L’arrivo delle lunghe giornate assolate di luglio può significare solo una cosa per la gioventù del Bel Paese: finalmente è tempo d’estate, è tempo di partenze. Noi di Artwave abbiamo pensato per voi alla playlist più adatta per un viaggio sulle quattro ruote, un road trip in piena regola scandito dal morbido ed avvolgente alternarsi di brani simbolo del cantautorato statunitense.

Un viaggio a ritroso nel tempo è quello che abbiamo scelto per voi, premendo l’acceleratore su atmosfere al sapor di passato che restano però eterne nella loro indomita attualità. Per lanciarci verso l’esplorazione emotiva di quella libertà che solo le atmosfere estive sanno donarci, partiamo insieme per un percorso nell’amarcord degli anni ’60 nordamericani, periodo in cui, per ogni giovane viaggiatore, la meta era parte secondaria rispetto all’importanza delle esperienze sperimentate ed interiorizzate durante il tragitto.

Il nostro consiglio è perciò quello di lasciare da parte l’idea pragmatica dell’arrivo e permettere alla musica di penetrare la vostra interiorità, della quale il viaggio è manifestazione della sua essenza profonda. Proprio così, perché il viaggio dell’errante, come la storia della letteratura ci insegna a chiare lettere, è la più realistica metafora della vita umana.

Le nostre valigie logore stavano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevano altro e più lungo cammino da percorrere. Ma non importa, la strada è vita. – Jack Kerouac

 

1. It Never Rains in Southern California (Albert Hammond, It Never Rains in Southern California, 1972)

Giriamo la chiave con questo brano di Albert Hammond, artista londinese votato alla cultura statunitense e noto ai più per essere il padre della chitarra ritmica dei newyorkesi The Strokes, Albert Hammond Jr. It Never Rains in Southern California è per noi scanzonata quanto basta per lasciarci sentire a pieni polmoni il profumo della partenza con le sue disimpegnate sonorità pop d’autore.

2. Orange Blossom Special (Johnny Cash, Orange Blossom Special, 1965)

Altro giro, altra corsa, altro genere. Passiamo al re del country blues nativo dell’Arkansas, il Man In Black Johnny Cash. Brano scritto nel 1938 da Ervin T. Rouse con chiare derivazioni bluegrass, mantiene nella versione del 1965 di Cash la prepotente ed incalzante impronta strutturale folk d’origine, nonostante alcune variazioni sostanziali come la ponderata sostituzione del violino a favore delle armoniche a bocca e del sax. Orange Blossom Special è perciò perfetta per il raggiungimento della velocità di crociera, per quel momento in cui la strada di casa è ormai alle spalle e ci si ritrova immersi anima e corpo nella tentacolarità del mondo.

3. Take Me Home, Country Roads (John Denver, Poems, Prayers and Promises, 1971)

In terza posizione troviamo una delle tracce must per quanto riguarda l’atto fisico e mentale del viaggiare. Stiamo parlando di Take Me Home, Country Roads, uno dei brani cardine della produzione del compianto John Denver, altro paladino del folk rock nativo del New Mexico. L’andatura è dilatata e morbida, e arresta quello sprint che il brano di Cash aveva introdotto a gamba tesa solo qualche istante prima nell’abitacolo. Si torna così a canticchiare e a fischiettare un brano carico di tensione emotiva, nonostante l’apparente leggerezza che cela quella malinconia sottesa, uno degli ingredienti fondamentali della vocalità di Denver, e che si snoda nell’incredibile genuinità del testo. All’interno di questo quel take me home del refrain sembra in grado di poter parlare alle corde più remote di ogni viaggiatore riguardo quella consapevolezza che il viaggio e l’inevitabile ritorno a casa portano sempre con sé. Partire implicherà sempre nella sua dura concretezza anche il dover tornare, e di tutto ciò questo brano ci fa assumere coscienza.

John Denver. Fonte: Le Nius

4. Fortunate Son (Creedence Clearwater Revival, Willy and the Poor Boys, 1969)

Il rock della vecchia scuola si fa finalmente sentire forte e chiaro in tutta la sua sostanza per smuovere nuovamente gli animi con Fortunate Son, brano del 1969 dei Creedence Clearwater Revival. Ecco finalmente una traccia ideale per le brevi distanze e per le tappe intermedie: Fortunate Son è energica, americana fino al midollo, e in tutto questo l’inconfondibile timbrica vocale di John Fogerty assieme alla tematica politicamente impegnata figlia di quegli anni contribuiscono ad arte a farci sentire lì, su una highway americana, con i capelli al vento all’interno di un Volkswagen Westfalia.

5. Cecilia (Simon and Garfunkel, Bridge over Troubled Water, 1970)

Non poteva mancare il duo più iconico della prolifica produzione statunitense dei late Sixties, Simon and GarfunkelCecilia ci catapulta nelle ormai simboliche atmosfere in pieno stile Il laureato grazie all’essenzialità ritmica tipica questa coppia folk per eccellenza e alla semplicità leggera, quasi adolescenziale del testo. Questo quindi è un altro brano che invita a proseguire dritto in direzione ostinata e contraria senza mai guardarsi alle spalle, permettendo a noi viaggiatori contemporanei di realizzare, con un pizzico di tristezza, quanto i tempi non siano poi così cambiati per la gioventù moderna. Insomma, con Simon and Garfunkel ci rendiamo sempre conto di quanto la condizione da eterni Benjamin Braddock stenti a lasciarci, ma alla fine quasi piace continuare a sguazzarci dentro.

6. Queen of the Highway (The Doors, Morrison Hotel, 1970)

Torniamo a far correre i pneumatici. Non potevano mancare i Doors né la vocalità profonda e penetrante di Jim Morrison in un road trip che si rispetti. Queen of the Highway, brano del 1970 contenuto nel loro quinto album in studio, Morrison Hotel, non poteva non essere il brano selezionato per questa playlist. L’organo di Manzarek, marchio di fabbrica della band probabilmente più di ogni altra cosa, ci fa assaporare quell’immancabile punta di sensuale psichedelia tipica della band, nonostante le lampanti derivazioni blues, e ci trascina nel suo vortice caldo figlio naturale della Summer of Love. Una traccia che trasuda California da ogni sua nota, che può quindi essere consigliato come brano ad hoc per delle tratte serali, al calar del sole lungo le autostrade del mondo.

7. Don’t Think Twice, It’s Alright (Bob Dylan, The Freewheelin’ Bob Dylan, 1963)

Parlando di Stati Uniti e di cantautorato di certo non poteva mancare all’appello il bardo di quegli anni, l’incredibile Bob Dylan. La scelta in questo caso è stata dura, forse la più ardua: la sua sconfinata produzione e la sua monolicità imperante nella storia della musica contemporanea non potevano di certo essere di aiuto in questa selezione. Abbiamo quindi optato per questo brano del 1963, perciò per un giovanissimo Dylan della prima ora. Stiamo parlando di Don’t Think Twice, It’s Alright, brano dalle fortissime quanto essenziali tinte country, rese ancor più cariche dalle sporadiche apparizioni della sua storica armonica bocca durante l’esecuzione del brano. La sua freschezza e leggerezza è contagiosa, ideale per proseguire il proprio viaggio con quel pizzico di irresponsabilità che questo comporta. Non pensateci due volte, va tutto bene.

Bob Dylan nel 1963, ai tempi di The Freewheelin’ Bob Dylan. Fonte: Rock and Roll House of Fame

8. Heavenly Houseboat Blues (Townes Van Zandt, The Late Great Townes Van Zandt, 1973)

Rimaniamo nel cantautorato folk a stelle e strisce più nudo e crudo che ci sia con Townes Van Zandt e la sua Heavenly Houseboat Blues. Brano dalle venature decisamente più malinconiche e crepuscolari, in grado quasi di farci toccare con mano l’intimità emotiva dello stesso Van Zandt in tutto il suo fare schivo e riservato, ci piace perché essenziale ed avvolgente. Un brano forse interlocutorio e breve, ma perfetto per aprire la strada al brano successivo.

9. California (Joni Mitchell, Blue, 1971)

Ecco a voi una delle autrici più straordinarie ed influenti, insieme a Joan Baez, del songwriting nordamericano al femminile, Joni Mitchell. California è contenuta all’interno del suo manifesto, massima espressione della sua poetica compositiva e scrittoria: la pietra miliare Blue del 1971. Questa traccia ci culla e ci coccola durante il nostro viaggio con l’andatura quasi scarna della sua acustica, unico accompagnamento alle sfumature nostalgiche tracciate dalla voce sottile, quasi fatata della Mitchell, definita ad arte in Going To California dei Led Zeppelin come la ragazza con l’amore negli occhi e i fiori tra i capelli. Consigliamo l’ascolto della timbrica unica di questo simbolo immortale del femminismo contemporaneo percorrendo una strada sterrata, con il sole all’orizzonte a fare da guida.

Joni Mitchell. Fonte: Steve Hoffman Music Forum

10. Carolina In My Mind (James Taylor, James Taylor, 1968)

Chiudiamo questa selezionatissima playlist con Carolina In My Mind, brano di James Taylor datato ’68, perfetto per spegnere il motore una volta arrivati alla meta, con la sua andatura morbida e serena a caratterizzare perfettamente l’atmosfera di un arrivo tanto agognato.

Di seguito vi consigliamo altri cinque imperdibili jolly non tralasciabili. Godetevi il vostro viaggio sonoro ed emotivo con noi.

Thunder Road (Bruce Springsteen, Born to Run, 1975)
Running On Empty (Jackson Browne, Running On Empty, 1977)
Midnight Rider (Greg Allman/The Allman Brothers Band, Idlewild South, 1970)
Christmas Card From A Hooker in Minneapolis (Tom Waits, Blue Valentine, 1978)
Landslide (Fleetwood Mac, Fleetwood Mac, 1975)

 

Siete più in vena per un viaggio europeo? Provate queste altre due playlist a tema londinese e berlinese.

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