Per il Pride Month, la redazione di Musica di Artwave ha scelto alcuni brani che sottolineano come la musica sia non solo un sottofondo ma un movimento attivo in grado di abbattere barriere e pregiudizi. La musica non ha un solo colore.

Mauro Bonomo ha scelto:

Special Interest – “Street Pulse Beat”

Alli Logout è regista e artista di performance genderqueer, il cui lavoro esplora il sud degli USA, l’abietto e il corpo. Inoltre (ed è ciò che ci interessa in questa sede) è vocalist e songwriter del progetto punk Special Interest, band di New Orleans. Il loro ultimo disco, ‘The Sound Of’, è uscito qualche giorno fa ed è già uno dei lavori più potenti del 2020. Un anno in cui avvenimenti epocali stanno sconvolgendo il mondo intero. La potenza sonica e lirica degli Special Interest arriva dritta in faccia su architetture industrial, techno e chitarre stridenti. Difficile selezionare una sola traccia da questa raccolta che in mezz’ora ti accende un fuoco nel petto, ma ci proviamo. ‘Street Pulse Beat’ è forse il pezzo dove il terremoto sonico si fa leggermente più melodico, la voce di Logout è quasi sommersa dal beat ossessivo, ma il testo emerge in tutta la sua forza. ‘I go by many names such as Mistress, Goddess, Allah, Jah, and Jesus f***ing Christ’. Un disco che è storia di crisi personali dettate dall’oppressione che diventano arte, che diventano voce da urlare e da far sentire.

Manuel Saad ha scelto:

Sufjan Stevens – “Love Yourself”

Il cantautore e musicista statunitense, Sufjan Stevens, nel 2019 ha pubblicato il singolo “Love Yourself” proprio in occasione del Pride Month.
Questa canzone, nella sua complessità compositiva, porta una tesi forte quanto, in realtà, semplice: amare sé stessi.
Stevens, infatti, dichiarò che “Love Yourself” è “una canzone d’amore ottimista e sincera senza conflitti, ansia o auto-deprecazione“.

Ama te stesso
Sei l’unica cosa
di cui avevo bisogno
Condividi di te stesso
Mostrami tutte le cose
in cui credi

Inizia così questo brano che incita al non aver paura di essere sé stessi e di combattere la società, arretrata, attraverso le armi che si hanno dentro.
Il brano è stato pubblicato insieme ad un altro singolo “Whit Whole My Heart“. Entrambi i singoli non solo suonano come semplici canzoni, ma parlano all’ascoltatore cercando di scardinare anche gli animi più complessi, armati di strutture di protezione all’apparenza indistruttibili.

Maria Chiara Cionfi ha scelto:

Fabrizio De André – “Prinçesa”

Le vicende, dal tratto qui addirittura epico, della comunità transgender genovese in questo brano appaiono antiche quasi quanto gli angusti vicoli che questa abita forse dall’alba dei tempi, o almeno è questo quello che De André, con una portata immensa di poesia, arriva a farci intendere. A raccontarci la tragica storia di “Prinçesa”, al secolo Fernanda Farias de Albuquerque, è appunto il più autorevole menestrello delle odissee sociali genovesi, che ci presenta nel suo Anime Salve del 1996 non solo la complessità di un’esistenza estrema e dolorosa, ma  soprattutto l’enormità multiforme di un universo socialmente incompreso, massacrato dal pregiudizio e relegato ad una categorizzazione alla stregua dei più bizzarri freaks lynchani.

Fabrizio De André, quindi, affronta con estrema eleganza un tema in assoluto scomodo, sbattendo in faccia alla borghesia nostrana quell’occulto problema da sempre legato alle minoranze identitarie e di genere mai affrontato così prima, ponendo al centro della sua narrazione la transessuale Prinçesa e la tragicità del suo personale epilogo da prima pagina di cronaca nera. Insomma, “Prinçesa” è un brano prezioso da dover ascoltare per celebrare il mese del Pride. Tutto questo lo diciamo a gran voce per il suo saper porre l’accento su quel conflitto esistenziale che risulta spesso così difficile da comprendere ma che è, ad oggi come da sempre, una realtà talmente fattuale e concreta da aver bisogno di essere raccontata per capire quanto, donne e uomini come Fernanda, non siano altro che valorosi guerrieri in lotta contro un destino che li ha imprigionati fatalmente in un corpo mai percepito come proprio, non solo mai corrispondente a quell’idea sempre avuta di sé, ma soprattutto inteso come un brutale specchio dismorfo della loro personalità ed identità più profonda.

Lorella Greco ha scelto:

Madonna – “Vogue”

Vogue” è un successo internazionale firmato Madonna, la regina del pop, la regina della trasgressione, della femminilità volgare, esibita, ma seducente e vincente. Con Vogue, Madonna ha vinto: già da quando fu rilasciato, nell’aprile del 1990, il video clip è considerato uno dei migliori e il tema, il voguing, è scottante.

Effettivamente fa caldo nei gay club affollati di Harlem, mentre drag queen, trans, gay e queer si scatenano nelle ballroom. È proprio qui che nasce il voguing, negli anni ’80. I ballerini si ispirano alle pose delle modelle del settimanale Vogue per inscenare i passi di danza mentre sfilano in passerella sotto gli occhi della giuria e del pubblico in sala. Incarnano ideali di bellezza bianchi, sovvertendo i canoni e valorizzando il corpo nero.

La comunità LGBTQ+ di colore è emarginata, ridicolizzata e povera. Diversamente, nelle ballroom le persone possono sentirsi parte di qualcosa di grande e essere apprezzati e rispettati. Dove il tema dell’AIDS è sulla bocca di tutti ed è associato all’omosessualità, essere neri e trans è una combinazione letale.
Madonna ha investito su un fenomeno che non le apparteneva, ma ha restituito dalla comunità black visibilità e riconoscimento. Un passo avanti verso il rispetto.

Claudia Pasquini ha scelto:

Lady Gaga – “Born this way”

Born this way è il primo singolo estratto dall’omonimo album di Lady Gaga. Il brano è un invito a celebrare le differenze, ad accettarsi per quel che si è veramente e a lottare per i propri diritti.

“There’s nothing wrong with loving who you are” (“non c’è niente di sbagliato nell’amare chi sei”), ripete la popstar durante la canzone. Born this way è un manifesto dell’amore universale, un invito a non nascondersi per essere accettati dagli altri e a manifestare l’amore in tutte le sue forme senza paura dei pregiudizi degli altri. Non importa come si è fatti o chi si ama, è bello esser nati così come siamo.

Simona Del Re ha scelto:

Fabrizio De Andrè – “Andrea”

Una delle tante cose che la storia del cantautorato italiano ci ha lasciato e continua a lasciarci è l’animo rivoluzionario di alcuni dei suoi esponenti. Tra i cantanti che hanno contribuito a scrivere quella storia, ce n’è uno che ricordiamo spesso per brani come La canzone di Marinella o La Guerra di Piero. Ovviamente stiamo parlando del magistrale Fabrizio De André e della sua poesia in musica. Tanti sono i temi ritenuti poco convenzionali per il periodo che il cantante genovese ha affrontato: dalla prostituzione e l’adulterio, fino ad arrivare alla religione e alla dipendenza. Ma De André era un rivoluzionario a tutti effetti. Proprio per questo in una delle sue più belle canzoni sdogana l’omosessualità e la unisce al tema della guerra e a una chiara volontà antimilitarista. Il brano è Andrea e fa parte di un album, Rimini, nato dalla delusione per la politica degli anni Settanta. De André canta di un amore nato tra un contadino e un militare durante la guerra, finito tragicamente con la morte del soldato dai riccioli neri e probabilmente con il suicidio del primo. Ancora una volta Fabrizio De André riesce a raccontare una storia come se la stessimo vivendo insieme ai protagonisti e a mandare un messaggio più attuale che mai: quello di un amore senza barriere.

Giorgio Maria Duminuco ha scelto:

Cher – “Believe”

Siamo al 19 ottobre del 1998 e nel panorama musicale viene rilasciato qualcosa di inaspettato che avrebbe ribaltato le classifiche internazionali. Sono gli anni in cui comincia a sbucare la pop dance come nuova tendenza musicale e Cher con Believe fissa un assoluto caposaldo della musica pop da ballare. Brano principale del ventiduesimo album in studio dell’artista, consacra l’icona del pop ad un nuovo genere molto più orientato all’Eurodance, mantenendo come tema principale la necessità indiscutibile di sentirsi amati.

Per quanto Cherilyn Sarkisian LaPierre – nome di battesimo dell’artista – avesse nella sua già lunga carriera ottenuto straordinari successi in ambito musicale e cinematografico, il rilascio di Believe tramite la Warner Bros. Records le diede uno sprint al di là di ogni possibile aspettativa. Le scelte musicali, la pitch correction innaturale e fortemente quantizzata tramite auto-tune – passato alla storia come “effetto Cher” – ed il testo emotivamente coinvolgente lo resero uno dei pezzi più venduti in assoluto nel mondo. Vendendo più di 10 milioni di copie nel mondo raggiunse la prima posizione nelle classifiche di quasi 20 paesi differenti e valse a Cher il Grammy per la migliore registrazione dance di quell’anno.

Quando parliamo di Cher è impossibile non riferirsi a lei come la madre delle icone della comunità LGBT. Il suo look estremo, le parrucche colorate dalla forte ispirazione drag, gli outfit provocatori e la sua attitudine sono sempre stati corona alle tematiche trattate, quasi sempre legate alla forza interiore e al bisogno d’amore. Cher è stata, e continua ad essere, una delle più grandi icone gay nella storia della musica, non solo per il suo contributo artistico verso la comunità ma anche per essere stata esempio di comprensione ed accettazione da parte di un genitore nella transizione sessuale della figlia verso la sua nuova identità.

Il messaggio di Believe è chiaro, centrato sull’amore verso sé stessi e sul cercare il meglio che possiamo meritarci, perchè ognuno di noi, ognuno a modo suo, lo merita.

E tu, credi alla vita dopo l’amore?

 

 

 

 

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