Mea Culpa è un disco mite e pericoloso.
Al primo ascolto ciò che colpisce di più è la durezza dei suoni. Ma a stupire di questa durezza sono i suoi modi dolci, che ci accompagnano per i quaranta minuti dell’album senza perderci di vista un solo secondo. È un’asprezza calda, in cui l’ascoltatore si sente avvolto, protetto. In cui, se non si sta attenti, ci si può perdere.

PrototypeLAB, la band romana che ha prodotto e registrato l’album, è una delle realtà più interessanti nella scena del prog emergente italiano. Composto da artisti già navigati, poiché per nessuno dei quattro romani questa è la prima esperienza musicale, il gruppo esplora le sonorità del classic rock e del metal in un progetto che di emergente ha poco. Si rivela anzi un discorso consapevole, che ha coscienza del proprio valore.

L’etichetta discografica che lo scorso 5 aprile ha rilasciato l’album, la Luminol Records, è addirittura una casa specializzata nel post-progressive. I PrototypeLAB non potevano essere più delineati nella loro scelta. Non cercano di sfidare se stessi perché sanno già chi sono, non faticano a trovare un’identità musicale. E la varietà di generi che Mea Culpa presenta da una traccia all’altra ne è la riprova. Artisti all’album di debutto tentano spesso di delineare la propria poetica con canzoni-stampino o quasi. È del tutto naturale, quando si inizia un percorso artistico, voler dire «questo sono io, questo è il mio genere, voglio essere associato con questo tipo di musica». È il modo più facile per essere ricordati dal proprio pubblico. Ma i PL, già dal primo disco, non si impongono con un genere ma con uno stile. La loro consapevolezza si misura innanzitutto così e la scelta di scrivere l’intero album in lingua inglese sembra rispecchiare questa volontà.

Una critica che si potrebbe muovere a Mea Culpa è proprio quella di essere un lavoro troppo cosciente di sé, ma anche questa scelta potrebbe essere programmatica. Esiste, nella storia della musica, un momento più consapevole del progressive rock anni ‘70? È a quell’immaginario che vogliono rifarsi e non hanno timore di dirlo, sebbene in diversi brani reinterpretino quell’esperienza secondo la lezione americana dei Dream Theatre.

In questo tipo di gioco, sebbene renda più difficile la godibilità dell’album, il perfezionismo stilistico diventa un componente fondamentale.
In alcuni momenti i PL rischiano di tirare troppo la corda, ma l’ascolto non è compromesso. L’inizio dell’album, per esempio, forse non ha l’impatto che avevano immaginato. Con una sorta di spezzone del telegiornale, il disco si apre su notizie di calamità e rifiuti tossici ma, nel giro di qualche secondo, la voce della reporter è interrotta da una chitarra elettrica distorta. È una di quelle idee un po’ magniloquenti che all’ascolto non suoneranno mai bene quanto scritte su un foglio prima di entrare in sala prove. Ma il paradosso di Mea Culpa è giocato anche in questi termini. Un inizio così può destabilizzare l’ascoltatore, metterlo a disagio, portarlo addirittura a una reazione di rifiuto. È come se i PL volessero mettere in chiaro fin da subito che noi siamo persi, non troveremo presto una via d’uscita e che i successivi quaranta minuti saranno spesso difficili, spigolosi. Non a caso sulla copertina del disco sono disegnate scale senza direzione all’interno di un grosso punto interrogativo, come in un’illusione ottica: per tutta la durata dell’album non avremo il controllo. Ma un filo sottile ci guiderà dall’inizio alla fine di questo labirinto. Sarà a volte un beat jazz, più spesso qualche accordo di pianoforte che si ripete, ma non saremo soli. E anche nel Caos ci sentiremo, tutto sommato, al sicuro.

 

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