L’estate sta finendo, e un anno se ne va, cantavano gli italianissimi Righeira nella loro ormai iconica hit estiva del 1985. Un’espressione diventata ormai un refrain costante nel momento in cui la stagione autunnale comincia a concedersi a noi spalancandoci davanti quell’atmosfera settembrina condita di somme e sottrazioni, scomodi figli naturali della consapevolezza per l’arrivo del consueto giro di boa, il vero capodanno stagionale.

Lo diceva già il nostro bardo Francesco Guccini nel 1972, nel suo emblematico Radici, come l’arrivo di settembre porti con sé, assieme al tramonto inevitabile della spavalderia estiva, tutta quella serie di pensieri legati alla messa in discussione dell’Io sulla base di ardenti bilanci, diretta espressione della perdita di una ciclica leggerezza così bruscamente interrotta dall’ingresso del mese più scomodo per antonomasia, settembre.

Settembre è il mese del ripensamento sugli anni e sull’età,
dopo l’estate porta il dono usato della perplessità, della perplessità…
Ti siedi e pensi e ricominci il gioco della tua identità,
come scintille brucian nel tuo fuoco le possibilità, le possibilità…

(Canzone dei dodici mesi, Francesco Guccini, Radici, 1972)

Riponiamo quindi i costumi da bagno e lasciamoci alle spalle le ore piccole delle notti d’agosto, e facciamoci avvolgere dalla velata malinconia del nono mese dell’anno con una playlist dal gusto agrodolce, ma morbida e avvolgente allo stesso tempo, in grado di chiudere il capitolo estivo senza troppe, ingombranti inquietudini che il ciclo obbligato delle stagioni porta inevitabilmente con sé. Autumn is coming, get the september mood!ù

 

1. The Last Day of Summer, The Cure (Bloodflowers, 2000)

Cominciamo questo percorso nelle viscere dell’inquieto sentimentalismo autunnale con The Last Day of Summer, piccola gemma all’interno dello sconfinato repertorio dei paladini della dark-wave britannica, i Cure di Robert Smith. L’atmosfera trasognata e quasi dimessa delle sue note d’apertura, in grado di canalizzare e catalizzare al meglio il turbine emotivo che la stagione delle foglie morte comporta, ci avvolge e ci culla. Non c’è nulla di rassicurante nel suo andamento morbidamente cupo, marchio di fabbrica della band fin dalla loro rinascita compositiva datata 1989, con la pubblicazione del loro tardo manifesto Disintegration. Non c’è nulla di certo, come la vocalità peculiare di Smith da sempre ci insegna. Con l’indeterminatezza delle note di The Last Day of Summer ci si abbandona abbassando le armi per favorire l’ingresso di una nuova stagione dell’anima, una stagione in cui il tumulto del dubbio la fa da padrone.

But the last day of summer
Never felt so cold
The last day of summer
Never felt so old

 

I Doors in un’immagine promozionale per Waiting for the Sun. Fonte: Venerabile Maestro Oppure

2. Summer’s Almost Gone, The Doors (Waiting for the Sun, 1968)

Dalle sonorità anglosassoni torniamo indietro ai tempi gloriosi dell’alba della Summer of Love californiana, al diamante allo stato grezzo di Summer’s Almost Gone, brano contenuto nell’album più viscerale dell’intera produzione doorsiana, quale Waiting for the Sun del 1968. L’Hammond di Manzarek troneggia nell’arrangiamento quasi ciclico del brano, controbilanciando la linea vocale di Morrison con tutta la precarietà di fondo che il testo ci mette davanti e con una lucidità senza pari.  È una traccia curiosa, quasi premonitrice, incredibilmente carica nonostante la calma diffusa che sprigiona, densa di rassegnazione per quel senso d’estate ormai perduto.

Where will we be
When the summer’s gone?

 

3. Autumnsong, Manic Street Preechers (Send Away the Tigers, 2007)

Dal britpop in versione gallese ci arriva invece uno spiraglio di luce inaspettato, Autumnsong dei Manic Street Preachers, uno dei rari brani all’interno di questa playlist dove l’attitudine autunnale viene interpretata come il punto di partenza per una rinascita del sé, dove l’imprevedibilità temporale può essere vista come opportunità e occasione. Lo scanzonato timbro brit, incarnato in modo perfetto dalla semplicità dei riff di Wire e dall’inconfondibile timbrica del leader Bradfield, dà man forte alla positività sottesa del testo, dimostrando come il britpop e le sue sfaccettature siano un genere cardine per questo tipo di visione velata di ottimismo. Bisogna correre, perché periodi migliori sono dietro l’angolo in attesa di essere vissuti.

So when you hear this autumn song
Clear your heads and get ready to run.
So when you hear this autumn song
Remember the best times are yet to come.

 

4. My Cosmic Autumn Rebellion, The Flaming Lips (At War with the Mystics, 2006)

L’incredibile senso di morbidezza delle atmosfere settembrine viene invece galvanizzato dall’arrangiamento di My Cosmic Autumn Rebellion degli statunitensi Flaming Lips, una traccia simbolo del modus vivendi autunnale dato il suo tappeto di strings nel background.  È un brano dall’apparenza statica e cadenzata, quasi controllato, fino all’arrivo del distorto a metà traccia. L’indeterminatezza lascia così spazio alla consapevolezza, la volubilità si fa determinazione. L’autunno, mentre attorno tutto muore, è per i Flaming Lips tempo di rivoluzione.

They tell us Autumn’s a comin’ and soon everything around us will die.

 

5. David’s Last Summer, The Pulp (His ‘n’ Hers, 1994)

Ritorniamo al britpop della prima ora con i Pulp di Jarvis Cocker, e con brano in cui il preludio settembrino è in tutto e per tutto l’inizio di un brusco ritorno al quotidiano dato dalla fine di un amore dalle forti tinte estive. È la fine dell’illusione a palesarsi davanti ai nostri occhi, l’espressione della mancanza così enfatizzata dalla destabilizzante timbrica vocale del suadente Cocker. Ogni estate sembra sempre l’ultima, l’unica possibile da vivere. I Pulp però come sappiamo ci sanno fare: le foglie cadranno ma l’estate ritornerà lo stesso – e non sarà l’ultima, caro David.

And as we walked home we could hear the leaves curling and turning
Brown on the trees,
And the birds deciding where to go for Winter.
And the whole sound,
The whole sound of Summer packing it’s bags and preparing to leave town.

The Pulp. Fonte: Artwave

6. We’re going to be friends, The White Stripes (White Blood Cells, 2001)

I White Stripes colpiscono ancora con una traccia dal sapore integralmente autunnale: oltre a Dead Leaves and The Dirty Ground, brano in cui il nostro Jack tinteggia ad arte l’ormai famigerato senso di precaria solitudine con frasi della serie I didn’t feel so bad till the sun went down, con We’re going to be friends ci catapulta nella dimensione scolastica che tutti abbiamo vissuto come la nostra piccola tragedia personale, condendola in questo caso specifico con la dimessa sensazione di un amore impossibile. Come abbiamo detto la dimensione autunnale è portatrice tanto di scompiglio interiore quanto di consapevolezza, e questa traccia riesce benissimo a veicolare le due complesse facce di questa stessa medaglia.

Fall is here, hear the yell,
back to school, ring the bell.

 

7. The Autumn Stone, Small Faces (The Autumn Stone, 1969)

Ai britannici Small Faces è sempre piaciuto rimuginare sulle cose e sui tempi andati (basti pensare a brani come Lazy Sunday o Itchycoo Park). Autumn Stone non fa eccezione: la stagione autunnale è per loro metafora perfetta di un tempo di metamorfosi, adattata allo stesso tempo anche alla mutevolezza di qualsiasi relazione interpersonale, dall’amicizia all’amore. Ci siamo tutti dentro, e tutti possiamo ritrovarci in questo piccolo capolavoro dalle sonorità perfettamente sixties mentre, distesi sul letto guardando con sguardo vuoto il soffitto, rimuginiamo sulla fragilità delle nostre volontà.

Tomorrow changes
fields of green today,
yesterday is dead, but not my memory.

 

8. Autumn Sweater, Yo La Tengo (I Can Hear the Heart Beating As One, 1997)

Ecco a voi un altro brano dal sapore agrodolce delle storie estive che terminano, quel sapore pungente dato dalla loro fragilità intrinseca. La sfumatura indie rende questo brano degli Yo La Tengo estremamente raffinato e accattivante, tanto da essere il brano che più si presta in questa playlist a essere riprodotto in loop. Autumn sweater è un balsamo, un brano serale ideale per quando il cuore sembra stringersi attorno al ricordo di un sentimento spezzato nelle ultime ore d’estate.

Me with nothing to say, and you in your autumn sweater.

Yo La Tengo. Fonte: A38

9. Leaves that are Green, Simon & Garfunkel (Sounds of Silence, 1966)

Non poteva mancare di certo il duo essenziale per eccellenza, gli statunitensi Simon & Garfunkel, in questo caso con Leaves that are Green, brano altamente metaforico ammantato di una melodicità e di un’armonia capaci di sfiorare la perfezione. Da sempre la coppia statunitense è stata in grado di toccare le corde più profonde dell’emotività del singolo, e questo brano dal colore inequivocabilmente autunnale è perfetto per incarnare l’immagine di un amore fatto della stessa sostanza delle foglie al suolo. Straziante.

And the leaves that are green turn to brown,
And they wither with the wind,
And they crumble in your hand.

 

10. Sun it Rises, Fleet Foxes (Fleet Foxes, 2008)

Se vi state domandando arrivati a questo punto quale suono possa mai definitivamente avere l’autunno Sun it Rises dei Fleet Foxes può essere l’unica risposta possibile. Sun it Rises è l’autunno. Dulcis in fundo.

The sun rises, over my head
In the morning, when I
Hold me dear, into the night
Sun it will rise soon in the falling

 

Sappiamo quanto siete insaziabili, perciò nella playlist troverete altri jolly imperdibili, come Georgia di Vance Joy, Harvest Moon di Neil Young, Country Song di Jake Bugg, Like Dylan In The Movies dei Belle and Sebastian, e Yellow Light dei Of Monsters and Men.

Get the September mood!

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