La sfida più grande che un cantautore deve affrontare è quella di parlare con sé stesso. L’essere umano è fragile, melanconico, a cui basta una scintilla per poter esplodere come una bomba. Allo stesso tempo, però, questa fragilità diventa l’arma con la quale affrontare il mondo.

Quando la realtà circostante ci appare buia, tenebrosa e piena di insidie, il gioco si fa duro e i duri cominciano a giocare, come nel caso di Ruins Barren.

Copertina dell’album “Land of Desolation” © Marco Cattaneo

Marco Costa, in arte Ruins Barren, nel suo primo album Land of Desolation decide di affrontare la solitudine umana, o se vogliamo la convivenza con noi stessi.
Questa missione musicale, portata a termine con successo, è stata realizzata grazie alla collaborazione con Ricky Ferranti (coautore e produttore dell’album), uscita con l’etichetta discografica Pa74.

L’esperienza con i Fattore Rurale lo ha portato a maturare una visione totalmente personale della realtà. Una visione che, indubbiamente, prevedeva una voce solista, coraggiosa e pronta.

L’album in cui sono contenute nove intense tracce, porta l’ascoltatore in America, attraverso un viaggio on the road in cui, con le mani che stringono un volante e la testa poggiata sul finestrino durante le soste, ripensiamo a tutto, evitando di tralasciare anche il nulla.

Land of Desolation racchiude nel titolo il filo conduttore di diverse storie che Ruins Barren racconta: incubi che rimangono incollati come ombre; una storia d’amore condita di desolazione e sofferenza che termina con il cessare di quest’ultima attraverso la morte, vista come soluzione per riuscire a preservare il labile sentimento; storie di banditi e di omicidi in cui le cornici di questi drammatici quadri, le persone che sono intorno alle vicende, sono le vere vittime, come nel caso del fratello di Charlie Wilson FordRobert Ford.

Ruins Barren © Marco Cattaneo

La desolazione, il vero nucleo bollente del disco, brucia in ogni singola traccia dell’album. A gettare benzina su questo fuoco interiore ci pensano gli strumenti: dall’armonica iniziale agli arpeggi incalzanti di chitarra, per poi arrivare ai tasti di un pianoforte che come un orologio, scandisce il tempo in maniera struggente.
La voce dell’artista, graffiante e rugginosa, contribuisce notevolmente alla riuscita dell’album. Parole che descrivono, raccontano, e a volte sussurrano, all’ascoltatore suggerendogli di scavare dentro sé stesso. Una ricerca introspettiva senza fine in cui ognuno di noi potrà trovare solo parte delle risposte che cerca.

Quest’album è decisamente un album fuori dal comune, che guarda il mondo ascoltando Tom Waits, Nick Cave, Bruce Springsteen, White Buffalo, Glen Hansard e altri. Orecchie che ascoltano attentamente e occhi e bocca che riescono a tradurre quello che vedono in parole originali.

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Ruins Barren è un chiaro esempio di musicista che grazie ad un ascolto appassionato di questi cantautori, è riuscito a creare una dimensione tutta sua, esprimendo ciò che ha dentro attraverso il linguaggio del folk e del blues.

Struggente, talentuoso e pieno di riflessione. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, vi invitiamo ad ascoltare questo prodotto musicale interessante e profondamente empatico.

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Immagine di copertina: © Ruins Barren / PA74

 

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