Quando nasci in provincia di Lecce, punto liminare d’Italia e porto insicuro del futuro, hai di fronte diverse possibilità: andare via, aspettare il tuo treno (quasi sempre una vecchia littorina in ritardo), oppure raccogliere il buono di ciò che ti circonda per creare la tua occasione di riscatto. Neblo, Worst ed Enemy hanno scelto quest’ultima opzione, scoprendo nella musica il minimo comune denominatore dei loro progetti di vita. I tre artisti salentini, all’anagrafe Mattia Paladini, Luca Leo e Cristian Sava, sono infatti ritornati lo scorso 1° marzo con Ostaggi Freestyle (Phat House Music/ Artist First), una traccia d’ispirazione trap e hip-hop che sembra mettere le radici su un terreno fertile e ancora poco valorizzato.

Credit: lacasadelrap.com

Reduci dall’uscita del primo singolo, Carillon, una sorta di ninna nanna 3.0 in cui una melodia ipnotica e volutamente puerile gioca con un flow quasi circolare, Neblo, Worst ed Enemy si sono ritrovati in studio per incidere il nuovo pezzo, vertendo questa volta su delle sonorità più aggressive e su un linguaggio libero e maggiormente svincolato dalle strutture metriche, meglio conosciuto nella cultura hip hop come freestyle. E pare quasi di ritornare indietro nel tempo, alle origini del rap, in cui la parola nasce dalla strada e diventa espressione di uno stato di malessere e di ribellione. Non è un caso che Neblo, artista, produttore e dj leccese a vocazione internazionale (basti pensare alle sue collaborazioni con David Guetta e con Billie Eilish), abbia conosciuto Worst ed Enemy proprio nel bel mezzo di una battaglia freestyle di provincia: in questo senso, il loro incontro di suoni e di rime è stato intimamente dettato da un desiderio di autenticità tipicamente giovanile, che nel lavoro di squadra ha trovato forza e concretezza d’intenti. Ostaggi Freestyle, mixato da Enrico Bulla e masterizzato a Las Vegas da Scott Banks, rappresenta così un tentativo di evasione – come ci suggerisce contraddittoriamente il titolo – tanto musicale quanto concettuale, offrendo momenti di riflessione non solo intrinsecamente legati al significato del brano, ma anche indirettamente riferiti all’attuale stato di salute del rap locale e della scena trap nazionale.

Il secondo singolo di Neblo, Worst ed Enemy si lascia sì influenzare dalle ultime tendenze, ma non cade in quello che il linguista Giuseppe Antonelli ha definito come la trappola del “pensiero unico imposto dalle SSS”, vale a dire: Soldi, Sesso, Sostanze. Semmai si parla di antidolorifici e di adrenalina (“Tu Vivin C aspirina/ compra dell’epinefrina/ se vu-vuoi restare in vita”) e, più in generale, di una tensione continua causata dal conflitto tra mondo esterno e mondo interno, tra come là fuori vorrebbero che tu diventassi e come la tradizione ti imporrebbe di essere (“sfido me stesso perché sono oppresso/ dalla tendenza ma in preda al retaggio”). Già, perché lo stile dei tre ragazzi salentini prende nettamente le distanze da quella regola non scritta secondo la quale il rap autoctono debba per forza accostarsi al reggae; piuttosto, Ostaggi freestyle si riallaccia a quel mood sperimentato da tempo da un altro rapper leccese, Aban, che ha fatto dei suoi beat cupi e del suo distacco dalla formula “sule, mare, jentu” il suo tratto distintivo. E se in L.E.C.C.E. (2008) Aban diceva: “Quando le regole del gioco diventano sporche/ cala il silenzio, è come se si ferma l’aria/ senti le botte, rimbombano di strada in strada”, nella sua strofa Worst riprende, allo stesso modo, il buio della periferia per ricavarne un modello di comportamento (“E sono sicuro che posso cadere/ma sono convinto che so come farlo/ so come dal fondo potrò poi vedere/ il cielo più grigio e sfuggire all’infarto”).

Neblo, Worst ed Enemy hanno così confezionato una diapositiva vivida e netta del loro territorio di appartenenza, tagliando fuori il nichilismo imperante e difendendo una genuinità senza tempo che – ci auguriamo – possano mantenere anche nei loro rispettivi progetti singoli, tuttora in fase di lavorazione. Perché è sempre bello preservarsi senza isolarsi dalla realtà delle cose, delocalizzarsi senza mai perdere di vista il proprio centro. 

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