© Aldo De Sanctis

Persino il loro nome, Pitchtorch, non è a caso. “Pitchfork” è infatti il diapason, lo strumento utilizzato per accordare gli strumenti, mentre “torch” è ovviamente la torcia. Ecco quindi che il diapason si fa fiaccola accesa, che nelle parole del compositore Mario Evangelista “rappresenta la musica come una luce che può fare da guida in questi tempi bui”. L’immagine costituisce anche il logo della band, disegnato dall’illustratore freelance Nazario Graziano, e compare al centro della copertina del loro album di debutto, la cui uscita è fissata per questo settembre. Intanto li si può ascoltare con Not On Sunday, il loro primo singolo, o riscoprire i progetti passati delle vecchie band dei componenti. Nessuno di loro è infatti alle prime armi: Evangelista, oltre al comporre musiche per pubblicità e cortometraggi, è anche membro fondatore del gruppo folk e blues fiorentino The Gutbuckets, al momento a lavoro al loro terzo album; Danilo Gallo, bassista e contrabbassista, è membro del gruppo americano Guano Padano – collaboratori, tra gli altri, di Vinicio Capossela e PJ Harvey – mentre il batterista Marco Biagiotti proviene dall’ambiente indie, con il gruppo psychedelic-pop fiorentino The Vickers. Anche le credenziali dietro la copertina del loro album sono eccellenti: l’artwork è infatti affidato all’art lab Ver Eversum, e i dettagli che contiene sono solo un piccolo accenno dell’impegno creativo della band. Di che tipo di album si tratterà? Non facile da dire, soprattutto considerando che non avrà – né potrebbe avere – un genere di riferimento. “Desideravo allestire una band libera di suonare, in grado di gestire le influenze più disparate al di là dei generi-contenitore.”, dichiara sempre Evangelista. “Io ascolto praticamente di tutto, sia come studioso – essendomi laureato in Musicologia – sia come musicista onnivoro. Ho scelto Danilo e Marco al mio fianco proprio per questo motivo. Danilo è a suo agio tanto con il punk quanto con il free jazz: ecco perché è uno dei migliori bassisti in circolazione. Marco, parimenti, affronta varie situazioni musicali con grande pacatezza. Entrambi prestano poi molta attenzione al suono, per me una componente fondamentale”. In attesa dell’uscita dell’album, ascoltiamo in anteprima Mario Evangelista per un’intervista in esclusiva.

La copertina di “Pitchtorch”, in uscita a settembre.
© Ver Eversum

Il vostro genere è una fusione di stili diversi, dall’elettronica al folk. Pensate di avere più affinità per uno di essi in particolare?

I Pitchtorch nascono volutamente dall’unione di musicisti con background molto diversi, ma in grado di dialogare secondo un linguaggio comune. Dall’improvvisazione totale al blues, passando per l’Irish folk e la psichedelia, la band ha suonato praticamente tutto, lasciandosi contaminare senza nessun freno. Credo che la musica debba essere così, libera e senza confini. La contaminazione è il più grande insegnamento che i suoni possano trasmetterci.

È venuto prima l’album Pitchtorch o Not On Sunday

Not On Sunday è stato uno dei primi brani a prendere forma, addirittura prima che esistesse l’idea stessa dell’album. Nasce da un periodo difficile di considerazioni personali riguardo al luogo in cui ci si trova e alla necessità di tornare a viaggiare per cercare soluzioni migliori. Il brano è stato così “convincente” che lo si può considerare uno dei principali fattori che hanno portato alla realizzazione del progetto. Il suo mix di blues, folk e psichedelia mi ha fatto capire che le diverse influenze della band potevano portare a un paesaggio sonoro interessante.

Il vostro artwork è molto particolare. Descriveteci la simbologia dietro gli animali, le altre immagini e i colori. In particolare, gli animali (il colibrì, l’iguana e il geco) rappresentano voi tre? 

L’artwork è frutto della collaborazione con lo studio di grafica Ver Eversum, specializzato in poster art. Tutto ruota intorno al Pitchtorch, gioco di parole fra i termini inglesi “pitchfork” (diapason) e “pitch torch” (fiaccola). In questa sorta di Wunderkammer rinascimentale, Pitchtorch emette luci e suoni che attraggono l’attenzione degli animali, che possono essere visti come archetipo dell’umanità stessa e delle sue qualità. È un modo per far capire che la musica ha una potenza enorme, ma c’è bisogno di una predisposizione d’animo adatta a ricevere tale forza. C’è bisogno di tornare a considerare la musica come qualcosa di fondamentale alla vita.

I vostri brani sono ispirati a eventi biografici o contemporanei? Se sì, quali? E se no, da cosa traete ispirazione per le vostre tracce? 

I brani sono ispirati a ciò che ci circonda. Nella scrittura difficilmente riesco a esimermi da quello che accade intorno a me. Essi diventano una sorta di diario che viene regalato al pubblico, nella speranza che tale lettura sia utile anche a terzi. Alcuni pezzi cercano di rappresentare il contesto soltanto attraverso i suoni (come Pitchtorch, Seashore e Actually Is Fading), altri invece affrontano gli argomenti più vari, dall’emigrazione (Not On Sunday) alla ricerca di una guida (Dear Old Seagull) o alle cartoline di immagine indipendenti tra loro (Between You And Me), sino al flusso di coscienza (Pictures Are Goin’ Wild) e alla constatazione del raggiungimento di alcuni traguardi (Perfectly In Tune).

Sono previste in futuro collaborazioni con i compagni delle vostre vecchie band?

Ognuno di noi prosegue ad avere progetti attivi che sviluppano il loro percorso parallelamente a Pitchtorch. Nel futuro non sappiamo ancora cosa ci sarà. Staremo a vedere.

Che rapporto avete con le vostre città d’origine? Vi tornate spesso? 

La condizione del musicista ha sicuramente nel viaggio una delle sue caratteristiche fondanti. Vivere in posti differenti dal proprio luogo di nascita è un obbligo per chi vuole conoscere quello che lo circonda.  Ciò permette di astrarsi e guardarsi da altre prospettive, consentendo di mettere in discussione cose date per scontate. Ad ogni modo, il luogo natìo farà sempre parte di noi, è innegabile. Le New York Dolls dicevano che puoi portar via le Dolls da New York, ma non puoi tirare via New York dalle Dolls. Chiaro, no?

Ci sono altri gruppi, soprattutto indie italiani come voi, con cui vi piacerebbe collaborare? 

I nomi che saltano alla mente sono tanti, ma aspettiamo di vedere che direzione prenderà il prossimo album, che nel frattempo è già in lavorazione. Certamente sarebbe un piacere collaborare con personalità apparentemente molto distanti e vedere cosa ne viene fuori. Credo che il contrasto riveli le sorprese migliori.

© Aldo De Sanctis

Immagine di copertina: © Aldo De Sanctis
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