tuu tuu. tuu tuu.

Pronto?
Buonasera, lei è un membro della band Inni?
Sì… Aspe’, ma sei Pietro?
No scusi, è che su Spotify–
Seeeh, tu sei Pietro.
Lei come si chiama?
Pfff, lo sai. *risate in sottofondo* Vabbe’, mi chiamo Stefano.
Stefano, ti giuro che non sono Pietro.
*ride*
Stefano, ci staresti per un’intervista?
*aspetta qualche secondo* D’accordo Pie’, tutto quello che vuoi.

Inni è il nome del gruppo e di loro c’è una sola foto. Sono tre ragazzi. Su Spotify tre canzoni. Niente casella About, niente informazioni, niente di niente. Li cerchi su internet e non li trovi. Provi su YouTube con i titoli dei singoli, ti mostra i videoclip dei brani.
“Lacuna”, “Seeds”, “Luvjazz”. Devi premere play. Rispettivamente: dettagli anatomici rovesciati, ragazza sommersa dal fogliame, terriccio su una bara. Nell’ultimo si sente la voce di una donna: l’idea di morire non mi fa paura, non dico bugie. Chiudi il video, ti allontani. Un’idea di morire, non sai di cosa parli.
Poi ci arrivi:
NON sai
di cosa
parli.
Per questo riapri il video. Perché non sai nulla.

Tutti hanno bisogno di sapere e tu sai anche questo. C’è dell’altro sottoterra e hai una pala per scavare. Cerchi “Inni” su Facebook. Poche informazioni, un numero di telefono. Ecco. Tutti hanno bisogno di sapere e tu sai che vuoi chiamare.

Capitolo I – Io e Satana facevamo musica da un pezzo

Devi immaginarti questa villa, ad Altamura, in provincia di Bari. Marzo 2017. Forse era febbraio. No, marzo. Boh, c’è una villa e ci vivono tre ragazzi. Uno sono io. I due ragazzi con me sono Giuseppe-detto-Satana e Nico. Fidati, non ha senso raccontare come ci siamo conosciuti, Altamura è uno di quei paesini in cui ci si conosce tutti. Ma a un certo punto dobbiamo aver iniziato anche a parlarci, Giuseppe-detto-Satana mi ha insegnato a suonare quando avevo quindici anni. La chitarra. Sì, ha tre anni più di me.
La villa era una villa a tre piani, ma che c’entra? Il primo per mangiare, il terzo per produrre e suonare. E giocare alla PlayStation. C’era un giardino enorme, con delle volpi che ogni tanto venivano con cui avevamo fatto amicizia. Il cancello stava proprio lontano dalla casa, come a dire che la civiltà era una roba fuori.
Io e Satana facevamo musica da un pezzo, eravamo in un gruppo hardcore metal. Ascoltavamo Raein, Deftones, i primi Bring Me the Horizon. Esatto, la roba urlata.
Nico è arrivato dopo. È tornato, in realtà. Eravamo in un momento di nulla con le nostre vite quando è rientrato ad Altamura. Aveva mollato l’università. Ci siamo sentiti, ha visto che suonavamo ed è partito tutto di lì. «Raga, la mia famiglia ha una villa. Vi va di trasferirci lì e iniziare un progetto insieme?» Ci andava. Così sono nati gli Inni.

Capitolo II – Adesso ne abbiamo quasi paura

Dopo un po’ Altamura ha iniziato a starci stretta. La mia ragazza, Vittoria, stava già a Milano a studiare arti multimediali. Ci siamo trasferiti anche noi, non so cosa cercassimo. Ma è stata la scelta giusta, ormai la band aveva la sua struttura, ma avevamo bisogno di un ambiente diverso per proporci.
Cosa? No, non direi “agganci”: Vittoria ci dà una mano con le riprese, ma siamo autosufficienti. Io produco e canto, Satana produce e suona la chitarra, Nico canta. L’ultimo videoclip l’ha curato lui dall’inizio alla fine, la direzione artistica è una roba sua. Social, immagine. Diamo tanta importanza ai video perché Nico ha insistito fin dall’inizio con questa idea di progetto audiovisivo. Certo che è importante, l’immagine è tutto. *ride* È vero, c’è una sola foto. Quella sensazione di anonimato è voluta, c’è un motivo. Il gruppo in cui io e Satana suonavamo prima era finito a concentrarsi soprattutto sul “chi siamo, come vogliamo inserirci nell’industria, dove dobbiamo arrivare”. Gli Inni non vogliono sfondare. Non ce ne frega un ca*zo, vogliamo solo mettere su qualcosa di figo.
Ci piace giocare con la lingua. Dei pezzi che non abbiamo ancora pubblicato alcuni sono in italiano, altri in inglese, altri metà e metà. Ma l’artista è sempre dietro al contenuto, non davanti. La band che avevo con Satana, sai che fine ha fatto? Ecco, capisci dove ti porta stare davanti alla tua musica. Adesso ne abbiamo quasi paura.
Cioè, che sensazione hai avuto? Sì, allora credo sia per questo. È che, per dire, i nostri video partono davvero dall’idea di cosa stiamo cercando di comunicare. Un tema. Una sensazione. Il nostro primo brano, “Lacuna”, era straziante, corporeo, allora abbiamo ripreso dettagli del corpo umano. Schiacciati, stretti, allungati. Ma al centro dell’inquadratura stava ciò che volevamo dire con la fotografia. Nient’altro. Nessuna carrellata su noi tre, nessuno zoom sulla nostra sala prove. Un messaggio e il suo mezzo. Invisibili.

Capitolo III – Non ci piace pianificare il futuro perché a volte

Di live ce n’è stato uno solo. Sì, era giù a Gravina, in Puglia. Ma no, di pezzi ne abbiamo parecchi, è che finora abbiamo pubblicato solo quei tre. Per alcuni aspettiamo di realizzare il videoclip. Gli altri… come scusa? No, è che siamo lenti. Scartiamo tantissimo. Restare anonimi ci porta a scegliere con cura: se uno appare poco, deve giocarsi bene le occasioni che ha. Non siamo perfezionisti, anzi. Ma ogni nostro pezzo deve rappresentare davvero tutti e tre, perché la nostra immagine sta solo nel contenuto.
In programma c’è un altro live, sempre in provincia di Bari. Ma per il resto non abbiamo ancora pianificato il futuro. Per un suo esame all’università, Vittoria sta realizzando un cortometraggio. Durerà venti minuti e la colonna sonora sarà composta da cinque nostre canzoni. Non si può proprio parlare di album, ma è il progetto più vicino a un LP che abbiamo in mente. Non ci piace pianificare il futuro perché a volte–
Aspetta, ti sento poco. Ok pronto, mi sono spostato. Dicevo, a volte ci capita di sentirci anche schiacciati dal moderno. Non è una critica, solo un’osservazione. Il nostro elemento naturale, quello più primordiale, è come sopraffatto dalla quotidianità. Ci siamo chiesti: se fosse il contrario? “Seeds”, la nostra seconda canzone, parla di questo. La risposta è la ragazza nel bosco del videoclip. No, non ci vive, ci abita. Alberi come pareti, il cielo come tetto, una casa aperta. Ha un telefono, un televisore, ma è come se questi oggetti quotidiani fossero immersi nella natura. Anche questa idea è nata per un progetto di Vittoria. È semplice, ma la sentiamo nostra.
Nella musica cerchiamo di essere ancora più onesti con noi stessi. L’obiettivo è restare fedeli allo stile in cui crediamo. Non al genere musicale, non ne abbiamo davvero uno. Siamo passati dal rock allo screamo alla trap all’elettronica e, da quando Satana è in fissa con il jazz, non so più cosa aspettarmi. Il genere non è altro che un contenitore. È con il nostro spirito che vogliamo rimanere sinceri. Questo, mi sa, è il nostro unico programma per il futuro.

Pongo la domanda finale.
Una domanda molto difficile.
“Le fa paura la morte?”

Inni è il nome di un paradosso.
Le domande che si pongono e i testi con cui rispondono. Il ricordo di un caseggiato lontano da tutto. La profondità di chi al «sì, siamo migliori amici» sa aggiungere, dopo qualche secondo, «per questo abbiamo conosciuto i nostri lati peggiori».
Ma hanno tra i 21 e i 24 anni. E al telefono scherzano e ti scambiano per Pietro.

Non è una domanda difficile.
Io l’ho posta tante volte agli altri.
Io no. Non ce l’ho.
La conosco troppo bene.
tuu tuu. tuu tuu.
La telefonata finisce
e ancora non sai di cosa parli
ma almeno adesso
sai che NON potrebbe essere altrimenti
tanto vale sforzarti.