Siamo abituati a vedere il mondo dell’alta moda come un congresso svolto a porte chiuse: sfilate in caveau quasi inaccessibili o in location sterili e smontabili come mobili dell’Ikea, modelle che conducono una vita oltre i limiti dell’ordinario, abiti inconcepibili, impossibili da indossare e costosissimi. Non ci rendiamo conto di quanto sia invece più democratico il mondo della moda rispetto a quello dell’arte (anch’esso un mercato, non dimentichiamocelo mai!): vi pare che si debba pagare un biglietto per entrare in uno store di Valentino? Anche quando il mondo della moda esce fisicamente dagli atelier per stare in mezzo alla gente, di nuovo, non lo accettiamo: le foto degli in&out più bizzarri dello street style durante le settimane della moda intasano le vie del web e delle città che ospitano questi eventi. Quando l’anno scorso Fendi ha celebrato i 90 anni dell’azienda con una sfilata sulla fontana di Trevi (di cui la casa di moda si era anche sobbarcata il restauro!), di nuovo c’è chi ha fatto spallucce: “E che sarà mai?”

Dire che la moda sia ovunque sembra come ripetere a pappagallo un citazione de Il diavolo veste Prada, oppure uno dei mantra di tutti i fashionist ingenui presi di mira dai benaltristi. È qualcosa di talmente intangibile, che non ce ne rendiamo conto. È possibile immaginare un mondo senza termini di paragone, senza l’idea di eleganza o di buon gusto, un mondo senza quell’asticella al di sopra della quale ci auto-collochiamo? È l’opposto di quanto si dice sempre della moda: da questa infatti non proviene una spinta all’omologazione, ma alimenta il motore della diversificazione, del rischio e dell’espressione di sé. Non è solo quella che abbiamo documentato ad AltaRoma, è qualcosa che struttura il tempo.

Verso le fine della sua carriera decennale a Vogue America, Diana Vreeland disse:

“La moda è parte dell’aria quotidiana e cambia sempre, insieme agli eventi. Nei vestiti puoi vedere il momento in cui sta per avvenire una rivoluzione. Puoi vedere e percepire tutto nei vestiti

Che cosa vi dice il nome Diana Vreeland oggi? Proviamo a illuminarvi con un paio di coordinate: era la sorella brutta, quella eccentrica, al limite della follia, aristocratica ma mai reazionaria. Fu la prima a mettere la faccia delle star sulle copertine del magazine di moda più letto al mondo. Ha scoperto e lanciato Twiggy, Lauren Bacall, Angelica Houston e Cher. Ripeteva fino allo sfinimento: “Abbiamo tutti bisogno di un po’ di cattivo gusto. È la mancanza totale di gusto che non condivido”. Grande amica di Jackie Kennedy e sua consigliera di stile: “Dire che Diana Vreeland si è occupata solo di moda significa banalizzare i suoi meriti”, disse Jackie, “È stata un’osservatrice saggia e arguta del suo tempo. Ha vissuto una vita piena”. Vita che non si è risparmiata di trasmettere anche ai lettori dei numeri di Vogue da lei curati: non solo abitini carini e gioielli sfiziosi, ma fotografia d’avanguardia (Irving Penn, Richard Avedon), musica e società, Beatles e Rolling Stones, minigonne e pillole del giorno dopo. Era habitué della Factory di Andy Warhol e del covo di perdizione dello Studio 54, la leggendaria discoteca newyorkese.

Prima di Vogue Diana era una parigina emigrata nella Grande Mela e con problemi economici. Nel 1936 viene notata a un party da Carmel Snow, al tempo editrice di Harper’s Bazaar, che le affida la rubrica Why don’t you?. Con essa per 25 anni accompagnerà e sconcerterà le signore lettrici di Harper’s. In Why don’t you? c’era già tutto il genio di Diana: visione, confusione e anti-provincialismo.

Perché non indossi cappelli di frutta? Con ribes? Ciliege?

Perché non trasformi la tua bambina in un’Infanta per una festicciola?

Perché non dipingi un planisfero sulle quattro mura della stanza del tuo bebè, così non dovrà crescere con un punto di vista provinciale?

Questa playlist è una declinazione in musica della sua vita: il suo pensiero, i suoi incontri, quello che può insegnare anche a noi, che ogni mattina ci cospargiamo di colla e ci buttiamo a peso morto nell’armadio. Anche quello può essere stile, chissà…

I Beatles sono stati fotografati da Richard Avedon per il December Issue di Vogue del 1968. Per Diana questo numero doveva essere una “vera, straordinaria, inconsueta festa per gli occhi”. Proprio gli occhi dei Fab Four sono i protagonisti di uno dei servizi più importanti della rivista: Paul, John, George e Ringo sono ritratti pochi mesi dopo la pubblicazione del loro nono album, The Beatles, noto anche come White Album, di cui vi proponiamo la traccia di apertura: Back in the U.S.S.R.

Rosalyn è un brano dei The Pretty Things, uscito nel 1964, e coverizzato da David Bowie nel suo album Pin Ups (1973). Perché abbiamo scelto questo trascinante pezzo rhythm and blues? Sulla copertina dell’album Bowie è ritratto insieme alla modella Twiggy, lanciata da Diana Vreeland.

Diana aveva il dono della visione, secondo Manolo Blahnik. Mentre era caporedattrice presso Vogue, la sua sezione “People are Talking About” diede conferma della sua astuzia e lungimiranza, perché riusciva a scovare le persone che di lì a poco sarebbero state sulla bocca di tutti. Nel luglio del 1964 David Bailey fotografò l’allora diciannovenne Mick Jagger per la rubrica di Diana (“Ah, quelle labbra…”, disse l’editrice). A quei tempi i Rolling Stones non erano ancora famosi nemmeno nella loro nazione, tant’è che British Vogue li aveva snobbati. Figuriamoci quanto potessero essere famosi in America! Il brano presente nella playlist è una cover di I Just Want to Make Love to You, una canzone blues scritta da Willie Dixon e registrata da Muddy Waters, che è presente nel primo album omonimo delle Pietre Rotolanti, uscito alcuni mesi prima del servizio su Vogue America.

La storica hit di Madonna Vogue è ispirata a un tipo di ballo che porta lo stesso nome della canzone, in cui i ballerini della scena gay newyorkese si cimentavano in una serie di strani gesti con le mani e in pose che imitavano le loro star di Hollywood preferite (come Lauren Bacall, lanciata da Diana e citata nell’intermezzo rap dalla stessa Madonna) e i modelli che apparivano sulle copertine del noto magazine. “It makes no difference if you’re black or white / If you’re a boy or a girl / […] Beauty’s where you find it“.

Contro i pregiudizi e le piccinerie provinciali si scaglia anche Paolo Conte in Sijmadicandhapajiee, ovvero “Siamo cani da pagliaio” in dialetto astigiano. Nel brano il cantautore dà un affresco della gente che ha paura di uscire dalla comfort zone per mancanza di personalità ed interessi: “è gente per cui le arti stan nei musei”.

Le canzoni di Brenton Wood (The Oogum Boogum Song, del 1967) e dei Franz Ferdinand (The Fallen, del 2005) parlano entrambe di personaggi fuori dagli schemi: nella prima Wood si strugge d’amore per una donna che ha troppa anima (“You got soul, you got too much soul”); in The Fallen una sorta di Messia dei tempi moderni ama distruggere “tutte le cose che portano gioia agli idioti”.

Non necessita di ulteriori spiegazioni All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground, padroni di casa nella Factory di Warhol, che ha anche disegnato la copertina dell’album da cui è tratto il brano. Invece non tutti sanno che Lady Grinning Soul di David Bowie è presente nella colonna sonora del documentario del 2011 sulla vita della Vreeland, Diana Vreeland: The Eye Has to Travel.

 

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