“E l’amore ha l’amore come solo argomento” cantava De Andrè. Perché un sentimento basta a se stesso, e non ha bisogno di altro per essere raccontato, espresso, vissuto. In occasione del Pride Month, questa frase sembra risuonare con ancora più forza e sana prepotenza nella nostra quotidianità. Perché tanto è stato fatto, ma tanto c’è ancora da fare, ogni giorno, affinché la libertà di vivere l’amore e la sessualità in ogni sua forma sia riconosciuta come un diritto imprescindibile della società di oggi. La redazione di Musica ha scelto così di dare il proprio contributo alla causa, ciascuno attraverso la scelta di una canzone che possa rappresentare, in qualche modo, alcune delle tante sfumature di cui l’essere umano gode nel rapportarsi con il proprio essere e con l’altro. Ecco a voi, allora, un arcobaleno di suoni e sensazioni da ascoltare e da tenere sempre nel cuore.

 

Mariaelena Tucci ha scelto:

Faust’o, Godi

Italia, 1978. Entra in vigore la legge sull’aborto, la rivoluzione sessuale culmina con il riconoscimento di ruoli paritari nella relazione di coppia e la seconda ondata del movimento femminista porta con sé l’esaltazione delle peculiarità della donna legate alla scoperta del corpo come strumento che dà e riceve piacere. In questi tempi di libero amore, dunque, non stupisce ritrovare in circolazione romanzi come Porci con le ali (1976), scritto a quattro mani da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, che all’epoca susciterà scalpore per i suoi contenuti sessualmente espliciti, e album come Sucidio (1978) di Faust’o. La canzone nostrana, di fatto, si apre a temi nuovi, trasgressivi (pensiamo ad Andrea di Fabrizio De Andrè e a Giulia di Antonello Venditti, solo per fare qualche esempio), e il disco d’esordio di Fausto Rossi rappresenta appieno l’intento di infrangere tabù ormai logori anche – e soprattutto – attraverso la provocazione. E se il disco, sperimentale e ardito nei testi e nei suoni, è costellato di allusioni omosessuali, Godi è un’esplosione incontenibile, in cui la disamina dei sensi di colpa legati al sesso (“Ma non farti mai vedere, dietro i banchi di una chiesa/mentre ti masturbi in allegria /Non usare il coito anale, per il gusto di far male/fai l’amore con malinconia”) diventa la rivendicazione di un piacere senza etichette. E senza peccato.

Renato Zero, Triangolo

Nello stesso anno ritroviamo anche un brano culto della canzone italiana, che lancerà definitivamente il suo interprete sulla strada del successo: parliamo di Renato Zero e della sua celebre Triangolo. La storia la conosciamo tutti: un uomo accetta di trascorrere una serata romantica a casa di una donna; a sorpresa, però, compare un altro uomo, e la proposta indecente di un rapporto a tre, dapprima osteggiata dall’amante (“Ora spiegami, dai!/ L’atteggiamento che dovrò adottare…/ Mentre io rischierei/ di trovarmi al buio fra le braccia lui…/ Non è il mio tipo!”), si trasforma nell’intrigante possibilità di ravvivare una circostanza consueta (“Mentre io rischierei/ Ma il triangolo io lo rifarei!/ Perché no? Lo rifarei!”). A prescindere dal contenuto del testo e dalla sua dirompente ambiguità, ciò che ancora oggi fa la differenza in un brano come Triangolo è il suo spirito giocoso: il sesso non è vergogna, ma avventura, sperimentazione, e il modo bizzarro in cui Renato Zero si agghinda e si presenta in pubblico per cantare la canzone non fa altro che avvalorare questa tesi. Non a caso, il brano è contenuto nell’album Zerolandia (Zerolandia, 1978): un parco giochi di canzoni, perlopiù a sfondo sessuale (come Sesso o esse, Sbattiamoci, Amaro Madely), in cui l’artista romano dimostra la sua ironia e, soprattutto, la sua disarmante sensibilità sul tema.

 

Claudia Pasquini ha scelto:

Queen, I want to Break Free

Nella nostra Pride Parade non può mancare il brano I want to Break Free, l’inno alla libertà dei Queen. La canzone risale al 1984, quando il frontman del gruppo rock britannico non aveva ancora fatto coming out e l’omosessualità era considerata un argomento tabù. Freddie Mercury canta di libertà e amore senza parlare direttamente dell’omosessualità: è guardando il video, infatti, nel quale tutti i componenti del gruppo sono vestiti con abiti femminili, che si comprende il riferimento ad essa.

Il video è stato censurato da MTV Usa fino al 1991 perché considerato “inappropriato”. Inoltre, I want to Break Free è stato l’unico brano a non essere mai entrato ai vertici delle classifiche degli Stati Uniti, come era ormai abitudine per la band.

Questo inno è tuttora attuale: nonostante siano passati 35 anni dalla sua pubblicazione, è importante ancora oggi sottolineare come ognuno sia libero di amare chi desidera, nel modo più libero possibile.

 

Maria Chiara Cionfi ha scelto:

Subsonica, Eva – Eva

Nella nostra certosina ricerca degli inni riguardanti il più puro orgoglio arcobaleno in chiave relazionale trova posto anche l’atmosfera altamente evocativa generata dal testo di Eva – Eva, brano firmato Subsonica e contenuto nel loro terzo album, il fondamentale Amorematico del 2002. Topic centrale della traccia è il rapporto intimo tra due donne, un amore capace di travolgerle e trascinarle come le onde di un mare in burrasca, e sulle quali dover nuotare per restare a galla. Un amore che le tiene sospese in preda allo stupore misto a spavento per la disarmante portata del sentimento che le lega. Un amore, insomma, così scardinante da potersi addirittura definire incidentale – a detta della band di Samuel e soci – dotato di un sapore profondo e inevitabile, primordiale, radicato e arcaico come il titolo stesso ci suggerisce. Le due Eva possono quindi qui essere percepite in maniera duale: da un lato le portatrici di quella colpa atavica, dall’altro l’emblema del riscatto stesso della condizione femminile elevata dal sentimento tra di esse. La potenza intrinseca dell’amore saffico, inteso all’esterno della coppia come peccato mortale in potenza, è qui galvanizzata: esso si svela in tutte la sue sfumature metaforiche proprio nel delinearsi di questo testo. Il rapporto disegnato dai Subsonica altro non è che un vortice sensuale e complice, un “gancio teso al cuore”, l’esaltazione di quella femminilità universale che tutto muove.

 

Simona Del Re ha scelto:

Daniele Silvestri, Gino e l’Alfetta

Daniele Silvestri non si è mai tirato indietro e ha parlato di qualsiasi tematica con la leggerezza e l’ironia che da sempre lo caratterizzano. Nel 2007, dopo la pubblicazione di un singolo che parlava di danze, panze e paranze e prima di una bellissima canzone d’amore, esce il singolo Gino e l’Alfetta. Adottata come inno ufficiale del Gay pride tenutosi a Roma proprio quell’anno, il brano ha tutte le carte in regola per parlare della difficoltà di esprimere la propria sessualità e di farlo senza essere giudicati. Il protagonista della canzone è un uomo combattuto tra Maria e Gino: la prima rappresenta l’emblema della sicurezza, del secondo, invece, lui si fida un po’, lo conquista e lo rilassa. L’argomento della canzone, ben spiegato nel testo e reso esplicito nel video, ruota così attorno all’omosessualità scoperta in età adulta. Un uomo capisce di essere attratto dal suo partner di lavoro e questo lo spiazza. Incominciano gli interrogativi, le tesi a favore di questa svolta (ma lo sai quanti geni ed eroi son gay?”), ma soprattutto il protagonista, alla fine, sembra scegliere Gino, perché ha i suoi stessi punti di vista e – parafrasando il testo – per adesso questo gli basta.

 

Mauro Bonomo ha scelto:

Nadàr Solo, Aprile

L’amore è un sentimento universale, che non ha bisogno di essere necessariamente impersonificato da protagonisti ben precisi. Per questo Aprile dei Nadàr Solo è una canzone che, con un’anima luminosa (di quella luce che filtra attraverso le nuvole, che rischiara le giornate anche quando sono grigie), riesce a rendere visibile la sensazione che lega due persone che si amano e che guardano nella medesima direzione. Nel descriverla la band torinese ha detto che è “la prima canzone felice” che hanno scritto: ed è così, perché la felicità non è soltanto spensieratezza e leggerezza, bensì un sentimento complesso e profondo, che proprio nell’amore può trovare la propria dimensione. Affinché tutti possano soffrire e gioire, vedere la luce tra le nuvole e stendersi al sole, e non preoccuparsi di nient’altro.

 

Luca Ianniello ha scelto:

Le Luci della Centrale Elettrica, Le ragazze stanno bene

“E forse si tratta di accettare la vita come un festa, come ha visto in certi posti dell’Africa”

Le ragazze stanno bene di Le Luci della Centrale Elettrica è questo: tristezza, felicità, voglia di scomparire, accettazione di sé. Ma, più di tutto, è un inno alla spensieratezza e alla vita.

In un contrasto continuo tra cosa è e cosa dovrebbe essere, la vita di due ragazze qualunque ci scorre davanti al ritmo della musica di Vasco Brondi. Dare un’interpretazione ad un pezzo simile è difficile o, forse, è più semplice di quello che appare. Spesso la semplicità è evidente e basta, non ha bisogno di interpretazioni, ma a volte il mondo in cui viviamo ci fa sentire il bisogno di farci mille domande. Va tutto bene o va tutto male nella vita? Forse non è importante: ciò che è importante è che esistiamo e siamo capaci di vivere. A partire dalle piccole cose, oltre le storture del mondo, l’unica cosa che non può essere sbagliata è l’amore che sentiamo di provare.

 

Manuel Saad ha scelto:

Motta, Sei bella davvero

“Il fatto che una canzone dedicata ad una donna transgender oggi sia stata certificata oro mi riempie di gioia. Grazie”

Sei bella davvero fa parte del primo album d’esordio solista di Francesco Motta, La Fine dei vent’anni, il disco che lo ha reso vincitore della prestigiosa Targa Tenco nel  2016.
Brano intenso, che vede la collaborazione del noto produttore e cantautore Riccardo Sinigallia, sia per la musica che per il testo. Il singolo, certificato Disco d’oro, è dedicato ad una donna transgender e l’unicità la si trova proprio in quel “davvero”: non un “Sei bella” e basta, ma “Sei bella davvero”.
Il riuscire ad essere se stessi è, probabilmente, la nostra montagna personale, e abbiamo una vita a disposizione per scalarla e misurarci con tutte le avversità che si incontrano durante il cammino.
C’è chi cerca di combattere i propri demoni con le unghie e con i denti affinché un giorno possa dire “Mi sento bene, mi sento me stesso/a.”
Motta ha cercato di trasmettere proprio questo senso di affermazione identitaria, attraverso una canzone che nel 2019 serve ancora a ribadire la differenza fra contenuto e contenitore.

 

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Immagine di copertina: Sharon McCutcheon. Fonte: Pexels.com
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