Eye-liner deciso, capelli rossi e abbigliamento curatissimo. Elisa Pucci, cantante romana ma milanese d’adozione, frontgirl dei Moseek con i quali partecipa a X Factor nel 2015, adesso assume una nuova veste e si presenta come Mille, pubblicando il suo primo singolo da solista dal titolo Animali.

Noi di Artwave abbiamo avuto la possibilità di far quattro chiacchiere con lei in una piacevole intervista nella quale Elisa si è raccontata in un modo genuino e alla mano.

Elisa Pucci - Mille

Fonte: Facebook di Elisa Pucci

Ciao Elisa, come stai? 

Tutto bene, grazie. La salute tutto ok. So che è la domanda principale di questo periodo. Cerchiamo di rimanere con l’umore alto.

Stai riuscendo a trascorrere questi giorni di quarantena in modo positivo per quanto possibile?

Per quel che si può sì, in verità il tempo è volato. Proprio oggi parlando con il mio vicino di casa mi sono resa conto che sono già passati due mesi, ma per me sono volati, devo essere sincera. Sarà che non ho mai fatto caso a quanto tempo stesse passando, un po’ come quando so che devo svegliarmi prestissimo e vado a dormire tardi e decido di non guardare l’orologio, così penso di essere andata a dormire alle 10 di sera e mi auto convinco di avere alle spalle le ore di sonno sufficienti per affrontare la giornata e restare in forma.

Hai lanciato il tuo progetto da solista con l’uscita del tuo singolo “Animali”. Cosa rappresenta per te questo brano e come lo hai vissuto?

Questo brano ha un’importanza particolare perché è stato uno dei primi che ho scritto in italiano e fa un po’ da spartiacque tra la me che stava iniziando a scrivere in italiano con tutti i punti interrogativi del caso – sono sempre stata abituata a scrivere in inglese con i Moseek – e la me che invece aveva deciso di lasciare andare i dubbi e buttarsi. Quindi ha proprio rappresentato un punto decisivo nel momento in cui ho detto sì, riconoscendomi in Mille e raggiungendo la consapevolezza del potere e del volere scrivere in italiano.

Anche per questo motivo abbiamo scelto Animali come singolo, perché ha un forte valore simbolico per quella che è la mia evoluzione a livello artistico e personale. Questo altalenare tra istinto e ragione è un filo rosso che è anche proprio della canzone: la storia raccontata è una sorta di quarantena auto-indotta – ovviamente non sono chiaroveggiente e non potevo minimamente immaginare la situazione nella quale ci saremmo trovati poco dopo – dove tutti i giorni erano uguali, in cui le abitudini scandivano il tempo e rappresentavano anche una sorta di zona di comfort in contrapposizione con quello che è l’istinto appartenente ad un amore che, anche se poi passa una vita nel mezzo, rimane bello come quando era realmente e concretamente in vita. È come se ci fosse una narrazione parallela tra quello che è il racconto del pezzo e il valore simbolico che ha per me.

In effetti spostarsi dall’inglese all’italiano non è una questione ovvia dal punto di vista della scrittura. Come hai vissuto il processo creativo dovendoti confrontare con questa nuova esperienza? Ci sono state delle influenze musicali che ti hanno guidato in questo percorso? 

Finito il tour con i Moseek, come d’abitudine mi sono trovata nel momento di calma necessaria per prendermi del tempo e per dedicare anche spazio alle riflessioni. E quindi sì, c’erano delle cose della band delle quali mi stavo occupando – la cartella Dropbox dei Moseek è appunto aggiornata a ben poco tempo fa – però c’era anche un po’ la volontà di scoprire il nuovo, avendo appunto il tempo necessario per potere sperimentare, per aggiungere virtù. Era semplicemente un modo per giocare, una sorta di diversivo, fino a quando ho iniziato a scrivere con una certa continuità e la presenza di una serie di canzoni ha cominciato a tracciare un vero e proprio percorso.

Il processo creativo in soldoni per me è stato praticamente lo stesso, con la differenza però che mi sono agganciata ad un linguaggio che utilizzo anche tutti i giorni e mi sono tanto ricollegata agli ascolti che facevo quando ero piccola, a quelle canzoni che mi sono entrate dentro da bambina.

Anche in questo periodo di quarantena mi capita spesso di ascoltare canzoni appartenenti alla mia infanzia in casa con i miei. Mi sono ad esempio re-innamorata di Bruno Lauzi, mentre Patti Pravo è stata da sempre un’icona di riferimento. Per ora ho rispolverato brani come Comprami di Viola Valentino o ancora Rita Pavone con Cuore. Mi sono accorta che quel tipo di linguaggio lì, non solo testuale ma anche melodico, è una cosa che fa parte di me.

Prima hai accennato a Mille, appunto il tuo nome d’arte per questo progetto da solista. È un nome che crea curiosità, puoi dirci da dove deriva?

Anche qui sono andata a scavare nella bambina che sono stata. Mio papà mi chiamava la “garibaldina” di casa perché ero molto vivace e curiosa, avevo un bel temperamento! Amavo giocare organizzando spettacoli in casa di varia natura, utilizzando il salone di casa mia per giocare. Radunavo tutta la famiglia facendo un casino enorme, ed ogni volta che annunciavo che stavo per iniziare mio padre diceva a mia madre frasi come “Ecco, è arrivata la spedizione dei Mille! Forza Garibaldina!”. In realtà diceva tantissime altre cose, ma questa frase mi è rimasta impressa e quindi non sono andata lontano per andare alla ricerca del mio nome, mi sono solo guardata un po’ dentro.

Tornando ai Moseek, noi ti conoscevamo già da prima come frontgirl della band. Con loro hai partecipato nel 2015 ad X Factor, in che modo ti ha segnato quel tipo di esperienza? Cosa ti porti dietro come bagaglio personale?

È stata un’esperienza bellissima, ho imparato davvero tanto. Il palco di X Factor è un palco meraviglioso, il parco giochi per chi vuole fare musica, il paese dei balocchi per tutto quello che riguarda la performance e lo show in generale, spettacolare veramente. Mi sono rimaste anche tante persone che tutt’oggi sono dei miei punti di riferimento, come ad esempio Fausto Cogliati che ho appunto chiamato per la nascita di Mille e lui è stato molto felice di scoprire in me questa evoluzione. X Factor è chiaramente un’esperienza estremamente utile anche in termini di visibilità. Dopo la trasmissione c’è stata una bella fase con tantissimi concerti in tutta Italia. Ci ha fatto divertire un sacco sia durante che dopo.

Elisa Pucci - Mille - Moseek

Fonte: Facebook di Elisa Pucci

Parlando ci raccontavi che la cartella Dropbox dei Moseek è aggiornata a poco tempo fa. Quindi possiamo credere che porterai avanti entrambi i progetti?

Esattamente. Quello che ho intrapreso adesso è un progetto parallelo. Con i Moseek non abbiamo ancora uscite programmate proprio perché con Mille ho molti appuntamenti – emergenza sanitaria permettendo – e quindi gli impegni sono tanti e bisogna saper dividersi. Nel momento in cui sarà possibile ci saranno certamente anche delle uscite che riguarderanno la band, ma adesso non sono schedulate.

Effettivamente tra i Moseek e Mille ci sono molte differenze, non solo per la lingua dei testi ma anche per il sound ed il genere musicale. L’elemento comune appunto sei tu ed uno degli aspetti che viene fuori in entrambe le realtà è il tuo look molto chiaro che ti caratterizza, con eye-liner deciso, capelli rossi e modo di vestire molto curato. Da cosa deriva questa scelta estetica?

Prima di tutto mi piace, è una cosa che amo fare, ed anche in questa quarantena ogni mattina mi trucco e mi vesto con cura. Tutto quello che è fuori si collega a ciò che c’è dentro. Penso sempre che per essere completamenti noi stessi dobbiamo comunque fare un lavoro di ricerca, e quindi anche il look è qualcosa che mi permette di esprimermi, di divertirmi e di sdrammatizzare tutto quello che mi succede intorno. Solitamente il look che adotto per uscire potrebbe benissimo essere lo stesso che userei sul palco per Mille.

Era una cosa diversa effettivamente con i Moseek, dove andavo a fare la media tra il mio amore per lo stile vintage e le necessità legate al genere energico che suonavamo – l’ultimo tour con loro l’ho fatto con un body, jeans e stivaletti perché tutto doveva essere armonioso anche dal punto di vista dell’immagine – però uscita dal palco mi ritrovavi con il tacchettino e la gonna a ruota a vita alta ed i fiocchetti.

Quindi anche in questo caso c’è un ritorno al passato in una chiave più moderna, giusto?

Sì, assolutamente! La questione dei fiocchetti ha radici molto profonde. In questi giorni di quarantena mia madre – come penso un po’ tutti – presa dalla malinconia ha iniziato a sfogliare i vecchi album e mi mandava tramite telefono le foto delle foto, e in moltissime mi sono ritrovata con fiocchi e fiocchetti. Ho un legame molto forte con il passato, specialmente con la parte di me da bambina. Io ricordo anche mia mamma con i capelli rossi lunghi, vestita molto colorata con una grande dolcezza. Io da piccola immaginavo che quando sarei stata donna mi sarei vestita, truccata e acconciata così come lei. Sento molto mio il bisogno di riagganciarmi a quell’immagine dolce, imparando a ricordare le cose belle della mia vita. Le cose brutte le ricordo e mi servono per imparare, ma per il resto della giornata voglio farmi accompagnare da pensieri positivi e belli.

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Fonte immagine di copertina: Facebook di Elisa Pucci
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