In una delle scene più famose del film Caro Diario, Nanni Moretti si ferma al semaforo all’incrocio fra Via della Moschea e Via di Ponte Salario per pronunciare un breve monologo intriso di snobismo passato poi per tragicomico:

Sa cosa stavo pensando? Io stavo pensando una cosa molto triste: cioè che io, anche in una società più decente di questa, mi ritroverò sempre con una minoranza di persone. Ma non nel senso di quei film dove c’è un uomo e una donna che si odiano, si sbranano su un’isola deserta perché il regista non crede nelle persone. Io credo nelle persone. Però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre d’accordo e a mio agio con una minoranza.

La cosa sconcertante è che anche venticinque anni dopo ci siano giovani – carini e disoccupati come recita l’adattamento italiano di un altro film ben più rappresentativo per la nostra generazione – che ancora si riconoscano nelle affermazioni del regista. Come se il mondo si dividesse ancora fra chi gira in Vespa e ascolta Leonard Cohen e chi guida una Mercedes e ha studiato delle discipline aride e tecniche come Economia o Giurisprudenza. Qual è la minoranza in cui ci rivediamo e che però dovremmo combattere? Quella che, dopo aver terminato in 5-6 anni gli studi universitari, può permettersi di seguire un master di una famosa casa editrice alla modica cifra di 3.000 euro; di eccellervi, poiché per mantenersi non deve fare due lavori senza incorrere in problemi di insonnia e malnutrizione; di essere assunto dalla suddetta casa editrice per un tirocinio retribuito facendo a meno dell’elemosina di Garanzia Giovani; di collaborare, nel peggiore dei casi come freelance, con altre case editrici tanto indipendenti quanto chic e blog di approfondimento culturale. Di essere nel giro.

In questa playlist tutti hanno lo stesso problema: disoccupazionedepressionecentri per l’impiego scabrosamente inutili e inefficienti. La differenza è che tutti questi problemi oggi per noi sono come attenuati dallo strumento fade di Instagram, quindi in fondo non abbiamo mai il diritto di lamentarci fino in fondo. Non possiamo riconoscerci nei grandi drammi della working class a cui Bruce Springsteen ha (ri)dato vita, ma in Sherry Darling c’è qualcosa di familiare, a partire dai versi iniziali: Your Mamma’s yappin’ in the back seat / […] Every Monday morning I gotta drive her down to the unemployment agency. Non possiamo certamente capire cosa significhi essere un senzatetto, quelli di cui parla Phil Collins in Another Day in Paradise, anche se abbiamo fin troppo presente l’ipocrisia degli addetti ai lavori che si battono il petto, ma che poi rimangono nel proprio Paradiso confortevole, ora retwittando una citazione sull’importanza dei libri (?) e quindi sull’implicita superiorità morale di chi legge trenta libri al mese, ora postando su Instagram una graziosissima composizione di libri, lilium e semi di girasole. Forse ci sentiamo più vicini alla voce di Matt Berninger dei National, alla rassegnazione contenuta e proprio per questo straziante di Humiliation, oppure, sempre per una vicinanza generazionale e storica, ai The Drums e a Sufjan Stevens e alle loro apparentemente superficiali richieste di denaro e attenzioni. Ma questi sono solamente spunti o piccoli indizi che potete approfondire: diamo per scontato che abbiate tempo in abbondanza per farlo, ma diamo anche per scontato che non vi serva una playlist per sentirvi parte di una minoranza oppressa, speciale e sofferente, dato che ormai la minoranza ha le stesse caratteristiche dell’odiata maggioranza.

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