nel mondo indie mi rendo conto che vivere di musica è complicato. Non mi sento di condannare la scelta di fare canzoni più commerciali, anche se molti fan vivono male qualcosa del genere. Penso inoltre che la coerenza dell’artista a se stesso debba sempre prevalere rispetto a quello che il pubblico si aspetta da lui. È fondamentale avere una personalità forte e avere chiaro dove stai andando.

Parlavamo di Roma: il titolo della tua canzone, Lungotevere, si riferisce ad una zona ben precisa della capitale ma  il video, in realtà, è girato al Pigneto. Ci dici qualcosa a riguardo?

Lungotevere è uscito circa un mese fa ed è il mio secondo singolo, parte di un progetto che sto ancora registrando e che uscirà in autunno. Lungotevere riguarda l’attesa, magari quella che c’è tra un primo ed un secondo appuntamento, quando sei in macchina tornando a casa e ragioni su come sia andata. La scelta del video è voluta: anche su Cartolina Portuense non ci sono riferimenti espliciti alla Portuense, stessa cosa abbiamo deciso su Lungotevere. Ci sono riferimenti nel testo a Piazza Trilussa e al lungotevere, però abbiamo pensato che sarebbe stato bello far scorrere il video parallelamente al testo della canzone. Per me il video è una cosa a parte. Più che altro è stato bello partecipare in prima persona, dato che invece nel video di “Cartolina” appaio solo alla fine mentre suono.

Hai parlato di un progetto più grande: cos’hai in mente?

I primi due singoli hanno avuto una bellissima risposta da parte del pubblico, che anche con l’etichetta Sbaglio Dischi che mi segue non ci aspettavamo. Ci siamo sempre mossi su cifre di ascolti tranquille e abbiamo privilegiato la mia crescita artistica rispetto al grande pubblico. Vedere una mia canzone ascoltata fuori dal raccordo o sentire di gente che mi chiede quando vengo a suonare a Treviso è una cosa strana. Investire sulla musica è sempre una bella scommessa ed è difficile viverci. Dopo questi due singoli ho assunto consapevolezza e mi sono convinto che questa è la strada giusta da seguire, perciò con l’etichetta ci siamo decisi di fare un disco che uscirà, come ti dicevo, in autunno. Il progetto è quello di suonare: fare questo disco e sperare di girare un pochino.

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire al nostro pubblico o a qualcuno che cerca di emergere nel mondo della musica?

Il mondo della musica è pieno di persone con tantissime idee. All’inizio ero completamente scosso, fuori fase. Poi vedendo la mia musica arrivare a persone che non conoscevo che mi scrivevano e mi facevano i complimenti ho pensato di aver raggiunto qualcosa. Il mio consiglio è quello di provarci e di crederci, di mettere la propria personalità a disposizione del pubblico. Niente di troppo artefatto, bisogna essere noi stessi, altrimenti ci si prende in giro. Non seguire le logiche del mercato ma seguire i propri sogni.