Anche se la bulimia dell’infotainment sembra avercene fatto già dimenticare, le proteste e le lotte negli USA continuano. Pur non essendo più sulle prime pagine internazionali, il movimento Black Lives Matter è vitale e attivo in molte parti del paese. Basti pensare alla Zona Autonoma istituita a Seattle, o alle estese discussioni che attraversano la società in merito al ripensare il ruolo della polizia. Proprio perché le istanze delle comunità afro-americane sono più attuali che mai – e dovrebbero rimanere tali ogni giorno – abbiamo selezionato per voi dieci black queens della musica. Donne che negli ultimi vent’anni hanno contribuito a costruire una voce della comunità.

Kelis

Quando divenne famosa in Europa, Kelis non aveva ancora vent’anni. Il suo ‘Kaleidoscope’, nel 1999 ebbe un grande successo soprattutto in Europa. Un R’n’B per certi versi futuristico, più elettronico: una veste che fece ben presto centro, indirizzando successivamente una buona parte della scena. Kelis e questo disco, prodotto interamente dai Neptunes di Pharrell Williams, sono stati a loro modo rivoluzionari, nel tracciare strade e capovolgere stilemi. Come ha detto di recente in un intervista a Rolling Stone:

«Sapevo di non aver fatto una cosa normale, soprattutto per le donne nere che sono state sempre inquadrate in certi schemi quando si parla di musica», dice Kelis. «Non solo io, ovviamente. Tutte le artiste che hanno superato la prova del tempo sono state importanti. Ogni donna che fa qualcosa aiuta tutte le altre. Purtroppo dobbiamo sempre lottare, qualsiasi lavoro scegliamo».

Ms. Lauryn Hill

Lauryn Hill non ha bisogno di presentazioni. Una delle artiste più incredibili degli ultimi trent’anni, non solo per il successo in termini di vendite ma soprattutto per aver dato forma e sostanza al filone del soul del terzo millennio. ‘The Miseducation of Lauryn Hill’ (scritto, suonato e prodotto interamente da Hill) è un’opera meravigliosa che fonde la vena rap dell’artista con reggae, R’n’B, soul. C’è il gospel, anche, ma più in generale c’è davvero la sensibilità più profonda di una persona che fa arte per esprimere una parte di sé (nel suo caso un ruolo di primo piano l’ha avuto l’esperienza della gravidanza). Una donna che avrebbe potuto scegliere di marciare sulla propria fama internazionale, ma che si è invece voluta allontanare dal mondo dello spettacolo e dello show business. Un mondo che da subito l’aveva “costruita” mediaticamente come colei che era stata in grado di portare l’hip-hop al grande pubblico. Lauryn Hill è molto più di questo, ma è anche questo. Una vera black queen.

Erykah Badu

Se Lauryn Hill è stata una madre del neo-soul, sicuramente Erykah Badu ne è la compagna. Buduizm è per certi versi un disco più tradizionale rispetto a Miseducation: la vocalità di Badu ricorda a molti Billie Holiday, e le influenze jazz e soul anni ’70 sono solide ed evidenti. Tuttavia Buduizm è anche un disco che ci introduce nell’universo di Erykah Badu. Già dal nome, con un richiamo spirituale, il paesaggio che si delinea è quello di un’artista fortemente legata alla propria identità: femminile e afroamericana. Ancora una volta sono queste le basi che contribuiscono a costruire il successo. Il tutto vestito con abiti pregiatissimi e cantato con una voce confidenziale su ritmi mid-tempo.

Mary J. Blige

Un’altra figura, sgargiante, che ha contribuito a costruire il legame tra il mondo del soul e il rap, Mary J. Blige è un vero prodotto dell’emarginazione vissuta dalle comunità nere. Nata nel Bronx e cresciuta tra infinite difficoltà, Blige muove i suoi primi passi nel mondo della musica come corista, fin quando insieme a Puff Daddy non produce l’innovativo ‘What’s the 411?’, un disco che nel 1992 sancisce le prime ricerche a cavallo tra soul e hip-hop. In anni in cui il movimento hip-hop era particolarmente vivace, la rielaborazione della tradizione soul afro-americana trova in esso un terreno fertile che Mary J. Blige sa ammaestrare con sicurezza.

Missy Elliott

C’è un motivo se da tantissime artiste è riconosciuta come un’icona. Missy Elliott è stata in grado di rivoluzionare il panorama hip-hop. Il suo ‘Supa Dupa Fly’  ha segnato anche un nuovo e attualissimo modo di “presentarsi”. Come scrive Vibe, Elliott rifiuta le categorizzazioni da sempre riservate alle donne che fanno hip-hop. Non è né una donna che si fa “mascolinizzare” per essere riconosciuta come talentuosa, né al tempo stesso accentua la propria femminilità. Missy abbraccia la intrinseca complessità dell’essere una donna afroamericana, e fa di questa complessità il centro del suo discorso. Un contributo fondamentale non soltanto per la musica, ma anche per la società intera.

Janet Jackson

Che dire di Janet Jackson, se non che senza di lei probabilmente quasi tutte le artiste qui raccolte probabilmente non esisterebbero? Dall’esperienza coi Jackson 5 a – soprattutto – una carriera da solista che l’ha resa leggendaria, Jackson ha in un certo senso ampliato il discorso iniziato da Prince col suo sound. In anni – gli ’80 – in cui la musica black femminile era più “pulita”, sullo stile di Whitney Houston, Jackson ha portato in scena influenze più di strada, hip hop e anche dance. Anche lei fa della propria musica uno specchio delle esperienze personali, offrendo un punto di vista soggettivo. Specialmente quelli dei primi dischi, si soffermano su tematiche che riguardano la consapevolezza politica, il femminismo. Per lei, poi, la carriera è sfociata nell’edificazione di un personaggio a tutto tondo: cantante/ballerina, ma anche attrice. Una delle colonne portanti della musica black di fine secolo.

Beyoncé

Ovviamente non ce la siamo dimenticata, Queen Bee. Beyoncé negli anni è diventata più di una semplice cantante: è ormai un vero e proprio simbolo per le donne afroamericane, e – con tutte le contraddizioni del caso – ha spesso sposato le istanze di cambiamento che venivano dal basso. Lo dimostra il suo discorso molto duro di pochi giorni fa per chiedere che si ponga fine all’impunità sul caso Breonna Taylor. Avevamo parlato di lei anche in relazione all’Afrofuturismo, una corrente artistico-culturale che cerca attraverso l’arte di rivendicare l’appartenenza comune degli artisti che sono figli della diaspora delle popolazioni afro-discendenti. Insomma, non solo dal punto di vista musicale (ha avuto un successo irripetibile in termini di vendite) ma anche da quello più strettamente sociale, Beyoncé è senza dubbio una delle personalità più importanti degli ultimi anni.

Rihanna

Nell’Olimpo delle black queens non può certo mancare Rihanna. La cantante barbadiana negli ultimi quindici anni ha segnato un’epoca nel mondo del pop, contaminandolo non solo con l’R’n’B ma anche con la dancehall e i ritmi caraibici che hanno fatto da culla alla sua formazione artistica. Arrivò al successo giovanissima col singolo ‘Pon De Replay’ e il primo disco ‘Music of the Sun’. Da allora una carriera in costante ascesa, fino alla attuale consacrazione a vera e propria icona non solo musicale. Da anni impegnata soprattutto nella lotta all’AIDS, Rihanna è ad oggi anche ambasciatrice delle Barbados.

Solange

Essere “sorelle d’arte” può risultare faticoso. Solange Knowles, tuttavia, è riuscita fin dagli inizi della carriera a scollarsi di dosso questo peso. Negli anni la sua espressione si è saputa modellare, cambiando e attraversando i confini dell’ R’n’B classico (dal quale era partita e il quale resta nel profondo del suo DNA). Scrivevamo che l’ultimo disco, ‘When I Get Home’, si dimostrava una prova matura, che spaziava tra i generi ed era contaminato da jazz, hip hop, elettronica. La musica di Solange è un esempio di quanto sia importante riflettere sulle proprie appartenenze culturali: non per renderle esclusive, ma per riconoscerne i difetti e cercare di migliorarci. Un insegnamento che dovremmo, per primi noi bianchi e occidentali, imparare a fondo.

Janelle Monae

Senza alcun dubbio una delle artiste più interessanti del decennio, Janelle Monae sarà probabilmente da molti ricordata quasi unicamente per il suo successo ‘We Are Young’, che,in coppia coi Fun., ha scalato le classifiche nostrane. Monae è molto, molto di più. Autrice di un disco, ‘Dirty Computerche può tranquillamente entrare nei migliori del decennio, attrice, attivista per i diritti LGBT. Sicuramente la meno leggendaria delle nostre black queens, ma al tempo stesso la più vitale al momento, da tenere d’occhio e non perdere di vista. E, a proposito di futuro, un piccolo bonus: Jorja Smith, classe 1997. Un talento purissimo che non può che sbocciare, credeteci.

 

Pagina Instagram dell’illustratore: @colzanialessio

immagine di copertina: Illustrazione di © Alessio Colzani
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