di Mariaelena Tucci

Quante volte ci siamo sentite dire: “Le donne non possono fare questo”, “le donne non possono parlare di…”? Da uomini e donne, sia chiaro. Non si tratta di genere, ma di un coacervo di pregiudizi consolidatisi nel tempo e che, troppo spesso, hanno messo a tacere il mondo femminile. Ma non esiste un argomento che una donna, con consapevolezza, non sia in grado di affrontare. E l’8 marzo dovrebbe essere una cartina al tornasole di tutte quelle parole che non sono state ancora dette.

Ebbene, questa playlist nasce proprio con l’intento di creare un piccolo squarcio nel muro, perché raccoglie dieci donne che, grazie alla musica, hanno voluto dire la loro. Su tutto, sempre. Anche su temi considerati scomodi. Auguri a noi, allora, e buon ascolto.

 

1) Mia Martini – Padre davvero (Oltre la collina, 1971)

Se è vero che il padre rappresenta per la figlia femmina uno snodo cruciale nel suo percorso di crescita, è altrettanto vero che il rapporto tra i due non possa essere sempre idilliaco, generando in questo caso ferite difficilmente sanabili. Ecco, allora, che una giovane Mia Martini affida alla sua voce straziata il testo di Padre davvero, dove il distacco da una figura maschile insensibile e meschina si trasforma in negazione della stessa (“Padre, davvero ma chi ti somiglia/ ma sei sicuro che sia tua figlia!”). Scritta da Piero Pintucci, composta da Antonello De Sanctis e inconsapevolmente ispirata alla reale storia familiare di Mimì, Padre davvero susciterà all’epoca scalpore non solo per la tematica, trattata in modo esplicito, ma anche per dei versi – prontamente censurati dalla RAI – con chiari riferimenti alla gravidanza (“E con mia madre dormivi nel fieno anche in aprile/ e di me era piena”) e all’adulterio (“Padre, davvero, sarebbe grande/Sentire il parere della tua amante”).

 

2) Carmen Consoli – Mio zio (Elettra, 2009)

La famiglia, dunque, può rappresentare il covo di malesseri evidenti e di segreti assordanti: Carmen Consoli lo racconta nel brano Mio zio (con il quale si aggiudicherà il Premio Amnesty Italia 2010), in cui un uomo, “nobile esempio di padre, di amico e fratello”, abusa della sua nipotina. Con un linguaggio crudo ma mai volgare, la cantantessa dipinge i contorni nefasti di un incesto, contrapponendo i ricordi della violenza (“Brava bambina fai la conta […] / Giochiamo a mosca ceca/che zio ti porta in montagna”) alla rivalsa di una bambina che, nella morte del suo aguzzino, trova la sfrontatezza di diventare già donna (“Madre non piangere, ingoia e dimentica/ le sue mani ingorde tra le mie gambe/ adesso sta in grazia di Dio”).

 

3) Loredana Bertè – Parlate di moralità (Streaking, 1974)

Un’infanzia difficile sa trasformarsi, a volte, in una giovinezza inquieta, che vede nel ribaltamento degli schemi l’unica via per accedere all’età adulta. Streaking, album d’esordio della Bertè, consacra questo modus operandi perché ogni traccia simboleggia, a suo modo, un inno alla sessualità consapevole, dove la donna diventa il mezzo e il fine ultimo del suo stesso piacere. In particolare, il brano Parlate di moralità “rappresenta forse meglio degli altri lo spirito del disco [perché] è una rivendicazione totale della libertà del sesso per il sesso” (Giulia Cavaliere, Romantic Italia): “Ehi, che mi importa se, se la gente dice che/ sto esagerando un po’”, canta Loredana su una spensierata base rock’n’roll. Ovviamente, la sfida al buoncostume imperante e le foto senza veli sulla copertina di Streakingle costeranno la censura.

 

4) M¥SS KETA –UNA DONNA CHE CONTA (UNA VITA IN CAPSLOCK, 2018)

Nel brano UNA DONNA CHE CONTA, M¥SS KETA raccoglie il testimone della Bertè, rivisitandolo: il suo, infatti, è un elenco che ripercorre minuziosamente, dagli anni ’80 sino ad oggi, le sue relazioni amorose. Compaiono i nomi di Bruno, Emilio, Magda, Roberto, ma anche dei riferimenti chiari a personaggi celebri, tra cui Donald Trump, Antonio Ricci, e persino il papa (“Anni 2000, dico: ‘È quello giusto’/ si chiama Wojtyla/ Aveva il corpo di Cristo”). Insomma, M¥SS KETA – parafrasando la canzone precedente – parla di immoralità e usa con disinvoltura la sua voce fortemente erotica: il sesso diventa un pretesto per svelare gli inganni di una società vuota, ma anche lo strumento di potere di una donna che sa gestire le voglie altrui a proprio vantaggio.

 

5) Cristina Donà – Senza disturbare (Tregua, 1997)

Non sempre, però, si può essere padrone degli eventi: soprattutto nel mondo del lavoro, è frequente – ahimè – trovare certe situazioni in cui la parità dei diritti sia continuamente calpestata e dove la donna non venga valorizzata per le sue capacità. In Senza disturbare, Cristina Donà sceglie di sfondare una porta tuttora socchiusa: quella del colloquio di lavoro al femminile. Il sottotitolo del brano ci svela subito una storia già sentita, fatta di proposte sconcertanti (“è bene che lei scelga, scelga o perda […] prego, di qua, e abbassi la testa”) che generano in chi le riceve un senso di frustrazione e di vergogna.

 

6) Gabriella Ferri – Le Mantellate (Gabriella Ferri, 1966)

Certo, è possibile che la vergogna porti ad una condizione di emarginazione sociale. Ma cosa succede quando l’isolamento emotivo corrisponde anche ad una condizione fisica? Gabriella Ferri, indimenticata cantrice degli ultimi, fa suo il testo de Le Mantellate, scritto e composto nel 1959 da Giorgio Strehler e Fiorenzo Ciampi per Ornella Vanoni, restituendoci una versione struggente e sentita della vita delle donne recluse nell’omonimo istituto carcerario romano: “Nell’amore abbi fede, ci hanno detto […] tre mesi che me svejo e che t’aspetto/ cent’anni che s’è chiuso ‘sto portone”. Un tema difficile e, a distanza di tempo, ancora troppo poco discusso.

 

7) Alice – Per Elisa (Alice, 1981)

Un altro argomento ostico ai più e oggetto prediletto da numerosi autori di testi è stato – ed è – sicuramente quello della dipendenza. Se poi ad affrontarlo è una donna, negli anni ’80, a Sanremo, beh, allora si scrive la storia. Poco più di quarant’anni fa, Alice (nome d’arte di Carla Bissi) vincerà infatti il Festival della canzone italiana con un brano atipico, eppure fortemente contestualizzato per l’epoca. E poco importa se la canzone, scritta insieme a Franco Battiato, parli di un amore malato o dell’abuso di eroina: ciò che resta di Per Elisa è la sua interpretazione, aggressiva, sofferta, pronta a lasciare un solco profondo su un palco che, per antonomasia, rappresenta l’antitesi della provocazione.

 

8) Gianni Nannini – America (California, 1979)

E cosa c’è di più provocatorio, nell’Italia di allora, di una copertina raffigurante la Statua della Libertà che impugna, al posto della tradizionale fiaccola, un vibratore a stelle e strisce? Parliamo, ovviamente, del terzo album di Gianna Nannini, California, con il quale la cantautrice toscana afferma definitivamente il suo animo ribelle con un linguaggio e un modo di porsi tutto nuovo. In particolare, il brano America si prefigura come emblema di un mondo aperto e di uno stile di vita assolutamente libero e liberatorio: non a caso, il testo parla di masturbazione (“Ed allora accarezzo la mia solitudine/ Ed ognuno ha il suo corpo/ a cui sa cosa chiedere”), espressione massima di autodeterminazione e di conoscenza del sé.

 

9) Donatella Rettore – Lamette (Kamikaze Rock’n’roll Suicide, 1982)

Si provoca ancora, in quegli anni, anche su temi che sembrerebbero troppo seri per scherzarci su. Succede, quindi, che Donatella Rettore dia alle stampe Kamikaze Rock’n’roll Suicide, una sorta di concept album incentrato sul tema del suicidio. Una scelta coraggiosa, d’avanguardia, in cui la cantautrice veneta raccoglie i più antichi dettami della filosofia orientale per trasporli nella sua realtà, servendosi di un’ironia corrosiva e, allo stesso tempo, di un’inconsueta profondità di sguardo. Lamette diventa così la summa di questi contrasti, perché nei suoi versi da hit parade (“Dammi una lametta che ti taglio le vene/ ti faccio meno male del trapianto del rene”) si cela la voglia di dare un taglio – almeno metaforicamente – alle mostruosità del presente.

 

10) Mina – Ossessione ’70 (Altro, 1972)

Quando c’è di mezzo l’ironia, non può certo mancare Lei: Mina. Una donna che ha saputo fare del suo talento e della sua coerenza uno scudo per combattere le malelingue e per tutelare la sua raffinata femminilità. Anticonformista e alienata, la Tigre di Cremona non bada a spese per costruire il suo mito: si fidanza con un uomo sposato (l’attore Corrado Pani), indossa per la prima volta una minigonna in televisione, parla – udite, udite! – di calcio. A suo modo, Mina affronta in Ossessione ’70 un piccolo, grande tabù, divertendosi ad elencare la formazione della nazionale italiana che ha giocato ai Mondiali in Messico. È proprio il caso di dire: una canzone ci seppellirà.

 

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