Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine

Aprile si appresta a chiedere il conto e a lasciarci in compagnia di una stagione che non ha ancora capito cosa voglia fare delle nostre difese immunitarie e del nostro guardaroba. Il mese più crudele, così definito da T. S. Eliot nell’incipit de La Terra Desolata, è stato contenitore di un’insensatezza dopo l’altra, offrendo un valido puntello alle previsioni di Baba Vanga. Ma noi, il fatalismo, lo lasciamo a chi non ha argomenti per riempire la propria bacheca di Facebook, a chi ha bisogno di una scusa certificata per rimanere dentro casa a darsi il cinque da soli, a studiare per il pezzo di carta o per la vanità dell’approvazione sociale, o semplicemente a convincersi (lett. “a lamentarsi”) che siamo gli unici a spaccarci la schiena, ad aver subito un’ingiustizia, ad avere problemi economici, ad essere in pericolo.

Era passato poco tempo dalla prima guerra mondiale, ed Eliot voleva trovare un contenitore (una riserva, non un ghetto) che illustrasse la crisi che il mondo stava attraversando. Ma per uscirne! I frammenti che alla fine ha raccolto a riva sono gli stessi che ci propone ogni volta che decidiamo di aprire quest’opera, in tutta la forza rinnovante generata dalla diversità (sono innumerevoli le voci, i registri, le lingue presenti nell’opera), dalla tradizione (citazioni, allusioni e veri e propri inserti letterari) e dai miti della fertilità. La terra oggi può avere ancora una potenza generatrice, se solo noi, come il gigante Anteo, avessimo fede di rimanere con i piedi ancorati ad essa. Non possiamo salvarci se non raccogliamo i frutti di una tradizione che c’è stata veramente, anche se vogliamo far finta che sia morta e sepolta, e se non li mettiamo a disposizione dei nostri simili là fuori. Eliot non accettò mai l’etichetta data a La Terra Desolata, secondo cui per molti rappresentava “la disillusione di una generazione”. Come osservò Neville Braybrooke, per Eliot i dubbi rappresentavano solo una varietà di una credenza, di una religione; ché, anche quando non ce ne rendiamo conto, non c’è mai una vera e propria separazione da una forma di fede. Ma la grandezza di questo poema non è data dalla costrizione dogmatica. Eliot non ci costringe a seguirlo, disse il critico Frank Kermode: “Ci rende più saggi senza impegnarci, senza dirci in cosa credere; il poema resiste a un ordine imposto”. Abbiamo ancora tanta ricchezza a nostra disposizione e il mondo ce lo conferma ogni giorno, a dispetto di tutto. La musica è una di queste ricchezze.

Attraverso le parole delle nostre band preferite, questa playlist vorrebbe accompagnarvi in una scampagnata tra i danni del lusso e del provincialismo, della mancanza di dialogo, dell’isolamento culturale, dell’egoismo portato alle sue estreme conseguenze su scala mondiale, ma anche ricordarvi che qualcuno ha cercato, oltre che a narrare la decadenza, di trovare una soluzione. E questa quasi sempre si illumina da sola quando si giunge (o si ritorna) alle origini. Così hanno fatto i Pink Floyd, aprendo e chiudendo The Dark Side of the Moon con il suono dei battiti cardiaci. Possiamo essere meglio di così. Dobbiamo chiedere di più alla musica e a noi stessi.

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