Il muro di Berlino non poteva cadere. Stava lì da quasi trent’anni e la vita di tutti i berlinesi si era attorcigliata attorno ad esso come una pianta rampicante. Non è semplice comprendere cosa abbia significato il suo crollo se non si immaginano le esistenze totalmente trasformate, certe abitudini demolite, certi pensieri messi integralmente in discussione. L’arte ha il potere di abbattere certe barriere molto prima che lo faccia la società, e immaginare di far crollare il muro prima che fosse effettivamente caduto era qualcosa fuori dal mondo, al pari dell’arrivo degli alieni. Il 30 ottobre 1938, Orson Welles reinterpretò in un broadcast radiofonico il romanzo fantascientifico La Guerra dei Mondi di Wells. La prima parte della trasmissione era, volutamente, strutturata come fosse un radio-giornale, e diede l’impressione che le notizie fossero effettivamente reali, facendo credere a moltissimi ascoltatori che l’invasione aliena frutto della fantasia dello scrittore fosse in realtà cronaca di quegli istanti. Quest’inganno radiofonico (al di là del suo effettivo e discusso eco) ha dimostrato tutto il potere che poteva avere un mezzo di informazione di massa ed è quasi incredibile per noi che, nemmeno cent’anni dopo, siamo immersi in una società liquida nella quale le notizie sono (quasi) immediatamente condivisibili e verificabili. Era ottobre anche nel 1989, precisamente il 24, e Berlino Ovest viveva una delle sue notti come sempre sospese in un presente atemporale, alla ricerca di una libertà che poteva essere soltanto pensata, immaginata, costruita attraverso l’arte, la sperimentazione, le droghe. Tutti abbiamo negli occhi la lugubre energia che striscia sotto le miserie di Christiane F. e i suoi compagni, i colori freddi della città e quelli accesi e vividissimi nella notte dei club di Westberlin.

Christiane F – ©Klaus Meyer-Andersen/Stern

24 ottobre 1989, dicevamo. Quella sera, negli studi di Radio100, il giovane regista Uli M Schueppel (uno che ha girato tra le altre cose diversi videoclip anche per Nick Cave & the Bad Seeds) e Johannes Beck andavano in onda con la loro trasmissione “Shlimline Show”, un programma fortemente sperimentale che cercava di intrecciare le parole con la musica per creare visioni, suggestioni emotive. Per di più non era raro che Schueppel leggesse in diretta comunicati stampa e notizie come se fossero poesie, trasfigurandone aspetto e senso. Fu in questo magma quasi onirico che prese forma l’idea dei due visionari artisti: “facciamo cadere il muro“. Il muro non poteva cadere, ma quella era la radio, quello era uno squarcio nelle possibilità (l’aveva insegnato Orson Welles), quello era uno strumento di libertà. C’è anche chi dice che più la si spara grossa, più è probabile convincere qualcuno: e infatti. Ad un certo punto di quella serata, Schueppel finge di interrompere la trasmissione per dover leggere una importante notizia dell’ultim’ora:

Vi devo assolutamente leggere la notizia più importante pervenuta dalla dpa (Deutsche Presse-Agentur, nda): Berlino Est – come riportato da fonti come sempre aggiornate di Berlino Est, la dirigenza della SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, nda) ha deciso in una riunione riservata la completa apertura del confine interno tedesco, in entrambe le direzioni. La decisione sarà annunciata in conferenza stampa oggi a mezzogiorno, e avrà validità immediata”.

Avevano creato l’inverosimile e gli avevano dato un’aurea di possibilità. “Domani il muro non ci sarà più, che cosa farete?” chiese Schueppel agli ascoltatori. Fu così che in molti cominciarono a telefonare in diretta, per condividere le proprie emozioni, i loro desideri e progetti, per fantasticare un futuro che (non potevano saperlo) sarebbe stato realtà nel giro di poche settimane. In più la messinscena dei due artisti, per avvalorare la notizia, aveva previsto anche telefonate “finte” da presunti testimoni che dicevano di trovarsi nei pressi del muro: in questo modo chi ascoltava era sicuramente scettico, ma covava il dubbio, che può essere scintilla improvvisa. Un dubbio ben presto zittito dalla realtà, certo, eppure chissà che in qualche piccola misura non abbia potuto contribuire anche questo a quanto accadde quel 9 novembre di trent’anni fa: aver immaginato che fosse possibile, addirittura che fosse avvenuto, un esercizio psichico per trovarsi pronti.

Uli M Schueppel (foto Wikipedia)

E dopotutto è un’attitudine, questa di cambiare le prospettive, destrutturare, sovvertire la realtà che si inserisce perfettamente nel clima di rottura degli schemi che attraversava l’ambiente culturale di Berlino Ovest soprattutto nel decennio che ha preceduto la caduta del muro: qui, alla fine degli anni ’70, David Bowie aveva ritrovato sé stesso dando forma alla magnifica Trilogia Berlinese, sempre qui ha preso vita quella creatura multiforme e geniale dal nome Einstürzende Neubauten che in quegli anni portò ad una delle sue massime espressioni l’avanguardia ribelle dell’industrial. Blixa Bargeld, genio creativo del collettivo rumorista, contribuì anche ai lavori berlinesi di Nick Cave e dei suoi Bad Seeds, il quale resterà a Berlino fino agli anni ’90. Un filo rosso che lega tutte queste esperienze, quello della ricerca di nuovi linguaggi ed espressioni che rappresenta e rappresentava un unicum nell’Europa dell’epoca, alle prese con l’ondata new wave che imperversava un po’ dappertutto. Westberlin in tutto questo era una prigione al contrario, dietro il muro rinchiusa eppure libera, e quel che significasse per un artista muoversi al suo interno non è facile immaginarlo. Possiamo intuirlo, certo (e abbiamo cercato di racchiuderlo in una playlist che trovate al fondo di quest’articolo), ma resta l’atmosfera di un passato quasi sospeso sul cielo della città come gli angeli di Wim Wenders, invisibile eppure percepibile per chi si muove nelle strade della capitale riunificata.

Un gruppo di squatter a Kreuzberg (Wikimedia Commons/Tom Ordelman)

Berlino Ovest negli anni ’80 era diventata davvero un piccolo centro del mondo. Un nucleo incandescente nel quale la musica trovò un nutrimento irripetibile che diede vita a commistioni e interferenze che fecero da fondamenta per tanti degli sviluppi che conobbero in seguito il rock ma anche la techno e la scena elettronica. Westberlin era e insieme non era: era Germania Federale eppure non lo era davvero, sospesa in quel mare socialista; era un’isola sperduta ma non era abbandonata al proprio destino. Era soprattutto un universo multiforme che da innumerevoli particelle ha innescato reazioni impensabili: rielaborando il rock elettronico dei Kraftwerk e l’industrial, avvicinandosi poi alle ossessioni elettroniche della techno, ma ha anche avuto un’anima post-punk disturbata, trasgressiva ed iconoclasta. Per questo quel 9 novembre è stato allo stesso tempo liberazione e distruzione di un’ecosistema irripetibile del quale non possiamo che godere gli echi.

Qui l’audio della trasmissione di Orson Welles

Qui l’audio dello Shlimline Show del 24 ottobre 1989

Immagine di copertina: © UNIVERSITY OF MINNESOTA INSTITUTE OF ADVANCED STUDIES / U.S. NATIONAL GUARD
© riproduzione riservata