Spiagge affollate, sere stellate, tramonti mozzafiato e tante, tante canzoni. Perché, in fondo, l’estate è prima di tutto una colonna sonora, quella che accompagna i momenti di relax sotto l’ombrellone, le lunghe code in auto durante un viaggio o, più semplicemente, le emozioni legate ad una stagione apparentemente effimera ma, in fondo, terribilmente travolgente per tutto ciò che porta con sé. Non solo tormentoni, dunque: l’estate è una condizione dell’anima, in cui tutto si amplifica e viene vissuto più intensamente, anche a costo di sopportarne gli strascichi una volta terminato il suo tempo. Noi della redazione di Musica di Artwave.it abbiamo deciso di raccontarvi – con una playlist, of course – quelle canzoni che rappresentano al meglio queste sfumature, accostando grandi classici a perle nascoste, il divertimento alla riflessione, la malinconia alla spensieratezza. Perché le estati si susseguono veloci, ma la musica resta.

 

Stefano Molinari ha scelto:

Lùnapop – 50 Special

In estate, nel nord dell’Alaska, il sole splende venti ore al giorno. Gli agricoltori approfittano di questo supplemento di fotosintesi per coltivare frutta e verdure più grandi e dolci di quelli che crescono al sud.  Seppur in campo musicale e non agricolo, anche in Italia l’estate porta una ventata di fertilità e produttività. Artisti più o meno noti vengono ibernati da settembre ad aprile e scongelati al microonde per la stagione balneare. Ma c’è chi si è liberato, e non parlo del cantautore napoletano. Da quella criogenesi annunciata, l’artista in questione è scappato a gambe levate, resistendo per due decenni di onorata carriera. Stiamo parlando di Cesare Cremonini e della sua 50 Special!
La canzone non è solo un tormentone estivo, ma molto di più. È l’inno di una generazione intera, che nei primi anni Duemila ha fatto del testo di 50 Special uno stile di vita. Dai colli bolognesi, la mitica vespa ha fatto il giro d’Italia, e quest’anno festeggia vent’anni dal suo primissimo rombo.
Certo, vent’anni sono tanti, e di generazioni ne ha viste tante quella vespa, ma non è ancora il momento di metterla in garage. Anzi, se vi capita di fare karaoke quest’anno, prendete coraggio e intonate le prime strofe: “vespe truccate, anni sessanta…”.
Se la sentite rombare, è proprio lei!

 

Mauro Bonomo ha scelto:

Sergio Endrigo – Era d’estate

L’estate è tante cose: vacanze, amicizie, caldo, concerti. Forse, però, la caratteristica principale della stagione estiva è un sentimento, la malinconia, che si manifesta quando – riposti i costumi e ritornati a scorrazzare tra le foglie che iniziano a ingiallire – ricordiamo i giorni più lunghi, i tramonti infuocati e il viso imperlato di sudore. Sergio Endrigo, nel 1963, ha pubblicato un brano che condensa questa malinconia in un amore che si esaurisce, descrivendo l’allontanarsi dai mesi estivi in parallelo ad un’amata che lentamente se ne va, lasciando il protagonista da solo a ricordarne le parole e i sogni infranti. Il risultato è una canzone che è quasi intrinsecamente classica, di quelle che suonano sempre e comunque come se uscissero da una radio antica accesa in un bar o in una cucina italiana; poco importa le si ascolti su Spotify o in uno stereo di ultima generazione: sembra di sentire quel fruscìo in quel suono un po’ chiuso, e se si ascolta con attenzione si riesce ad immaginare anche una donna che la canticchia con le finestre aperte. Certo, non sarà propriamente la hit estiva che state cercando, ma facciamo così: tenetevela da parte per struggimenti futuri, per crogiolarvi nella malinconia di quando finirà l’estate, per l’attesa dell’anno prossimo.

 

Claudia Pasquini ha scelto:

Raphael Gualazzi – L’estate di John Wayne

Forse leggendo il titolo qualcuno penserà di non conoscerla, ma sono sicura che la maggior parte dei lettori capirà di cosa sto parlando appena sentirà il ritornello. In caso contrario, basteranno un paio di ascolti perché ci si ritrovi a canticchiarla mentre si sta facendo tutt’altro.

È il singolo che ha segnato il ritorno del cantautore e pianista di Urbino nell’estate 2016 e che ha anticipato la pubblicazione del suo quarto album in studio, Love Life Peace, uscito per Sugar Music.

­L’estate di John Wayne è una canzone estiva che non ha le classiche sonorità da tormentone da spiaggia (e non pretende neanche di esserlo). È un brano di facile ascolto, ma che combina vari suoni provenienti da diversi generi: il pop e l’r’n’b mischiati a richiami western.

Un singolo dal sapore vintage, insomma, che gioca sulla voglia di ricordare i tempi passati. Il testo, scritto da Alessandro Raina (ex Amor Fou) e Lorenzo Urciullo, in arte Colapesce, menziona i vecchi cinema all’aperto, gli storici film di Federico Fellini, le banane di Andy Warhol, Lupin e John Wayne.

Anche il video, diretto da Jacopo Rondinelli, gioca sulla vecchia fotografia. È stato girato con lenti anamorfiche Lomo degli anni ’70, per renderne ancora più autentico l’aspetto vintage. Protagonisti sono tre bambini che giocano a fare le star. Nel video c’è un omaggio al manifesto di Amarcord di Fellini con la scritta Raphael sulla valigia di uno dei bambini.

Simona Del Re ha scelto:

Max Gazzè & Niccolò Fabi – Vento d’estate

Era il 1998 quando due tra i cantautori più eclettici del panorama italiano pubblicavano uno di quei brani che da sempre grida all’estate, a partire dal titolo. Il brano è, appunto, Vento d’estate e i cantanti di cui stiamo parlando sono Max Gazzè e Niccolò Fabi. Più che frutto di una strategia di marketing musicale, questo duo dai capelli ricci e fuori posto nasce da una profonda amicizia cresciuta a pane e musica durante gli anni di gavetta nei pub di tutta Roma. Pur non essendo scritta in spagnolo e non avendo un ritmo su cui muovere il bacino e qualche passo, Vento d’estate è uno di quei brani che ha tutti gli elementi per essere una hit estiva a suo modo. Ha l’amore, la semplicità tipica delle canzoni della calda stagione e un ritmo che ti rimane impresso in mente. Qual è, però, il tocco in più di questo brano? Primo su tutti il testo. Scritto a quattro mani da Gazzè e Riccardo Sinigallia, risulta leggero ma al tempo stesso non è un testo alla “sole, cuore, amore”. Leggerezza è, quindi, la parola d’ordine di questo brano. Questo termine si traduce, sia in musica che a parole, in un invito a vivere la vita senza troppe preoccupazioni, perché alla fine “tutto cambia come cambia il vento”. Non poteva mancare il mare, visto come via di fuga da tutto e come luogo dove perdersi e, chissà, ritrovarsi. L’originalità della voce di un Gazzè a cui piace cambiare sempre registro e la delicatezza e la poesia che trasmette quella di Niccolò Fabi sono le ciliegine su una torta estiva dal sapore decisamente diverso.

Manuel Saad ha scelto:

Brunori Sas – Guardia ’82

 

Sulla spiaggia lattine anni ’80
Quando il mare s’incazza e riporta
Ricordi che avevi
coperto di sabbia

Vol.1 è il primo album in studio del cantautore Brunori Sas. Un disco pieno di sincerità, nostalgia e poesia che vede il brano Guardia ’82 farsi narratore di un’Italia passata.
La canzone è un racconto delle estati passate a Guardia Piemontese, attraverso gli occhi di un bambino che gioca in spiaggia con paletta e secchiello, per nulla impressionato da una ragazza nuda che vedeva lì, vicino a lui. Il bambino, uno volta cresciuto, ritorna dieci anni più tardi su quella stessa spiaggia nelle vesti di un adolescente con una chitarra per rivedere quella ragazza con occhi diversi, e con il mare che si fa cornice di questa splendida immagine di un’Italia del passato, più leggera, più lenta e molto più sentimentale.
La sabbia e i falò arricchiscono quell’immaginario che Dario Brunori si è trovato a vivere in prima persona, mettendo in risalto la crescita di un bambino cullato dal rumore delle onde del mare.

 

Mariaelena Tucci ha scelto:

Marracash – Estate in città

Cosa succede se il lavoro non dà tregua nemmeno durante la stagione estiva o, ancora peggio, non si hanno i soldi per andare in vacanza? Semplice: si rimane dove si sta, invidiando il collega in ferie alle Maldive o – perché no? – contemplando quel silenzio irreale, a tratti mistico, che solo le città immerse nella calura solitaria sanno regalare. È proprio Marracash, nel brano Estate in città (2008) – tratto dal suo primo album d’esordio – ad offrirci la prospettiva insolita di chi è costretto a subire le vacanze degli altri. Eppure, il rapper s’ingegna a modo suo per costruirsi un meritato spazio di relax, prendendo il sole sul balcone accompagnato da cibo spazzatura e contando le ambulanze che passano durante il giorno. Come sempre, lo sguardo di Marracash sa essere unico nel suo genere, amaro e ironico insieme (“Devo andare al mare […] Invece me ne vado a male, vado a male, vado a male”): il principe è solo nella Barona, e ha il privilegio di percorrerne le strade vuote per meditare sul futuro del suo regno  (E lei mi fa: ‘Perché di qua, perché è di lì/ Non mi porti mai in vacanza, finisce sempre così’/ E io: ‘Vorrei portarti ai Tropici/ Però ho visto al TG che presto i Tropici verranno qui, quindi…”).

Salmo – Estate dimmerda

L’estate, quindi, è anche questo: uno sguardo leggero e disincantato sul mondo, sugli uomini e – ovviamente – anche sull’estate stessa. Salmo ne fa materia prima del suo singolo, Estate dimmerda (pubblicato il 21 luglio del 2017 e prodotto da Low Kidd e dallo stesso rapper), per creare un brano memorabile e decisamente inedito, che non si pone né dalla parte dei tormentoni estivi, né dalla parte di chi, quei tormentoni, li avversa. L’approccio di Salmo è superiore alle fazioni precostituite e, come sempre, dissacrante: l’estate dell’italiano medio, tra “trenta birre Peroni, cimiteri di ombrelloni”, posti cool e Moscow Mule, s’intreccia a temi più seri, come l’attentato di Manchester, il terrorismo (“Non avere paura, non restare nell’ombra/ allaccia la cintura, ‘sto concerto è una bomba”), l’omologazione di massa. Il “vabbè balliamo” del ritornello non serve soltanto ad esorcizzare i luoghi comuni, ma a rimandare a settembre paure più profonde, quelle legate alle nostre fragilità e agli “e stati d’animo” della nostra vita.

Diaframma – Caldo

Non è detto, però, che l’estate sia sempre una spensierata parentesi tra ciò che è stato e quello che verrà. Complice l’afa e gli eventi di una routine più dilatata, a volte ci si può trovare faccia a faccia con quei pensieri che gli impegni quotidiani sembravano aver cancellato dalla nostra testa. Perché il caldo rinvigorisce, acuisce, e in alcuni casi esaspera la passione. Ecco allora che sul finire degli anni Ottanta un giovane Federico Fiumani, che di lì a poco prenderà il timone assoluto dei Diaframma, ci regala una struggente ballata piano e voce, Caldo (1988), che non ha nulla da invidiare alle colonne sonore di quei film d’altri tempi a tema balneare. Non a caso, a detta dello stesso Fiumani, la canzone trae spunto da L’ombrellone (1965) di Dino Risi, regalandoci dei frame suggestivi su una relazione tra marito e moglie (“Avrei voglia di sapere/ se di umanissimi ombrelloni sei stanca/ se pensi a me”) e su quel senso d’impotenza che solo l’amore – e il caldo – sanno dare (“Caldo/ non vale la pena/ ricominciare con questo caldo”).

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