La redazione Musica di Artwave ha preparato una playlist a tema “Emergenza Climatica”. Questo tema, purtroppo, non è mai stato preso sul serio e non è mai stato fatto abbastanza per rimediare a diversi errori che sono stati commessi dall’uomo.
Il nostro pianeta, stanco e provato, ci parla costantemente e ci ricorda che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Manuel Saad ha scelto:

Eugenio In Via Di Gioia – La Punta Dell’Iceberg

Lo scenario apocalittico, raccontato dalla band torinese Eugenio In Via Di Gioia, sembrerebbe narrare un mondo arrivato alla fine, stanco e privo di ogni speranza.
Uno scenario non troppo lontano da quello che stiamo vivendo oggi.
Il brano, contenuto nel fortunato album Tutti su per terra del 2017, ha fatto riflettere prima e lo sta facendo tutt’ora, elencandoci i numerosi problemi di cui non abbiamo voluto sentir ragione.
Ci siamo voltati dall’altra parte per non guardare, per non interessarci e per non sentirci causa di un disastro imminente.

Tutti i ghiacciai dei poli ai confini del mondo saranno sciolti
Gli animali di tutte le altre specie saranno estinti
Tutti i ghiacciai dei poli ai confini del mondo saranno sciolti
E gli animali di tutte le altre specie saranno estinti

Attraverso la loro ironia e freschezza, Gli Eugenio ci stanno dicendo che nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa per evitare tutto questo. Basterebbe aprire gli occhi e vedere che tutto si sta lentamente spegnendo.

Gerardo Iannacci ha scelto:

Smalla Island Big Song – GASIKARA

Small Island Big Song” è un progetto multimediale composto da canzoni che pongono il loro focus attorno a tematiche ambientaliste. È stato ideato dal produttore musicale australiano Tim Cole insieme alla moglie taiwanese Bao Bao: il progetto conta oltre un centinaio di musicisti provenienti da 16 nazioni insulari sparse tra gli Oceani Pacifico e Indiano. Lo scopo della band è di portare all’attenzione dei grandi del mondo ciò che sta succedendo negli Oceani a causa del riscaldamento globale e i cambiamenti climatici. L’album è stato registrato nella natura sulle isole d’origine dei singoli artisti: Isole Salomone, Papua Nuova Guinea, Rapa Nui (Isola di Pasqua), etc.

La canzone “Gasikara” parla della bellezza naturalistica e culturale delle madrepatria di 11 musicisti del progetto musicale Small Island Big Song: dalla Malesia al Borneo, dall’Australia al Madagascar. Un giovane rapper che canta per la maggior parte del pezzo nella propria lingua natale, Sandro, viene proprio dal Madagascar, accompagnato da litanie e musica prodotta dagli altri 10 artisti aborigeni. Il brano vuole celebrare questi luoghi e denunciare la catastrofe ambientale che i “popoli dell’oceano” stanno affrontando più di altri, senza esprimere rabbia ma decisione. Basti pensare che i rifiuti provenienti da Stati Uniti ed Europa si accumulano sulle coste di molti di questi paradisi terrestri avvelenandone il sistema idrico; per tutte queste ragioni Gasikara è una grande canzone suonata e registrata su tante piccole isole.

Maria Chiara Cionfi ha scelto:

Radiohead – Idioteque

Brano criptico, estremamente evocativo e dalle sfumature palesemente apocalittiche, Idioteque dei britannici Radiohead ci appare, insomma, come forse uno dei brani più calzanti che potremmo mai rapportare a questo particolarissimo periodo storico, ponendo in questo caso come focus centrale, tra le varie tragedie in atto, proprio quella del drastico cambiamento climatico attuale. I riferimenti interni a Idioteque ci riportano, quindi, in presa diretta all’allarme impostoci dalla tragicità quotidiana che ci circonda, ai disastri naturali, alle guerre, al declino legato all’ascesa tecnologica deumanizzante e dilagante. Il tutto ovviamente incorniciato in un beat vorticoso, al limite dell’ossessivo come tradizione yorkeiana comanda. Una delle perle più alte della produzione dei Radiohead è, perciò, quello che vi raccomandiamo per riflettere, in modo particolarmente viscerale, forse addirittura abissale, sull’argomento. Svegliamoci dal torpore della coscienza, ci aiuta Thom Yorke. A tal proposito raccomandiamo anche l’ascolto della sua solista Hands Off the Antarctic (2018), brano strumentale realizzato per Greenpeace con un video d’eccellenza: le immagini sono state girate dalla Arctic Sunrise. Da non perdere.

Mauro Bonomo ha scelto:

Grimes – New Gods

C’era molta attesa per il nuovo disco di Grimes. Attesa, va detto, costruita ad arte proprio dalla stessa artista canadese per mezzo di uscite provocatorie su industria musicale e affini, come da tempo ci ha abituati. Le premesse per ‘Miss Anthropocene’ erano quindi quelle di un lavoro ambizioso, forse più nelle intenzioni che nella sostanza. Il disco è infatti un concept incentrato su una «dea antropomorfa del cambiamento climatico», in pieno stile Grimes (gamer incallita, paladina dell’ecologismo patinato eccetera eccetera). Il risultato risente forse troppo di queste premesse, e allora proviamo a dimenticarcele. Ha il merito di provare a rendere il climate change orecchiabile e divertente, e – pur senza meraviglie di sorta – ci riesce. Ogni brano è, nelle premesse, una diversa rappresentazione dell’estinzione umana e in ‘New Gods’ prendono la forma di una ballata che si appoggia su un pianoforte marziale. And so I pray, but the world burns”, e Grimes si interroga su quali siano i nuovi dèi del presente tardo capitalista. Un disco da ascoltare, comunque, per intero. Nei suoi alti e nei suoi bassi c’è, quantomeno, l’intenzione di veicolare una presa di coscienza sulla drammaticità dei cambiamenti climatici in atto.

Cristiana Dicembre ha scelto:

Lil Dicky – Earth 

“we gotta save this planet, we’re being stupid” 

La voce di Lil Dicky nel brano Earth è giocosa, ma anche decisamente diretta. Dicky ha trovato un modo diverso e forse più coinvolgente di comunicare rispetto quanto si sente sul riscaldamento globale. Questo brano, infatti è un vero richiamo all’appello di tutti noi componenti della terra, e anche di personaggi famosi come Kanye West o Justin Bieber. Per ricordarci che siamo tutti coinvolti, nessuno escluso.

Il ritmo è piacevole, sembra un invito a fare festa. In realtà cerca di raccogliere tutte le forze che hanno influenza su questa terra, tutti i colpevoli di ciò che ci sta accadendo, e tra un “we love the earth” ed un altro la canzone diventa sempre più diretta:

“I mean, there’s so many people out here who don’t think Global Warming’s a real thing
you know?
We gotta save this planet”

Il brano è un invito a sentirsi più uniti, a ricucire le ferite che noi tutti abbiamo recato al pianeta, ma sopratutto è un invito a ricordarci che questa che stiamo calpestando, è la nostra Terra, la terra di tutti. E nel mezzo di un richiamo all’amore e all’unione Dicky esclama a gran voce “we forgive you, Germany”, ricordandoci così di metter da parte tutto il male e le guerre che gli uomini si ostinano a far tra di loro, perché c’è una battaglia più importante da vincere. Nel richiamo giocoso all’appello di tutti gli esseri viventi della terra che Dicky fa nel brano, ci trasmette quel senso d’unione imprescindibile a far fronte al riscaldamento globale che forse, conosciamo ancora poco.

Giorgio Maria Duminuco ha scelto:

Michael Jackson – Earth Song

In questi giorni la nostra attenzione è concentrata sul far fronte all’emergenza che sentiamo più vicina a noi, vale a dire l’epidemia del COVID-19. Ciò però non toglie che altre minacce ben più grandi siano dietro l’angolo, pronte a scatenare situazioni molto più drammatiche di quelle che stiamo vivendo oggi. L’essere umano ha la tendenza naturale – probabilmente legata all’ancestrale istinto di sopravvivenza – di valutare la pericolosità di qualcosa in funzione della sua distanza: così come un serpente velenoso a pochi metri da noi ci genere molta più paura di un leone affamato in lontananza, allo stesso modo il cambiamento climatico con il quale ci stiamo confrontando sembra ancora adesso una realtà distante da affrontare.

È stato il 9 febbraio di quest’anno che sono state registrate temperature da record – e non in senso positivo – in Antartide, dove la temperatura ha toccato i 20° Celsius, mostrando la terra nuda a Seyomour Island, generalmente coperta di neve. E purtroppo le evidenze non si limitano solo alle realtà polari, ma si estendono a diverse parti del globo. Non si parla più di rischi bensì di conseguenze, le quali potrebbero risultare devastanti per il nostro ecosistema. Scioglimento dei ghiacciai con conseguente innalzamento del livello del mare e possibile rilascio di virus sconosciuti, desertificazione e inasprimento delle condizioni atmosferiche sono solo alcune delle cose a cui dobbiamo prepararci se non faremo marcia indietro nel più breve tempo possibile.

Per questo momento di riflessione la mia proposta ricade su Earth Song, ballad scritta ed interpretata da Michael Jackson, terzo singolo estratto da HIStory: Past, Present and Future – Book I, album rilasciato nel 1995 sotto la casa discografica Epic Records. Non era la prima volta che l’artista si esponeva in prima persona su temi di consapevolezza sociale, ma era certamente la prima volta in cui venne affrontato in modo così risonante dal punto di vista artistico il problema della salvaguardia ambientale. Mescolando pop, gospel, blues ed anche un po’ di opera, Michael Jackson lancia un grido d’aiuto per un mondo che soffre, per un pianeta in balia dell’incuria e dell’egoismo dell’uomo. Il testo, incisivo e dalle immagini nette, sottolinea lo sgomento del rendersi conto di quanto dolore è stato inflitto al pianeta e nel ritornello si trasforma in una vera e propria espressione di emozione che non ha bisogno di parole. L’artista riesce ad amplificare l’importanza del contenuto attraverso il suo distintivo modo di cantare, caratterizzato da una forte componente ritmica, da sospiri, versi ed esclamazioni.

A rincarare la dose il videoclip del brano, diretto Nick Brandt, composto principalmente da scene crude che mostrano l’effetto distruttivo di deforestazione, inquinamento, bracconaggio, guerra e carestia. Resta però la speranza anche laddove è difficile trovarla, e alla fine di tutto, un forte vento rigeneratore finisce con l’avvolgere ogni cosa, portando rinascita e futura prosperità.

Simona Del Re ha scelto:

Zen Circus – Canzone contro la natura

Una contrapposizione inspiegabile e dannosa, quella che coinvolge non solo gli uomini e la natura, ma anche gli esseri umani che tendono a remare contro sé stessi. Perché, in fondo, arrecando danno alla natura che ci circonda, non lo arrechiamo un po’ anche a noi?

Gli Zen Circus raccontano questi conflitti e lo fanno con tutto il piglio punk-rock di cui sono capaci e con una scrittura che a volte appare difficile da seguire, ma pur sempre originale. Due sono i brani dell’album Canzoni contro la natura, che gli Zen hanno deciso di dedicare al tema dell’ecologia: Albero di Tiglio e Canzone contro la natura. Se nella prima Dio si manifesta sotto forma di albero poco amichevole, nella seconda il gruppo immagina una natura che decide di ribellarsi a quello stesso uomo che la sta distruggendo.

Siamo alla resa dei conti e allo scontro finale tra tutto ciò che ci circonda e gli esseri umani, che poi così tanto umani non sono. Madre natura non è più quella madre tenera e accogliente, il mondo vegetale e quello animale da vittime diventano carnefici e le carte in tavola vengono mischiate.

Un modo originale per analizzare il problema dell’emergenza climatica e di quanto l’uomo stia facendo del male alla natura. Insomma, di cosa succederebbe se fosse la plastica a gettare l’uomo in mare e se al saluto al sole fatto durante lo yoga, il sole risponderebbe scoppiando. Ad aggiungere valore a questo significativo e bellissimo brano, un cameo di tutto rispetto: un’intervista che Ungaretti ha rilasciato in occasione di Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini.

Claudia Pasquini ha scelto:

Marracash feat. Cosmo – GRETA THUNBERG – Lo stomaco

Ho idea che per l’inquinamento fare la differenziata
Non sia abbastanza, tentano (right here)
È come se per l’invecchiamento bevi la centrifugata
Con l’avocado e zenzero (right now)

Nel suo ultimo album, Persona, uscito ad ottobre dello scorso anno, Marracash si è messo a nudo, ci ha raccontato chi è Fabio Bartolo Rizzo (vero nome dell’artista) e quali sono le cose importanti per lui nella vita. Una di queste è la questione ambientale, alla quale ha dedicato la traccia GRETA THUNBERG – Lo stomaco.

Con la collaborazione di Cosmo, che canta il ritornello, e prendendo in prestito la voce della giovane attivista svedese che ha smosso le coscienze di tutto il mondo, il king del rap fa riferimenti alle abitudini occidentali, all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.

Pagina Instagram dell’illustratore: @sir_pertile

Immagine di copertina: © Nicola Pertile
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